|
Il mio viaggio inizia qui. Aprile, giornata di sole, il caldo comincia a farsi sentire. La mia musica preferita irrompe nel silenzio dei miei pensieri. I miei viaggi hanno sempre una colonna sonora, sono inscindibili dalle emozioni. Parto con il sole fra i capelli e il tepore di una estate anticipata, 21 gradi, direzione Bellona. Ho conosciuto ►La Masserie ad una degustazione, ci siamo lasciati con la promessa di un arrivederci a presto. Percorro l’A1 e lo svincolo Santa Maria Capua Vetere mi fa capire che sono a soli 4 km dalla mia meta e a 9 km dalla Reggia di Caserta. Distese di friarielli spigati che si muovono al vento, alberi di peschi si lasciano baciare dal sole e olivi centenari di Corniola fanno da recinto ai campi e alle viti, regine indiscusse del territorio. Questa è la zona del casavecchia, viti che hanno visto generazioni di figli crescere, ora salutano i nipoti di quegli uomini che per anni si sono presi cura di loro, contraccambiando con generosi frutti. Incontro Michele Vigliotti davanti alla sua azienda con un cane biondo che fa feste a profusione, di nome Sale. Michele mi spiega che tutto è nato dal reincontro, dopo alcuni anni, con l’amico Giuseppe Carusone, proprietario di una vecchia tenuta di fine ‘800, con 6 ettari di terreno in una zona immersa nel verde ancora incontaminata.
Il desiderio reciproco di tornare alla campagna, ha fatto sì che il sogno si trasformasse in realtà: la vecchia stalla diventa sala di vinificazione, il deposito sala di imbottigliamento, mentre per l’invecchiamento del vino vengono ripristinate le grotte sotterranee scavate a mano nel tufo dal nonno di Giuseppe. I vitigni sono sempre stati il casavecchia e il pallagrello, fin dai tempi in cui nessuno conosceva queste uve, venivano vinificate e vendute come vino sfuso, per lo più a privati e ristoratori locali. La svolta decisiva avviene nel 2005, quando iniziano a ridurre la quantità per ettaro a favore di una qualità maggiore. La prima vendemmia imbottigliata è stata quella del 2007 con il Casavecchia, seguita nel 2008 anche dal Pallagrello Nero e Bianco. I vigneti sono ubicati nei comuni di Bellona e Pontantelatone per il casavecchia, mentre sui monti Caiatini di Castel Campagnano nascono i due pallagrello. Sono affascinata dai vitigni autoctoni, impazzisco per loro, è una mania, uno stato di conoscenza alla conoscenza, è più forte di me. Grazie al ruolo storico che hanno avuto i Greci, gli Etruschi ed i Romani, il nostro vino fa “cultura”. La provincia di Caserta sta vivendo una vera e propria “primavera enologica”; infatti, oltre a rafforzare l’immagine dei grandi vini DOC della Terra di Lavoro, come il Falerno del Massico, il Galluccio e l’Asprinio di Aversa, promuove una gamma di vini tanto nuovi quanto rigorosamente ancorati alla tradizione e alla storia della provincia. Mi riferisco, ovviamente, al Casavecchia e al Pallagrello, che rappresentano il primo esempio vincente di quella politica vitivinicola imperniata sul recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni minori. La stessa provincia di Caserta, peraltro, non ha esaurito il suo contributo; infatti, favorita dai terreni vulcanici generati dall’attività del Roccamonfina, appare come un vero e proprio scrigno colmo di vitigni non ancora pienamente conosciuti. Ecco alcuni dei nomi delle varietà casertane su cui sono in corso studi: Coda di pecora, S. Antonio, S. Pietro, Aleatico, Rosso Antico.
