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Alessio Dorigo: enologo e vignaiolo per vocazione

Esposizione bottiglie DorigoSiamo in uno dei giorni più caldi di questo inizio estate, è il 15 luglio e il colonnello Gheddafi dopo essere giunto in territorio italiano per una visita ufficiale, a distanza di qualche settimana ci ha anche omaggiato del caldo proveniente dalla Libia che ha raggiunto persino i nostri lontani territori friulani. Con la mia Clio nera sto scorrazzando nei dintorni di Buttrio in provincia di Udine, alla ricerca di un’oasi che possa alleviare il caldo opprimente che non mi dà tregua e il “destino” mi porta dinnanzi ad una delle più antiche e rinomate aziende vinicole friulane, alzi la mano chi non ha sentito mai parlare di Girolamo Dorigo e dei suoi splendidi vini (P.S. porto a conoscenza per dovere di cronaca che non vedo mani alzate). Vengo accolto da Alessio Dorigo, enologo già affermato che oltre all’azienda paterna segue anche molte altre realtà friulane. Assieme alla sorella Alessandra rappresenta il presente e il futuro di questa storica azienda che deve il suo prestigio al lavoro svolto dal padre Girolamo a partire dal 1966, quando vennero acquistati due vigneti, il Ronc di Juri a Buttrio e il Montsclapade a Premariacco, nomi che derivano da antichi toponimi geografici che stanno per “Vigna degli Juri”, dal nome della famiglia che per generazioni ha coltivato queste terre molto tempo prima, e “Monte spaccato”, per via della strada che taglia in due la collina più alta.

I vigneti oggi sono ubicati nei comuni di Buttrio e Premariacco, nel cuore della zona DOC Colli Orientali del Friuli. La collina e il suolo marnoso caratteristico del Friuli, caratterizzato da scarse riserve nutrizionali e poca capacità di trattenere acqua, sono un valido alleato per raggiungere quello che rappresenta l’obiettivo unico dell’azienda: l’ottenimento di vini di alta qualità.
Alessio, prima di iniziare a raccontarmi un po’ di cose, desidera condurmi in vigna per mostrarmi quello che considera come uno dei fattori primari che hanno portato i vini Dorigo ad essere apprezzati in Italia e nel mondo e cioè la geometria dei vigneti dove la fa da padrone l’alta densità di impianto con quasi 10mila viti su un ettaro di terreno.
Questo sistema di viticoltura in collaborazione con l’introduzione delle barriques per l’affinamento dei vini, della riscoperta dei tini di rovere per la fermentazione dei grandi rossi e dell’uso dei graticci per l’appassimento delle uve protagoniste dei vini dolci, rappresentano fattori fondamentali per l’ottenimento di bottiglie che una volta aperte riescono a donare grandi emozioni.
Non bisogna dimenticare il grosso lavoro che viene fatto anche in vigna, dove la cernita dei grappoli sulla pianta e poi successivamente sui nastri trasportatori prima di arrivare in cantina, permette di mettere in lavorazione solo uve sane e al giusto grado di maturazione.

vigneti DorigoLa storia dell’azienda, come abbiamo detto, inizia nel 1966 quando Girolamo Dorigo, di professione commercialista con interessi nell’ambito di lottizzazioni immobiliari, compra una vigna ed è amore a prima vista, un colpo di fulmine i cui risultati sono oggi visibili con 40 ettari di terreno vitato e circa 200 mila bottiglie annue prodotte. Gli inizi non sono stati facili, le vigne acquistate erano in pessime condizioni, ma da lì è partito un progetto di rinnovamento che ha preso molti spunti dalle metodologie produttive francesi e che a piccoli passi ha portato un radicale mutamento del modo di lavorare in vigna, vedendo premiati gli sforzi di Girolamo riconosciuto ora come uno dei più importanti produttori italiani e uno dei portabandiera della viticoltura friulana moderna. Rinnovamento che sta proseguendo ora nel restyling della cantina, lavori che siamo certi non seguiranno l’esempio delle grandi opere che i nostri governi con montagne di denaro pubblico iniziano e poi non finiscono mai, sono convinto che la prossima volta che andrò a visitare la cantina, avrò modo di degustare gli ottimi vini in un ambiente completamente rimodernato.

