Addio a Pino Ratto, emblema del Dolcetto che sa invecchiare

Rimasi folgorato dai suoi Dolcetto di Ovada soltanto tre anni fa. Come a volte mi accade quando incontro di persona chi fa il vino, ebbi in quell’occasione la certezza che, al di là della sua fama, avrei assaggiato qualcosa di unico perché unico era il suo sguardo. Il suo volto rugoso raccontava tutta la sua vita, la sua semplicità, il suo essere lontano da questi tempi dove si vive per mettersi in mostra, spesso senza che ce ne sia una ragione che lo giustifichi. Era lì, in una postazione fra tante, turbato, a disagio, ma con uno sguardo di una tenerezza e umanità infinite.
Non capiva tutta quella ressa, quel turbinio di bicchieri che roteavano davanti ai suoi occhi, lui che era lontano dalle tecnologie, dai selfie, dagli Iphone, mai messo mano su un computer.
Quante volte ho pensato di andarlo a trovare, e ogni volta rimandavo, per motivi diversi, ma era sempre nella mia mente un viaggio a Roccagrimalda, volevo vedere la sua cantina sulla collina di San Lorenzo, ben sapendo che avrei trovato qualcosa di estremamente semplice, dove nascevano i suoi due cru, Gli Scarsi e Le Olive. Non ho fatto in tempo, e la colpa è solo mia.
Restano i suoi magnifici vini, emblemi di un Dolcetto di Ovada come potrebbe essere, capace di invecchiare decenni senza timori reverenziali verso nessuno.
Caro Pino, ci hai lasciato qualcosa di irripetibile, una lezione di cuore e semplicità, non sarà dimenticata.
Roberto Giuliani




