Il Gavi di Michele Chiarlo, Rovereto sfida il tempo

Non è la prima volta che pongo l’accento sulla grande capacità dell’uva cortese di sfidare il tempo, non solo: non è la prima volta che restringo fortemente il campo e vengo letteralmente rapito da Rovereto, una delle frazioni – o per meglio dire cru – dell’areale vitivinicolo del Gavi Docg in provincia di Alessandria. Quando si parla di grandi vitigni a bacca italiani, della loro storia e di ciò che hanno rappresentato nell’immaginario collettivo dei semplici consumatori o dei grandi appassionati di vino, non si può non citare il cortese, a mio avviso una tra le nobili ed antiche uve autoctone piemontesi. Vinificato da mani esperte e rispettose del terreno su cui cresce, è in grado di regalare bianchi tra i più eleganti e longevi dell’intero stivale, e l’eleganza – o per meglio dire la finezza – in questa particolare tipologia di vini è sempre sinonimo di pregio e qualità. La Cantina Michele Chiarlo non ha certo bisogno di presentazioni, per fare un esempio è come se pretendessi di presentare Micheal Jordan ad un appassionato di basket, Maradona ad uno di calcio…

Nonostante la storia della famiglia risalga al 1898 – Pietro Chiarlo fu il pioniere, già a quei tempi si filtrava Moscato a Canelli usando sacchi olandesi – è nel 1956 che inizia l’avventura del nostro protagonista Michele Chiarlo. L’Azienda è fortemente radicata in Piemonte, per l’esattezza a Calamandrana (AT). La massima attenzione è da sempre rivolta agli autoctoni piemontesi e il concetto di tradizione e innovazione in casa Chiarlo ha trovato un equilibrio che ben poche altre aziende italiane possono vantare. Per raccontare la storia e l’intera produzione di questa grande realtà vitivinicola piemontese non basterebbe un mese di lavoro, basti pensare che oggigiorno conta 110 ettari di vigneti tra Langhe, Monferrato e Gavi; possiede vigneti ubicati in alcuni tra i migliori cru dei rispettivi territori citati, condotti nel pieno rispetto di severi criteri ecologici, del terroir e delle loro espressioni. Quando si parla di grandi realtà produttive, modi pianeta, preferisco affrontare ogni satellite uno alla volta; in questo modo sarà più facile raccontare le peculiarità di ogni singolo cavallo di razza, e per il lettore immagazzinare le informazioni necessarie. Dunque Gavi, da uve cortese in purezza: iniziamo col dire che è una Docg nata nel 1998, la coltivazione delle uve è permessa in soli undici comuni, tutti in provincia di Alessandria: Bosio, Capriata d’Orba, Carrosio, Francavilla Bisio, Gavi, Novi Ligure, Parodi Ligure, Pasturana, San Cristoforo, Serravalle Scrivia, Tassarolo. Oggigiorno Michele – con la stessa passione per le sfide di 65 anni fa – presenta tre annate distinte del suo Gavi più ambizioso, in una mini verticale del Rovereto che prende il nome dal territorio dove alleva il cortese.

Al timone dell’azienda troviamo sempre la sua classe, la sua esperienza, ma per fortuna non è solo, entrambi i figli collaborano: Alberto si occupa della parte commerciale/marketing e Stefano della parte agricola ed enologica; tanto per cambiare è un’altra storia che narra le imprese di una grande famiglia piemontese. Prima di passare alla descrizione delle tre annate proposte di Gavi Rovereto – ovvero 2019, 2016, 2010 – un breve cenno circa la filosofia della Cantina in merito a sostenibilità ambientale, un tema sempre più importante e prioritario per chi si occupa di vino a 360°; inoltre un doveroso approfondimento su Rovereto e le sue caratteristiche. “Coltivare un territorio non significa sfruttarlo, ma custodirne la vitalità. Non solo attraverso pratiche di agricoltura sostenibile, ma atti concreti a tutela di un territorio che è patrimonio e bene comune. Abbiamo messo a punto e stiamo implementando azioni e pratiche virtuose, per migliorare la sostenibilità di tutta la filiera e accrescere la sensibilità del consumatore finale, prendendoci cura del paesaggio come bene comune. Dalla gestione dei vigneti alla cantina, dall’attenzione ai materiali impiegati alle energie rinnovabili, il nostro obbiettivo è la leggerezza: una Galassia Chiarlo sostenibile e monitorabile, il cui impatto ambientale, dalla vite al tavolo del consumatore, venga gradatamente e costantemente ridotto a favore di un’espressione sempre più autentica e in equilibrio con la natura. Queste le parole del nostro protagonista che ha messo in campo fatti concreti più che parole.

