Pitars, orgoglio friulano forgiato dal Tagliamento
Fotografie di Cantina Pitars e Danila Atzeni

A inizio settembre, grazie a un press tour organizzato da Gheusis Srl, ho avuto la possibilità di scoprire un angolo del Friuli che indubbiamente mi ha sorpreso. San Martino al Tagliamento, piccolo comune in provincia di Pordenone, non è certo l’area vitivinicola più nota di questa storica regione di confine italiana, tuttavia – proprio per questo motivo – ha catturato sin da subito la mia attenzione. È presto detto, la storia insegna: il Friuli è una terra di persone caparbie, coraggiose, reattive al cambiamento; abituate storicamente a rialzarsi in piedi, basti pensare al terribile terremoto del 1976, o a difendersi dal cosiddetto invasore. In tempi di guerra il nemico aveva un volto, l’elmetto, una baionetta; oggigiorno per fortuna tutto ciò non esiste più, almeno da queste parti, tuttavia l’invasore è rappresentato dalla cosiddetta globalizzazione, da tutto ciò che allontana un territorio specifico dalla sua storia, dalle tradizioni che l’hanno caratterizzato nel corso dei secoli. Sin dal primo sguardo scambiato con Nicola Pittaro, responsabile commerciale della Cantina Pitars, ho potuto constatare che tale concetto è ciò che contraddistingue maggiormente la storia della sua famiglia e dunque della sua Azienda.

Durante un webinar di qualche mese fa, voluto appositamente da Pitars per il lancio del Cuntrevìnt – vino che illustrerò più avanti – ho avuto l’impressione di conoscere una realtà realmente diversa dal solito, che appunto insegue una strada che va controvento, da qui l’idea del nome in etichetta, ma non solo. La Cantina deve la sua identità a un elemento naturale suggestivo e caratterizzante: il Tagliamento. Questo fiume selvaggio, uno dei pochi rimasti in Europa, bagna il Friuli ed è considerato una vera e propria icona per tutti i friulani, gli stessi che l’hanno difeso gelosamente evitando accuratamente cementificazione e inquinamento. Ho avuto la possibilità di percorrerlo a piedi per circa un chilometro e mezzo, camminando proprio sul letto del fiume, asciutto per il grande caldo dei giorni precedenti. Un’esperienza unica che mi ha portato a respirare un’aria di libertà, di natura incontaminata e soprattutto ad ascoltare una musica celestiale – ahimè sempre più rara – ovvero uno dei silenzi più intensi mai uditi dal sottoscritto. È proprio da queste parti che la famiglia Pittaro affonda la proprie radici, si parla del Cinquecento; coltivazione della vite e produzione di vino hanno sempre fatto parte della loro produzione, tuttavia la storia moderna della Cantina inizia con Romano, nel Novecento.

Vignaiolo appassionato, esperto, il suo occhio è rivolto alle tradizioni del passato ma in costante studio e approfondimento per il futuro, proprio per questo impianta merlot, vitigno importato dalla Francia in Friuli nel 1880, ha saputo adattarsi notevolmente anche tra i suoi vigneti. Assieme a suo figlio Angelo realizza una vera e propria impresa, il periodo non è dei più facili, le due Guerre Mondiali non sono di certo il periodo migliore per sviluppare dei vigneti, tuttavia, con passione e caparbietà, inizia l’avventura a San Martino al Tagliamento, più precisamente sul greto del fiume omonimo, una storia che si protrae fino ai giorni nostri. Angelo è stato importante per la crescita della Cantina, partito per il Venezuela per rientrare 15 anni dopo, la sua esperienza internazionale è stata fondamentale per avviare Cantina San Martino – attorno al 1968 – l’azienda vinicola prenderà più tardi il nome Pitars.

