Addio a Giorgio Grai, l’immenso maestro

Inconfondibile. Se a Bolzano per caso scorgevi, anche da lontano, il profilo di un uomo particolarmente (ah, quanto vorrei sottolinearlo proprio adesso quel suo essere così particolare) elegante, non poteva che essere lui. Elegante nei suoi abiti sartoriali, indossati con il garbo di chi è distinto istintivamente, elegante nelle sue movenze, nei gesti e nell’eloquio anche allorquando voleva stoccare qualcosa e qualcuno, per cui stoccava con decisione, senza indugi, con il coraggio di chi davvero sa, di chi ha fatto e anche di chi ha sempre desiderio di fare. Perché lui aveva sempre un nuovo progetto, più o meno impegnativo, da affrontare. Ho sempre avvicinato Giorgio Grai con intima deferenza, presentandomi a lui ogni volta come la prima volta, avendone in cambio il privilegio della sua compagnia, di qualche telefonata, di visite impreviste e graditissime, perché per ogni occasione ci sarebbe stata la possibilità di dialogare con lui di vino, di cucina e di ristorazione. Di tantissime altre cose poi. Un maestro. È stato un immenso maestro. Capace di elargire la sua esperienza a folate, lucidamente, tra una pausa dentro un bicchiere e una miriade di conoscenze.
Parlava senza freni: la Francia, Giannino a Milano, i mercati parigini, Arrigo Cipriani a Venezia, Gualtiero Marchesi, Villa Bucci, il bar Edy in piazza Walther a Bolzano, Bernardo Caprotti, Sebastian Stocker e ancora e ancora. Un turbine di aneddoti e di racconti cha avevano come punti cardinali i più grandi maestri della cucina, dell’enologia, dell’industria. Gli uomini con cui aveva intrecciato la sua vita, una vita così intensa che sembrava ne avesse vissute cento. Ed elegante lo era anche quando voleva ribadire la sua storia, tratteggiarla di nuovo e colorarne di fresco qualche istanza, rinverdendo qualche passaggio, senza però mai indugiare troppo nell’autoreferenzialità.
Capitava che mi raggiungesse alla Camera di Commercio di Bolzano a fine mattinata quando sapeva che ero lì ad assaggiare e mi chiedeva di provare i vini che avevo giudicato migliori quel giorno. Li assaggiava uno per uno con attenzione, in silenzio, ritirato nei suoi pensieri. Poi, d’improvviso prorompeva, fulmineo s’infiammava inerpicandosi su tutte le considerazioni che quei vini gli avessero suggerito, senza inibizioni, senza veli, senza impedimenti.
L’ho visto rapito con il naso dentro un calice di Pinot Bianco, che era il suo vitigno preferito, per sua reiterata ammissione. Giorgio Grai se n’è andato che aveva quasi novanta anni, certamente fino all’ultimo aveva in mente qualche altra sfida da affrontare e racconti (nuovi, vecchi) da poterti ipnotizzare.
Piero Gorgoni