Ma dopo aver conosciuto tutto il lavoro che viene fatto in vigna e in cantina, non possiamo non toccare con mano il risultato di tanto sudore e olio di gomito, e come in un team affiatato, Alessio passa il testimone alla sorella Alessandra che con un sorriso smagliante, (un uccellino spione mi ha detto che proprio quel giorno compiva gli anni) mi conduce nella saletta di degustazione dove oltre a qualche ottimo assaggio, vengo illuminato su quella che è l’offerta di vini firmati Dorigo che non mancano mai di comparire come protagonisti premiati dalle varie guide di settore. La produzione riserva una importante fetta di mercato ai vini bianchi, che da sempre in Friuli sono sinonimo di eccellenza, ma anche i vini rossi sono protagonisti della scena e soprattutto si cerca di valorizzare al massimo i vitigni rossi autoctoni: tazzelenghe, pignolo, schioppettino, oltre ai più comuni vitigni internazionali.

vigneto DorigoFra i cavalli di razza dell’azienda vogliamo menzionare per i bianchi il Sauvignon Ronc di Juri (dove vengono selezionate le migliori uve, poi vinificate in barriques di rovere francese nuove al 20% e di secondo passaggio all’80%) e lo Chardonnay (un vino bianco studiato per durare nel tempo fermentato e vinificato in barriques di rovere francese per il 95% e americano per il 5%).
Per i rossi la leadership spetta sicuramente al Montsclapade (taglio di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot, affinato 24 mesi in rovere francese di Allier e Tronçais e dopo l’imbottigliamento affinato per ulteriori sei mesi), che seguendo un’impostazione chiaramente bordolese riesce a regalare sempre enormi emozioni. Voglio comunque ricordare anche il Pignolo, un vitigno autoctono che trent’anni fa era scomparso dal Friuli e che una volta salvato dall’estinzione è riuscito a entrare di diritto fra i rossi più importanti della regione e non solo.
Premio alla carriera come miglior vino dolce spetta sicuramente al Picolit, una delle varietà più importanti in Friuli, bevuta negli ultimi tre secoli da Re, Papi e nobili vari in tutta Europa, vanto di casa Dorigo e delizia per le papille gustative anche di noi comuni mortali.
Ho lasciato per ultimo lo spumante Dorigo Brut perché rappresenta il sogno realizzato di Girolamo, che innamorato delle bollicine francesi, è riuscito a produrre uno spumante metodo classico in un periodo nel quale la moda e l’effetto trainante della Franciacorta non erano ancora scoppiati in Italia, e questo va ancor più ad onore di Girolamo e della sua scelta squisitamente romantica. Naturalmente questi sono solo gli attori principali della squadra, ma vi posso assicurare che anche tutti gli altri vini prodotti e qui non menzionati sono in grado di lasciare il segno e gratificare il nostro piacere sensoriale.

Accidenti, parlando di vini con la simpatica Alessandra (deviando anche verso discorsi musicali in ricordo dei tempi passati) si è fatto proprio tardi, non vorrei che uscendo dalla cantina mi accorgessi che il caldo della Libia se n’è già andato e mi ritrovassi in pieno inverno accolto dai gelidi venti siberiani, ma in questo caso farei un pensierino di passare il letargo all’interno della cantina dei Dorigo, sicuramente non morirei di sete. Rinnovando gli auguri di buon compleanno ad Alessandra e ringraziando per l’ospitalità Alessio, posso riprendere così il mio cammino alla ricerca di un’altra oasi così ospitale e ricca di deliziosi nettari “dionisiaci”.

DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO

Alessio e Alessandra DorigoAlessio, enologo e viticoltore per naturale passaggio di consegne o si tratta proprio di una vocazione?
Diciamo che entrambi le definizioni possono andare bene. Sicuramente non si è trattata di una scelta imposta dalla famiglia, ho anche provato a fare qualcos’altro ma poi sono tornato in questo mondo che mi piace un sacco e mi dà tante soddisfazioni.

Da dove deriva la nomenclatura” “Montsclapade” che avete dato all’azienda?
“Montsclapade” è toponimo geografico friulano traducibile in “Monte spaccato”. Trae origine dall’apertura nei secoli di una strada che unisce Manzano con Orsaria (Premariacco). La collina più alta lungo il tracciato venne tagliata in due per l’attraversamento della strada in questione.