Una realtà oggigiorno affermata che produce fondamentalmente vini bianchi che ben indentificano le peculiarità del territorio delle Grave del Friuli. Pitars è il cognome della famiglia in dialetto locale, nel marchio si accompagna al biancospino, pianta semplice ed elegante usata un tempo per segnare i confini tra i campi. Ai giorni nostri la Cantina è condotta dai figli Bruno, Mauro e Paolo Pittaro e dai nipoti Nicola, Stefano, Alessandro, Jessica e Judy. Tutto sa di calore e buona famiglia, lo si avverte soprattutto percorrendo su e giù le scale dell’imponente edificio costruito totalmente in bioedilizia, elemento quest’ultimo che comprende la struttura di accoglienza e in parte la cantina di vinificazione. Un progetto realizzato da un pool di architetti del territorio che per l’occasione hanno utilizzato materiali integralmente riciclabili, smaltibili quindi a impatto zero. Tanta attenzione è rivolta nei confronti del territorio e soprattutto nel rispetto dello stesso: la presenza di pannelli fotovoltaici a copertura di cantina e Castello permette la produzione di circa 100.000 KW/anno, che corrispondono a circa il 20% del fabbisogno energetico totale dell’azienda.
Queste le parole di Nicola: “La friulanità per noi significa legame con il territorio, una cultura contadina di cui noi siamo l’ultimo baluardo e che porta con sé valori come l’attaccamento al lavoro e la cultura di fare bene le cose. Lavorare in un’impresa famigliare non è facile, perché non si strutturano i processi. Nei momenti più difficili però, quando è necessario tener duro e guardare avanti, la famiglia rivela il suo ineguagliabile valore e dimostra le sue infinite capacità di resilienza e stabilità”.

Veniamo al vero protagonista della Cantina, il Tagliamento, una sorta di ennesimo figlio per Pitars, l’ambiente naturale che lo caratterizza rende questo fiume selvaggio unico, per certi versi, e delle parole dello stesso Nicola appare forte il legame: “Tutelare il Tagliamento, applicando un concetto di sostenibilità a 360 gradi, è l’impegno che la nostra Azienda si assume ogni giorno, in particolare, i vigneti della tenuta San Martino si trovano nell’ambiente protetto del Parco Fluviale. Un ecosistema complesso e fragile al tempo stesso, che la nostra famiglia salvaguarda attraverso scelte produttive, tanto in vigneto quanto in cantina, atte a ridurre al minimo l’impatto ambientale.
Molti sono i progetti sperimentali che riguardano la vigna, come ad esempio la ricerca volta ad autoprodurre biofertilizzanti naturali e la promozione di un’economia di tipo circolare. In vigneto tutte le macchine sono “intelligenti”, ovvero utilizzano tecnologie 4.0, che monitorano le emissioni di Co2 ed erogano solo la quantità di prodotto necessario per i trattamenti, in modo da ridurre al minimo l’intervento sulla natura. Dotate tutte di sistema GPS, queste macchine sono in grado di misurare anche la vigoria e la distribuzione fogliale dei singoli ceppi. Per l’irrorazione di prodotti per la difesa della vite vengono usati solo atomizzatori a recupero, per combattere peronospora e oidio si sta sperimentando una via alternativa attraverso induttori di resistenza che permettono, quindi, di rendere più forte e meno vulnerabile la pianta.

Anche la lotta agli insetti dannosi viene effettuata attraverso lo studio di metodi alternativi: oltre alle trappole a feromoni per contrastare la tignola attraverso la confusione sessuale, è stato introdotto un antagonista delle cocciniglie, l’Anagyrus pseudococci, imenottero che depone le uova sugli adulti provocandone la morte. Molte sono anche le sperimentazioni condotte in collaborazione con l’Università di Udine. Tra le più recenti, le prove di defogliazione vicino alla vendemmia per abolire antibotritici e favorire la maturazione.
Infine, la stretta vicinanza al Tagliamento, un ambiente naturale ancestrale e incompromesso, permette di contare su una entomofauna ricca di biodiversità e di trovare così risposte naturali a problematiche viticole di diverso tipo.” Bisogna considerare, inoltre, che questo fiume selvaggio è il creatore della cosiddetta pianura friulana, lo stesso ha plasmato nel lungo corso dei millenni depositando materiali provenienti dall’arco alpino del Friuli Venezia Giulia. Ricchezza di minerali, portati a valle dal Tagliamento, compongono un suolo di tipo alluvionale. I vigneti di Pitars sono ubicati in svariate zone, ogni varietà allevata è distribuita in modo da rispondere alle caratteristiche dei diversi appezzamenti; lo studio fatto a monte, una sorta di zonazione aziendale, ha permesso negli anni di ottimizzare il risultato di ogni singola unità. Le cultivar a bacca bianca, quali ad esempio sauvignon blanc, friulano, traminer aromatico, pinot grigio e malvasia istriana, si trovano sulle ghiaie ricche di minerali ma più drenanti della Tenuta San Martino, dove le uve possono esprimere al meglio le loro caratteristiche di mineralità e freschezza. Di contro le varietà a bacca rossa prediligono terreni più argillosi dei vigneti di Passariano, che ritengono acqua e minerali utili alla crescita della pianta e alla maturazione dell’uva. Lascio la parola ad Alessandro, classe 1993, segue assieme a Paolo la parte agronomica: “La vite è una pianta intelligente, che riesce ad adattarsi a quasi tutte le latitudini ottimizzando le risorse a disposizione. Un terreno ricco di sassi e magro può condizionare la crescita della vite ma ciò non è un limite per la qualità del prodotto; anzi, al contrario, contribuisce a caratterizzare i vini delle nostre zone. Noi abbiamo scelto di associare ad ogni suolo le varietà ad esso più congeniali”.

