L’Arte della ceramica incontra i vini della Romagna

Vini ad Arte, questo il titolo dell’anteprima del Romagna Sangiovese 2018, giunta alla sua tredicesima edizione, che si è svolta a Faenza durante le giornate del 18 e 19 febbraio e che ha unito in modo sinergico l’aspetto artistico culturale con quello vitivinicolo, a cominciare dalla scelta del luogo. Infatti le sale del M.I.C. (Museo internazionale delle ceramiche), hanno fatto da scenario alle degustazioni, ai seminari tecnici e ai banchi di assaggio, il che ha senza dubbio contribuito a rendere la manifestazione di grande interesse culturale.
Da sempre la Romagna ha avuto un timore reverenziale nei confronti del Sangiovese Toscano, ma pian piano ci si sta rendendo conto che ognuno ha la propria identità. Questo è solo uno dei punti che sono stati dibattuti durante il seminario dal titolo “Romagna e Toscana: Sangiovesi autentici, non identici”, durante il quale gli enologi Vittorio Fiore, Maurizio Castelli e Franco Bernabei, si sono interfacciati e hanno dialogato sulle peculiarità del Sangiovese Romagnolo a partire dalla loro lunga esperienza sul campo.
Incisive le parole di Vittorio di Fiore, che ha cominciato a lavorare in Romagna negli anni ‘70 con l’Azienda Castelluccio, dove il prof Baldi aveva iniziato l’impianto di Sangiovese molto particolari, differenziando i diversi areali; un lavoro da pionieri in una realtà piccola di circa 8 ettari di vigna, dove erano stati creati dei cru con immagine del vigneto da cui le uve provenivano. Di Fiore afferma come il concetto di Romagna e Toscana, sangiovesi autentici non identici, sia un’idea che si pensa da sempre, ma che non va vista come complesso di edipo nei confronti della Toscana. Anzi deve essere da sprone, soffermandosi a riflettere, “su come la Toscana sia riuscita e riesca a trovare molto più mercato, al punto che spesso negli USA se dici Italia, dicono Toscana, ed è da qui che bisogna partire e capire come nel mondo possano iniziare a dire anche Romagna. Bisogna quindi partire da una chiave di lettura diversa del Sangiovese e del suo terroir”. Concetto ripreso anche dagli altri due colleghi, che si soffermano sull’importanza del clima e di come questo aspetto sia una differenza significativa tra i due territori.

Infatti, a differenza del Sangiovese Toscano, quello Romagnolo ha una maturità diversa e si manifesta in modo meno disomogeneo, ma con le opportune sfumature in base al proprio areale di riferimento.
Si parte quindi dal Sangiovese come interprete dei suoli, che dà il meglio se vinificato in purezza e soprattutto con rese più basse. Aspetto sottolineato anche da Bernabei, che mette l’accento su come in Romagna si sia partiti con tanta quantità a discapito della qualità. “Bisogna quindi puntare a produrre un vino di qualità e seguire l’andamento del mercato dei consumi”. Parlando di mercato, prosegue di Fiore “quello che davvero manca alla Romagna è un suo brand trainante.
Sarebbe bello, afferma Bernabei, rendere incisiva la differenza delle zone e sottozone, che danno identità ben delineate, ma prima ancora o in parallelo, andrebbero mandati in giro per il mondo “10-12 produttori locali di alto livello a promuovere il sangiovese!”.
Prima di addentrarci negli assaggi, la parola è passata a Francesco Bordini, che ha illustrato in modo puntuale il lavoro svolto fino ad oggi, in merito alla zonazione dei suoli romagnoli con le conseguenti caratteristiche del vino. Studio iniziato nel 2004 che ha avuto come suo primo punto fermo nel 2011, l’ingresso in disciplinare delle menzioni geografiche. Tutta la Romagna ha una composizione geologica piuttosto ordinata, che va dalla costa all’entroterra, è pertanto possibile distinguere tre macro-aree, la zona appenninica, che si caratterizza per la presenza della Marnoso-Arenacea e Argille Scagliose, la fascia che va verso il mare, ma che non supera i 250 m s.l.m., dove ritroviamo in prevalenza calcare organogeno, le argille azzurre (calanchi) e la formazione gessoso sulfurea e la prima collina e parte dell’entroterra, dove ritroviamo terre rosse e sabbie gialle.
Partendo da queste tre macro-aree, Bordini ha poi approfondito le diverse realtà territoriali cercando di delineare le caratteristiche da ritrovare nei vini.
Si è quindi dato il via all’anteprima vera e propria riservata alla stampa di settore nazionale e internazionale.

Dopo i diversi assaggi non c’è una conclusione definitiva, bensì l’augurio che si vada sempre più nella direzione della qualità e che si cerchi di assecondare le reali espressioni del vitigno senza forzare troppo la mano. Ottimo il lavoro in fieri svolto sull’altro vitigno principe di questo territorio, l’Albana, che si sta facendo strada assumendo un carattere e peculiarità che lo rendono identificabile.
Una bella sorpresa riguardo vitigni minori, come il barbarossa e il centesimino, quest’ultimo davvero interessante per la sua schiettezza e semplicità, peccato che le produzioni siano davvero esigue.
Ad ogni modo è stato interessante durante questa anteprima, conoscere più da vicino alcune realtà locali e constatare come da parte di diversi produttori ci sia la voglia di rendere i vini romagnoli più coerenti e identitari.
Roberto Giuliani


