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Sicuramente ne è valsa la pena, i 210 km abbarbicato e inerpicato su per gli appennini Tosco-emiliani, per poi aprirsi nel temuto confronto con le mai finite vallate del comprensorio modenese, mi hanno dato la giusta tensione per entrare nel bellissimo Castello di Levizzano Rangone e leggere “To Be Lambrusco 2013“. Dove la forza e la determinazione dei produttori riuniti nell’associazione Simposio dei Lambruschi ovvero Pederzana, Il Farneto, Fiorini, Ca’ Berti, Paltrinieri, Fattoria Moretto, Podere il Saliceto, Francesco Vezzelli, sperando di non averne dimenticato alcuno, hanno fatto in modo di coinvolgere tutti i produttori delle province limitrofe, quali Parma, Reggio Emilia, Modena e la stessa Mantova, ad affacciarsi al balcone della novità, a raccontare le loro storie di vino e i colori della nuova annata. Perchè andare a To Be Lambrusco, dove la mia toscanità ha poco a che spartire: corpo, tannini, struttura, le indefinite e ineguagliate caratteristiche aromatiche che la fanno da padrona… Ma avevo raccolto dentro di me, quella giusta dose di curiosità, il desiderio di vedere cosa poteva offrire quel vitigno e quali particolari sensazioni avrebbe espresso poggiando il calice sporcato di colore, sui merli della torre finalmente filtrata da un sole convinto. Questo tanto dimenticato e forse snobbato lambrusco, mai stato capace di o forse mai stato messo nelle condizioni di mettere il vestito delle feste, che però, e direi finalmente il “Simposio dei Lambruschi” è stato capace di fargli indossare. Un vitigno che ricordiamo, gli antichi romani chiamavano Labrusca Vitis, ovvero quella parte di vitigni selvatici e mai domati che crescevano a latere delle coltivazioni principali. Solo il tempo ha saputo dargli la dignità del nome, Lambrusco, quel nucleo di vitigni espressione del Nord, che vanno ora a tradursi in Sorbara, Salamino, Grasparossa.
All’interno del castello trentacinque produttori hanno proposto il meglio del proprio terroir, un Lambrusco di qualità, ambasciatori determinati di un’eccellenza conquistata e giustamente acquisita. Ricco e di altissima qualità il programma proposto, con una significativa riscoperta “dei mille volti del Lambrusco” ovvero la tradizione della rifermentazione in bottiglia. Un cocking show in cui il lambrusco cerca moglie, con l’ausilio di grandi professionisti della Modena a Tavola. Delle tavole rotonde di rilevante spessore, in cui questo prodotto si lancia alla conquista del mondo, e un secondo momento in cui si identifica il ruolo del vino in rete, tra blogger, social media e stampa. Ma sono stati i banchi di assaggio il campo dove il confronto, e cioè la presa di conoscenza e coscienza, a dare il giusto valore alle alchimie messe in campo. Qualcuno poteva prepararsi a degustare prodotti di buona, anche notevole fattura, nei giusti canoni del disciplinare, con il loro color ciliegia; oppure porpora scuro, rosa brillante, con schiume vivaci, talvolta violacee. In un disegno ben identificato di ottima acidità, inusitata freschezza ed effervescenza mai doma. Con un palato pervaso da estesi e ampi aromi fruttati, dalla fragola ai frutti selvatici, lo stesso lampone, su un vino di buon nerbo. Ma sì, certo… tutto questo c’era, ed era ben presente, come un compito ben fatto all’esame di maturità magistrale. Ma dentro quel prodotto, facendolo frullare sul palato ho percepito una profonda voglia di innovarsi, una ricerca spasmodica di qualità, uno studio attento delle potenzialità inespresse e da cogliere, da questo umile e tanto generoso vitigno, forse fin troppo. Produttori alla continua ricerca di identità uniche, attraverso sempre più particolari studi delle caratteristiche varietali. Tutto questo finalmente lo possiamo trovare nel calice, in un’espressione ricca di ricerca per un livello qualitativo sempre più alto del Lambrusco. Se ben ricordo il grande Mario Soldati, nel suo Vino al Vino, parlava del lambrusco come “dell’umile Champagne dell’Emilia Romagna”. Confesso, che mi sarebbe piaciuto, e credo non solo a me, fargli degustare ora… questo umile Champagne.
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