Pitars si trova all’interno di un anfiteatro morenico, un territorio per certi versi unico a livello pedoclimatico: le correnti fredde provenienti dalle Alpi si incontrano con le brezze temperate dell’Adriatico; a tutto ciò si unisce l’influenza del Tagliamento. Alessandro aggiunge: “Le vigne beneficiano sia dell’aria fresca proveniente dalle montagne, che dello scirocco ricco di sali proveniente dal mare. Allo stesso modo, il terreno e l’acqua di cui le vigne si nutrono sono arricchiti dai costanti apporti del Tagliamento: respirano e si nutrono dell’ambiente naturale creato dal fiume, che fortunatamente ha conservato fino ad oggi un elevato grado di naturalità”.
È da considerarsi l’ultimo grande fiume dell’Europa centrale che scorre liberamente, tra gli ultimi corridoi fluviali morfologicamente intatti delle Alpi a conservare il suo corso originario a canali intrecciati, tutto ciò rende il paesaggio molto caratteristico. Nasce a Lorenzago di Cadore, a 1.195 m di altitudine, poco a nord di Forni di Sopra (UD) nelle Dolomiti Friulane o d’Oltre Piave, mentre sfocia nel mar Adriatico tra Lignano Sabbiadoro (UD) e Bibione (VE). La sua lunghezza è 170 km con un bacino di 2700 km². Tra le tante info utili che ho avuto l’opportunità di ascoltare, aggiungo che il bacino del Tagliamento è candidato a diventare “Riserva della biosfera” dell’UNESCO. Un altro fattore determinante per Pitars è l’enoturismo, ho potuto constatarlo personalmente, l’amore per il territorio friulano e la promozione dello stesso è l’arma vincente con cui in futuro sarà possibile fare passi da gigante. Per l’occasione, venerdì 3 settembre, siamo stati invitati ad un evento molto interessante e al quanto singolare: Medioevo a Valvasone. Questo antichissimo borgo in provincia di Pordenone, come ogni anno si spoglia della cosiddetta modernità e si riveste con abiti antichi, medioevali. Anche noi autori e giornalisti siamo stati caldamente invitati ad entrare nello spirito della rievocazione storica: un percorso fatto di sapori, odori, rumori e luoghi.
Dopo la visita al Castello di Valvasone, abbiamo partecipato ad una cena in pieno stile medioevale, con tanto di piatti, posate e bicchieri di legno, oltre alla totale assenza di corrente elettrica e pietanze oserei dire più che nutrienti. Una splendida occasione per immergerci a pieno effetto in un’epoca lontana che ha segnato inesorabilmente la storia di questo territorio. Sorprendente il gran finale realizzato nella piazza più importante del paese: nel 700° anniversario della morte di Dante Alighieri, a ispirare l’intera edizione 2021 di Medioevo a Valvasone, è stata la Vita Nova. Giochi di fuoco, veri e propri acrobati e musiche suggestive hanno accompagnato i versi della più importante opera giovanile del Poeta. A voler mostrare ulteriormente il forte legame di Pitars con le meraviglie del territorio friulano, l’intera giornata successiva a quella di Medioevo a Valvasone, è stata interamente dedicata a San Daniele del Friuli (UD).