L’azienda vinicola La Masserie produce 5 vini, di cui tre etichette per il pallagrello: Sensus, ottenuto da pallagrello nero 100%, maturato in botti di rovere per 15/18 mesi e affinato in bottiglia per altri 6 mesi; Vulturnus, pallagrello nero vinificato e maturato in acciaio, con un affinamento in bottiglia di 6 mesi; Tres Frigidae, pallagrello bianco che vede solo acciaio e affina 6 mesi in bottiglia. Altre due etichette per il casavecchia, che produce grossi grappoli di uva rossa (sembra uva da tavola) coltivata su terreni franco limosi, di medio impasto, derivanti dalle ceneri vulcaniche del Roccamonfina e dei Campi Flegrei: Oblivium, che dopo la svinatura ed un primo travaso con eliminazione della feccia grossa inizia un affinamento in barrique di rovere che dura dai 15 ai 18 mesi; dopo l’imbottigliamento, avviene un ulteriore affinamento per circa sei mesi; Vinalia, solo acciaio e affinamento in bottiglia per 5 mesi. Tutti IGT Terre del Volturno. Producono ogni anno dalle 1500 alle 2000 bottiglie per ogni singola etichetta. A proposito, incuriosita dalle etichette chiedo informazioni e vengo a scoprire che sono opera del pittore napoletano Bruno Donzelli. Seduti, mentre mangiamo gnocchetti con cozze e pummarola fresca, cucinati rigorosamente dalla signora Maria e accompagnati dal Pallagrello bianco, l’intervista a Michele prende forma.
Perché “La Masserie”? Da dove prende il nome? Il nome prende spunto dalla località in cui sorge l’azienda denominata “Masseria Vecchia”. E’ stato però francesizzato per diversi motivi tra i quali la nostra ispirazione alle piccole cantine della Borgogna, la pronuncia che in francese richiama molto quella del nostro dialetto “a masserì” è utile per distinguerci da altre aziende che già usano il nome “masseria”. Biologico, biodinamico, Vin Natur, Triple A, puntare alla massima naturalità del prodotto, ci sono dei cambiamenti in vista nei prossimi anni? Sicuramente il futuro dovrà volgere in questa direzione, alla quale anche noi guardiamo con attenzione, ma allo stato attuale esiste ancora troppa confusione soprattutto nel mondo del vino. Il termine biologico oggi ha il suo fascino e attira tutti, ma si può affermare con certezza che in una gomma da masticare troviamo additivi che mai troveremmo in una bottiglia di vino. Non è semplice produrre un vino adatto a lungo invecchiamento completamente biologico sia in vigna che in cantina, ma sicuramente ci stiamo provando e continueremo a farlo.
Mi spieghi il vostro personale rapporto con il vino? Il nostro rapporto col vino è una simbiosi iniziata con la nascita. Siamo la terza generazione di produttori anche se per un certo periodo ci siamo allontanati dalla terra per sviluppare altre attività, ma poi il richiamo è stato più forte di tutto il resto. Noi andiamo avanti semplicemente perché facciamo quello che ci piace; vivere la libertà, svegliarsi col cinguettio degli uccelli, sdraiarsi nei campi come facevamo da bambini sono stimoli sufficienti per andare avanti. Tutto questo poi porta di conseguenza a dei riconoscimenti, ma la strada è ancora lunga non abbiamo intenzione di fermarci.
Producete vino: ce n’è uno che portate sempre nel cuore? Quello del cuore in genere è sempre il primo. Così per me è la prima vendemmia di Casavecchia Oblivium, mentre per il mio socio è la prima vendemmia di Pallagrello Sensus. Entrambi però ci aspettiamo molto dalla nuova etichetta che presenteremo il 29 maggio a Milano, in occasione dell’evento benefico “Un calice per l’AISM“, un blend di casavecchia, pallagrello e aglianico che si chiamerà Trias.