Su tutti “VIVA Sustainable Wine”, un progetto di cui l’Azienda fa parte dal 2011 e che si occupa di monitorare e valutare l’intera filiera produttiva al fine di individuare e sviluppare strumenti per un modello di cantina a basso impatto, non solo in termini di pratiche agricole, ma di contesto produttivo globale, territoriale e comunitario. Considerando l’importanza del tema e l’impegno della famiglia Chiarlo trovo doveroso riportare l’intero protocollo inviato, lo stesso prevede: “Conduzione tecnica del vigneto a basso impatto, riduzione dell’uso di risorse e materie prime, tutela del paesaggio, tracciabilità dei prodotti, rispetto e sicurezza del lavoro, trasparenza verso il consumatore, impegno nella comunità locale, sostenibilità economica e innovazione, registrazione diligente delle attività e benessere dei fruitori e dei visitatori. Per valutare la sostenibilità aziendale, il progetto VIVA si avvale di indicatori sviluppati sulla base di principi e norme internazionali che monitorano diversi elementi quali aria, acqua, vigneto e territorio. Di seguito in dettaglio i principi cardine della sostenibilità di Casa Chiarlo, lascio di nuovo la parola ai protagonisti della Cantina: “Il vigneto è l’origine della qualità di Michele Chiarlo. Per preservarne la sostenibilità, la nostra cantina ha sviluppato pratiche agronomiche volte alla tutela della biodiversità, della fertilità dei suoli e della qualità del prodotto finale. Gestione del sottosuolo attraverso l’esclusivo uso della concimazione organica, eliminazione dei diserbi, riduzione dei trattamenti attraverso sistemi di agricoltura di precisione, riduzione dei fenomeni di erosione e compattamento del terreno, aumento della biodiversità attraverso l’arricchimento naturale della flora e dei microorganismi naturali del suolo – inerbimento e sovescio – per una migliore difesa immunitarie della vite, infine lotta biologica agli insetti nocivi attraverso erogatori di feromoni per la confusione sessuale. Tornando a Rovereto – uno tra i pochissimi cru storici di Gavi in cui Michele Chiarlo alleva il suo cortese – si può tranquillamente asserire che le marne argillose rosso scure con presenza di pietre rappresentino la matrice distintiva dei vigneti, allevati a guyot, posti a 400 – 500 metri d’altitudine e meravigliosamente esposti, godono di brezzi liguri. Tutte queste caratteristiche regalano mineralità netta al naso e tanta sapidità al palato, soprattutto nel vino di punta della Cantina, il Gavi del Comune di Gavi Rovereto, prodotto con sole uve provenienti da questo storico vigneto di 5 ettari esposto a sud-est. Ancora una volta riporto le parole della famiglia Chiarlo: “Il suo nome rimanda probabilmente all’antica presenza di boschi di querce, le cui foglie hanno una forma inconfondibile e il terreno argilloso è ricco di ferro. Tutto ciò si accordava bene con la nostra preferenza per le foglie e con il nostro periodo arancione. Si pensava all’autunno, ai boschi, all’andare per funghi frugando con la punta del bastone, tra foglie appena cadute e altre vecchie”. Il Rovereto di Chiarlo è stato prodotto per la prima volta nel 1996, i vigneti che caratterizzano le tre etichette che seguono sono stati impiantati nel 2003, ceppi per ettaro circa 4500, rese basse, diradamento estivo dei grappoli in eccesso lasciandone 6/7 per ceppo, vendemmia manuale. Riguardo la vinificazione, parte della massa subisce macerazione a freddo, pressatura soffice e fermentazione a 16-18°, matura 5 mesi sui lieviti in vasche d’acciaio prima dell’ulteriore affinamento in bottiglia.