La nota capitale gastronomica italiana, famosa in tutto il mondo per il Prosciutto di San Daniele Dop, ha mostrato un fascino che va bel oltre l’aspetto meramente culinario. La visita alla biblioteca guarneriana n’è un fulgido esempio: fondata da Guarnerio d’Artegna, oltre ad essere la più antica biblioteca friulana è una delle più importanti biblioteche a livello europeo. Nata nel 1466 presso l’ex palazzo comunale, vanta circa 12.000 volumi, perlopiù rari ed antichi. Non è finita qui, la Chiesa di Sant’Antonio Abate coperta da ben tre cicli di affreschi è uno spettacolo senza tempo; i primi due vennero realizzati da Vitale da Bologna verso la fine del Trecento, il terzo fu affrescato da Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele, che vi lavorò dal 1497 al 1522.

Non poteva mancare la visita ad un prosciuttificio artigianale, La Glacere, tra i più piccoli dell’intero comprensorio. Sorge nel Borgo Sopracastello e deve il nome alla ghiacciaia cittadina, detta “glacere”, luogo dov’è attualmente ubicato lo stabilimento. Di seguito le parole degli attuali proprietari:” Su questo versante del colle di San Daniele la frizzante brezza delle Alpi Carniche entra direttamente nei saloni di stagionatura e si mescola a quella marina proveniente dall’ Adriatico. Questo connubio rende unico il processo di stagionatura delle cosce. Tradizione, natura e la dedizione delle persone, si fondono nel nostro prosciuttificio per realizzare un prodotto artigianale di altissima qualità.”. Il disciplinare del Prosciutto di San Daniele Dop è molto restrittivo, di seguito un breve estratto inviato dall’Azienda: “È fatto solo con maiali nati, allevati e macellati esclusivamente in Italia. I metodi di allevamento seguiti rispettano il benessere dell’animale e sono sottoposti a costanti e accurati controlli. I suini sono alimentati seguendo una dieta controllata, prevista dal Disciplinare di Produzione, a base di cereali nobili e siero di latte. Il prosciutto di San Daniele, grazie al sale e a una condizione ottimale di temperatura / umidità / ventilazione, si conserva perfettamente senza l’utilizzo di alcun conservante. La tecnica e le modalità con cui avviene la stagionatura determinano il gusto, la morbidezza e l’aroma del prosciutto. La stagionatura deve prolungarsi fino al compimento del tredicesimo mese dall‘inizio della lavorazione”.

Un elemento che caratterizza e differenzia questo nobile prosciutto da altri prodotti italiani è proprio la presenza del piede e delle ossa tarsiche. Dopo la visita allo stabilimento e soprattutto alle celle di stagionatura, paragonabili in parte a vere e proprie gioiellerie del gusto, è stata offerta una selezione di due prodotti distinti. Il primo è un Prosciutto di San Daniele Dop, minimo 19 mesi di stagionatura, il più ambizioso dell’Azienda, mi ha colpito perché in grado di sciogliersi letteralmente in bocca – solitamente amo la fetta un po’ più spessa – tuttavia devo riconoscere che la fetta un po’ più sottile, in questo caso, ha aiutato molto la masticazione e l’equilibrio tra i sapori; una particolare tendenza dolce ravvivata dalla sapidità mai preponderante. Il secondo prosciutto offerto, Il Fumât, segue lo stesso protocollo in termini di provenienza dei maiali, tipo di allevamento, produzione e quanto altro, ma non rientra nel disciplinare perché lo stesso non contempla l’affumicatura.

Un prodotto molto interessante, sempre minimo 19 mesi di stagionatura, che rispetto al precedente offre un ventaglio di aromi leggermente più ampio per via della lieve affumicatura con solo legno di faggio. Al palato la persistenza è notevole e l’equilibrio tra dolcezza e sapidità sempre misurato, che poi è il filo conduttore della produzione di La Glacere. Per valorizzare al meglio questi ottimi prosciutti di San Daniele, e viceversa, è stata organizzata una degustazione di vini Pitars in abbinamento. Andrò schematicamente a riassumere le caratteristiche delle due etichette degustate, più un focus specifico sulla presentazione ufficiale del Cuntrevìnt – etichetta iconica prodotta in soli 700 esemplari – riservando alle prossime singole pubblicazioni uno spazio ben più approfondito ad altri tre vini di punta della Cantina.