Non eravate presenti al Vinitaly, perché? Il Vinitaly rappresenta per noi un punto di arrivo e non di partenza. Anche non avendo uno stand partecipiamo alla kermesse vinicola più importante per imparare, siamo spesso ospiti di cantine secolari del Veneto e della Toscana, apprendiamo molto sul marketing che fanno coloro che sono presenti da sempre, partecipiamo a degustazioni guidate, studiamo la possibilità di introdurre nuovi macchinari. Insomma, per ora lo giriamo a 360 gradi come nessun produttore potrebbe fare essendo impegnato con il proprio desk. Tra poco però arriverà anche il nostro momento.
Quanto è difficile fare il vino a Bellona? Non credo sia difficile fare il vino a Bellona più di quanto non lo sia in altri posti. Quello del vignaiolo è un lavoro duro, sacrificante ma anche ricco di soddisfazioni, come quando si ricevono apprezzamenti per il proprio prodotto, di cui ogni produttore che sta in cantina in prima persona andrà sempre fiero.
Consigliereste ai ragazzi di oggi di intraprendere la strada del vino? Noi crediamo che il ritorno alla campagna rappresenti il futuro delle nuove generazioni. L’Italia non è più il paese delle grandi industrie, se vogliamo avere un futuro dobbiamo puntare tutto su turismo e agricoltura; quale che sia il prodotto finale, vino, formaggio, frutta o altro, consiglieremo sempre ai giovani di investire tutto sulla terra.
Nuovi progetti? Nuove sfide? Di progetti ne sviluppiamo in continuazione. Il prossimo in ordine di tempo come ho detto sarà il lancio della nuova etichetta Trias. Ma poi ci sono in cantiere nuovi vigneti da impiantare, la produzione di olio e l’intenzione di dare una ricettività completa alla nostra azienda. Sul fronte del mercato stiamo cercando di introdurre il prodotto in Paesi che oggi sembrano fuori dagli standard classici come importatori di vino ma di cui presto, ne siamo certi, sentiremo parlare.
La crisi e il vino. L’Italia e l’estero. La crisi incide sul vino come in tutti i settori negli ultimi anni, anche se in modo diverso. Nonostante l’export italiano sia aumentato ed è arrivato ad essere il primo al mondo nei locali italiani, ormai la gente guarda soprattutto la parte destra della carta dei vini, ovvero quella dei prezzi; i ristoratori e i distributori non riempiono più le loro cantine e si tende a saldare i conti coi produttori sempre più tardi. Il mercato enologico italiano in linea di massima non va male, ma come ho detto all’inizio, oggi a causa della crisi è molto più facile vendere vino a basso costo che non un prodotto qualitativamente alto che sicuramente è apprezzato, ma non più alla portata di tutti. In alcuni casi poi gli eccessivi ricarichi apportati nei vari passaggi fanno sì che una bottiglia arrivi a tavola con un costo 3-4 volte superiore a quello iniziale, e tutto ciò sicuramente alla lunga non aiuta nessuno. In Italia poi il vino è moda, così bottiglie che 10 anni fa erano pregiatissime oggi le troviamo sui bancali dei supermercati o, viceversa, vini che una volta venivano usati per il taglio oggi sono sulla cresta dell’onda. Attualmente siamo in pieno periodo di bollicine, e così tutti a spumantizzare vitigni che mai si sarebbe creduto potessero essere trattati in questo modo… ma questo è il mercato. Ci vorrebbe solo un po’ di equilibrio e buon senso in più. Il mercato estero però credo sia ossigeno un pò per tutti, in relazione ai quantitativi ordinati e alla puntualità nei pagamenti, per cui dobbiamo cercare di giocarci questa carta al meglio e non commettere gli stessi errori fatti in Italia.
Mi piacciono i loro vini, raccontano della loro terra, dell’aria che si respira, della fatica e del sudore di un produttore. Sono schietti, sinceri, non ruffiani, semplici e senza fronzoli aggiunti. Amo la Campania, amo questi vini, venirli a trovare non è stato semplicemente un viaggio, ma un’occasione di conoscenza!
|