Il lavoro e la dedizione degli uomini portano a trasformare l’uva nel nettare degli dei che tanta felicità porta a tutti. Ma in percentuale quanto conta il lavoro in vigna e quanto quello in cantina?
Se dobbiamo per forza dare dei numeri, direi che l’80% di importanza lo devo dare al lavoro in vigna, il 15% a quanto viene fatto in cantina e il restante 5% al cosiddetto fattore C, che non sta per vitamina C bensì rappresenta la fortuna di avere comunque una buona annata e che tutto fili liscio senza grossi intoppi.

Siete stati fra i primi in Friuli a introdurre il sistema di viticoltura a Guyot ad altissima densità (quasi 10.000 viti su un ettaro di terreno) lavorato con trattori scavallatori di ispirazione francese. A distanza di quasi quarant’anni quanto è cambiato in vigna e ci sarà necessità di cambiare qualcosa ancora in futuro?
Quando abbiamo iniziato la nostra attività, ci siamo accorti che le potenzialità enologiche dei terreni erano enormi, ma il sistema vitivinicolo friulano era inadeguato per poter perseguire i nostri obiettivi. Da come siamo partiti, ci è sembrato di aver cambiato il mondo, ma alla fine non abbiamo fatto altro che introdurre una radicale ristrutturazione della geometria del vigneto con l’introduzione in Friuli di un tipo di viticoltura allora inesistente: il Guyot ad altissima densità (10.000 viti su un ettaro di terreno) lavorato con trattori scavallatori di ispirazione francese, scelte obbligate se si voleva abbandonare la produzione di vini da tavola e passare a produzioni in bottiglia di alta qualità.
Certo macchinari e metodologie produttive hanno avuto un certo costo, ma dopo quasi 40 anni posso dire senza esitazioni che si è trattato di una scelta giusta che ci ha permesso di conseguire i risultati sperati.

Nel 1976 avete realizzato il primo impianto del vitigno autoctono Pignolo che stava andando sulla via dell’estinzione; nel 1979 avete ottenuto il premio “Nonino Risit d’Aur” (barbatella d’oro) per il “restauro” del “Pignolo”, ma quanto conta nella vostra politica aziendale attuale la valorizzazione dei vitigni autoctoni Friulani?
E’ inutile negare che le varietà internazionali rappresentino un biglietto da visita importante quando si deve affrontare il mercato globale, però ritengo che sia importantissimo e fondamentale avere dei prodotti autoctoni che identifichino il territorio e differenzino l’offerta. Voglio però sottolineare che deve essere un autoctono di qualità, che è l’unica tipologia di prodotto che è vicina alla mia filosofia di produzione.

Avete sempre puntato su pochi quantitativi ma di elevata qualità. In un periodo di crisi internazionale come quello che stiamo vivendo è una scelta che paga ancora o qualcosa si sta evolvendo anche nei consumi?
Potrei rispondere in politichese ma preferisco non farlo. Ora come ora lavorare con produzioni di alta qualità non paga in termini economici, il cliente causa le minori risorse economiche cerca di spendere di meno e quindi si dirige verso prodotti di fascia minore. Ma la crisi passerà, ora magari venderò di meno, i miei clienti compreranno una bottiglia invece di due ma la qualità dei miei prodotti deve restare sempre la stessa senza dover scendere a compromessi.

Particolare di alcune vitiErano gli anni della guerra e della miseria quando tuo padre bambino fece il primo incontro con una bottiglia di champagne francese, e quaranta anni dopo ebbe modo di realizzare il suo sogno di arrivare alla produzione di uno spumante metodo classico aziendale. Ma oggi si tratta di un prodotto che vuole seguire le tendenze di mercato o c’è sempre una vena romantica e magica nel perlage di bollicine “targate” Dorigo?
Solo la vena romantica senza ombra di dubbio. Mio padre si è innamorato della Francia e delle sue frizzanti bollicine e ha voluto così realizzare il suo sogno. Poi anche grazie all’effetto trainante della Franciacorta, lo spumante metodo classico è diventato di moda e quindi anche noi ne abbiamo tratto commercialmente giovamento. Sulla stessa filosofia romantica viaggia il nostro ultimo prodotto targato 2002 e che dopo 6 anni di affinamento in bottiglia vedrà la sua uscita quest’anno, un pinot nero 100% vinificato in bianco dosage zero che spero ci regali tante frizzanti emozioni.