Ribolla Gialla Spumante Brut
Ribolla gialla in purezza, vinificazione in bianco mediante separazione del mosto dalle bucce con spremitura soffice. Fermentazione a temperatura controllata a 16 °C, spumantizzazione in autoclave con periodiche agitazioni dei lieviti. Vigneti in Braida Santa Cecilia, Codroipo (Ud), terreni sassosi tipici delle Grave del Friuli. Bollicina fine, perlage impeccabile, un paglierino chiaro, algido, molto elegante. Ricordi di mela gala, pera Williams, fragranza spinta ai massimi da suggestioni di panificazione; con lenta ossigenazione muschio bianco, menta peperita e iodio/calcare. Bolla carezzevole tuttavia dotata di sprint, freschezza sin da subito spinta ai massimi, post deglutizione il ritorno dolce-acido richiami i frutti percepiti al naso, il finale è mediamente intenso e dotato di una certa profondità.

Friuli Traminer Aromatico Braida Santa Cecilia 2020
Traminer aromatico in purezza, vinificazione in bianco mediante separazione del mosto dalle bucce con spremitura soffice. Fermentazione a temperatura controllata a 18 °C per favorire lo sviluppo degli aromi tipici del vitigno. Vigneti in Braida Santa Cecilia, Codroipo (UD), come per il precedente vino le uve crescono su terreni sassosi tipici delle Grave del Friuli. Paglierino estremamente luminoso, la classica parte aromatica – data dal Dna del vitigno – in questo caso è lievemente sussurrata, non preponderante: litchi, petali di rosa, pepe del Sichuan, albicocca e zenzero su ricordi di calcare e lieve smalto. Sapidità in primo piano, alcol ben gestito, freschezza che invoglia la beva e una coerenza notevole con quanto percepito al naso.

Sauvignon Cuntrevìnt 2019
Sauvignon in purezza che rappresenta simbolicamente la storia della Cantina e del Tagliamento, fiume selvaggio che ha influenzato notevolmente tutta la produzione di Pitars. Prodotto in soli 700 esemplari, sin dell’etichetta è un vino che mostra carattere e originalità. La stessa è stata ideata da Alessandro Dreossi, Founder e CEO dell’agenzia D&Co.; l’idea è quella di strappare il foglio in rilievo così da far apparire graficamente il corso del fiume che si dirama in maniera spontanea. Filari ubicati lungo il corso del Tagliamento, dunque prossimi alla sede della Cantina che ha sede a San Martino, si tratta di un unico appezzamento denominato Vigna San Cristoforo, il cui terreno – molto drenante – è ricco di sabbie e gode di una maggiore escursione termica e buona ventilazione. La vinificazione è svolta in solo acciaio, di conseguenza anche l’affinamento, lo scopo è preservare al massimo le caratteristiche del vitigno in relazione all’ambiente pedoclimatico che lo contraddistingue.
Veste un paglierino chiaro, elegante a livello cromatico, attraversato in controluce da lampi verdolini che sin da subito regalano un senso di freschezza e pulizia. Il naso è sulla stessa linea d’onda: austero, appena sussurrato, ha bisogno di diversi minuti per dischiudere i suoi aromi, ma quand’è il suo momento i frutti freschi e croccanti prendono il sopravvento. Dunque pesca bianca, pompelmo, toni lievemente pietrosi/fumé e tanto pepe bianco; lieve smalto in chiusura e svariate erbe aromatiche, su tutte il timo limone.
In bocca, non colpisce tanto per la freschezza che francamente mi aspettavo, avendo ormai capito lo stile di Pitars, ma per timbro, intensità, persistenza e lunga scia sapida. Un vino che a mio avviso non ha paura di invecchiare e che attualmente si trova solo all’inizio del suo lungo cammino.
Andrea Li Calzi