Gavi del Comune di Gavi Rovereto 2019
Annata tanto particolare quanto di grande interesse: inverno e inizio primavera miti e asciutti, aprile e maggio caratterizzati da grandi piogge, seguiti da un giugno caldo e secco. Luglio è stato fondamentale per via di una grande piovuta che ha dispensato gradualmente una riserva idrica in grado di contrastare il caldo successivo mai torrido. La vendemmia è avvenuta dal 21 al 28 settembre. 12,5 % Vol., naso incentrato dapprima su fresche note di scorza d’agrume, fiori freschi di campo, mela Granny Smith e un accenno d’erba cipollina; con lenta ossigenazione il respiro tipicamente terroso rimanda allo iodio, terriccio bagnato puntellato di ricordi lievemente ferrosi/metallici che inesorabilmente rimandano al terreno. In bocca si sente tutta la giovinezza del vino, freschezza notevole e sapidità vibrante, un timbro che deve ancora assestarsi, il tempo riuscirà senza dubbio a livellare la grande potenza del terreno che caratterizza Rovereto; tuttavia la bevibilità non manca, tantomeno l’agilità. Su un piatto di cappesante spadellate in aglio e burro, innaffiate con lo stesso vino, fa la sua gran bella figura.
Gavi del Comune di Gavi Rovereto 2016
Sarà ricordata a lungo come l’annata che a Gavi – ma un po’ in tutt’Italia – ha donato uve di eccezionale qualità su tutti i versanti del comprensorio. Eccezionale regolarità del ciclo vegetativo e stagioni che hanno dato il meglio di sé senza anomalie metereologiche; uve perfette hanno raggiunto il punto di maturazione nei periodi più classici. La vendemmia è avvenuta dal 18 al 24 settembre. 12,5 % vol., paglierino vivo, acceso, attraversato in controluce da lampi oro antico, consistente e molto luminoso. Un naso che da subito riporta la mente ad un cesto di frutta fresca di stagione – in gran parte estiva – dove pesca noce, nespola e cedro, ma anche mela annurca, tiglio e biancospino, anticipano un incessante ricordo di foraggio di malga e idrocarburi. Chiude il quadro olfattivo – a mio avviso con un’eleganza fuori dall’ordinario- un dolce ricordo di erbe aromatiche liguri, maggiorana in primis, e lieve smalto/incenso. Interessante evoluzione a 24 ore dalla mescita: toni particolarmente vivi, lievemente addolciti dall’ossigeno ma pur sempre stimolanti. In bocca segue la stessa identica trama del naso, esordisce morbido, accattivante con linee sinuose: tempo zero cambia registro, sferzata acida degna di una “lager bavarese” tanto agrume e mandorla, accompagnate da una sapidità che conquista il palato gradualmente, senza strafare, ma il “ritmo” è davvero incessante. Indubbiamente uno tra i Gavi migliori mai assaggiati in vita mia che ha da poco superato la maggiore età. Su un piatto di lasagne con zucchine trombetta, mozzarella fior di latte, besciamella e Parmigiano Reggiano 24 mesi è un vero e proprio atto d’amore nei confronti dell’abbinamento cibo-vino.

Gavi del Comune di Gavi Rovereto 2010
Un’annata che ricorderò sempre come una delle più interessanti da quando mi occupo di vino, lo sto riscontrando, soprattutto in questi ultimi anni, dagli assaggi effettuati in gran parte d’Italia riguardo a vini da lungo affinamento. Per certi versi simile alla 2016, ma caratterizzata da precipitazione nevose che si sono protratte dal 20 novembre a fine febbraio, le piogge sono state protagoniste nel mese di marzo. Maggio e giugno si sono distinti per un clima secco e con temperature leggermente inferiori alla media, così come luglio e agosto, mai sopra le righe, tempo mite e soleggiato. Settembre caratterizzato da periodi piovosi ma altrettante giornate di sole, la vendemmia è avvenuta dal 18 al 25 settembre. 12,5% Vol., veste oro intenso, caldo, luminosità che irradia il calice; mostra consistenza, archetti fitti e regolari precipitano lentamente. Timbro olfattivo notevole e dotato di eleganza: miele d’agrumi, fiori di zagara lievemente appassiti, frutta esotica candita e a tratti sciroppata, su tutti pesca e albicocca; idrocarburi di tessitura finissima così come la parte balsamica, appena accennata. In chiusura mentolo e un curioso accento di liquirizia dolce. Complessità da vendere perché ad oltre un’ora dalla mescita squaderna ricordi di pepe bianco e percezioni salmastre che rimandano alla costa ligure. In bocca ha guadagnato tanto equilibrio, sta vivendo una fase esaltante in cui la morbidezza e golosità del frutto stuzzicano la solida struttura acida che tiene testa tranquillamente, la salivazione è ancora ai massimi e il vino a mio avviso è arrivato forse a meta della sua carriera. Questo è il cortese ai massimi livelli della sua espressività. Su un piatto di peperonata classica è davvero indimenticabile.
Andrea Li Calzi