La produzione aziendale oltre a puntare su vitigni bianchi che rendono famoso il Friuli, cerca anche di valorizzare molto i vini rossi e specialmente i vitigni autoctoni: tazzelenghe, pignolo, schioppettino; ma è tanto difficile emulare regioni come Toscana e Piemonte e fare ottimi vini rossi anche all’interno dei nostri confini regionali?
Sicuramente zone come Toscana e Piemonte hanno climi e territori che si addicono di più a produzioni di vini rossi. Ma non dobbiamo dimenticarci che il Friuli è sì territorio vocato per i vini bianchi, ma ha anche una collezione diversificata di microclimi, in un’ora di auto passiamo dalle montagne del nord alle coste marittime del sud regione con tappa intermedia nelle zone collinari del centro. Quindi anche nella nostra regione ci sono delle piccole zone che da sempre hanno fatto vini rossi con risultati eccellenti, i nostri nonni non erano degli sconsiderati, se venivano piantate certe tipologie di viti in passato significa che erano in grado di dare ottimi risultati.

Dal 2002 non producete più il Tocai Friulano ed avete eliminato le vigne. Si è trattato di una scelta dovuta al rammarico per aver visto perdere quella denominazione che da sempre rappresentava il biglietto da visita friulano in Italia e nel mondo o si è trattato di una scelta puramente commerciale?
Sono stato da sempre in totale disaccordo con quanto stava accadendo e che ci ha portato a perdere una denominazioni così cara e importante per tutti i friulani. Il Tocaji ungherese non aveva niente a che spartire con il nostro e si è trattato solo di veder primeggiare interessi politici a discapito di tradizioni e cultura. Il fatto di rinunciare alla produzione del neo nato Friulano non è stata una scelta facile e nemmeno indolore economicamente parlando, ma siamo voluti andare controcorrente senza voler cercare nessun tipo di compromesso.

Oltre al vino, quali sono le tue passioni?
Allora amo in primis il vino, poi a ruota diciamo il vino e se vogliamo trovare una terza passione, diciamo che mi piace un sacco fare immersioni negli splendidi fondali marini, uno sport che ti dà notevoli emozioni senza dover fare troppa fatica.

E’ tempo di festeggiamenti, lasciando fuori classifica lo spumante”Dorigo Brut”, quali sono le bollicine italiane e straniere con cui preferiresti brindare?
Allora in Italia scelgo un Franciacorta Cabochon di Monterossa, mentre se usciamo dai confini nazionali vado ghiotto per gli Champagne Krug francesi.

Ronc di Juri e Montsclapade, io porto il vino tu ti occupi del cibo, cosa si mangia quindi a cena?
Con il Sauvignon Ronc di Juri gli spaghetti all’astice ci stanno tutti, mentre con il Montscaplade una bella fiorentina alla griglia con un filo d’olio e null’altro rappresenta sicuramente una delizia a cui almeno una volta nella vita nessuno può rinunciare.

Stefano Cergolj

Perito informatico ai tempi in cui Windows doveva essere ancora inventato e arcigno difensore a uomo, stile Claudio Gentile a Spagna 1982, deve abbandonare i suoi sogni di gloria sportiva a causa di Arrigo Sacchi e l’introduzione del gioco a zona a lui poco affine. Per smaltire la delusione si rifugia in un eremo fra i vigneti del Collio ed è lì che gli appare in visione Dionisio che lo indirizza sulla strada segnata da Bacco. Sommelier e degustatore è affascinato soprattutto dalle belle storie che si nascondono dietro ai tanti bravi produttori della sua regione, il Friuli Venezia Giulia, e nel 2009 entra a far parte della squadra di Lavinium. Ama follemente il mondo del vino che reputa un qualcosa di molto serio da vivere però sempre con un pizzico di leggerezza ed ironia. Il suo sogno nel cassetto è quello di degustare tutti i vini del mondo e, visto che il tempo a disposizione è sempre poco, sta pensando di convertirsi al buddismo e garantirsi così la reincarnazione, nella speranza che la sua anima non si trasferisca nel corpo di un astemio.

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