Nebbiolo Prima 2013 ≈ capitolo Barolo ≈

Sua Maestà il Barolo anche quest’anno ha rivestito un ruolo di primo piano nell’anteprima Nebbiolo Prima, organizzata a maggio dall’associazione Albeisa in collaborazione con la società di comunicazione trevigiana Gheusis all’interno del Palazzo Mostre e Congressi di Alba.
Complice la “calda e ricca” annata 2009, che teoricamente avrebbe dovuto regalare vini particolarmente ricchi, morbidi e facili da bere ma che in realtà ha invece giocato più di uno scherzo ai produttori in primis, e in seguito ai degustatori, complici strutture e gradi alcolici in eccesso ed imbarazzanti squilibri, associata a una primavera 2013 “nervosa e irrequieta”, fatta di frequenti giornate gelide e piovose che hanno impedito a molti Barolo di proseguire o, in molti casi, di iniziare serenamente il loro affinamento e maturità in bottiglia, i degustatori quest’anno hanno avuto il loro bel da fare per domare e valutare la potenza e la scontrosità dei 215 Barolo analizzati nel corso di quattro mattinate, nonostante la lungimirante scelta dei sommelier dell’AIS di Cuneo di mantenere una temperatura di servizio non superiore ai 16 gradi per cercare di privilegiare il più possibile il frutto e facilitarne la beva.

È pur vero che al Barolo, il grande vino italiano per eccellenza, ottenuto da uve Nebbiolo in purezza, occorre avvicinarsi con il dovuto rispetto, memori delle sue origini nobili risalenti a metà dell’Ottocento, quando nacque grazie alla caparbietà di Camillo Benso Conte di Cavour e di Giulia Colbert Falletti, ultima marchesa di Barolo, che intuirono luoghi e modi per creare un vino eccezionalmente ricco e armonioso, destinato a diventare l’ambasciatore del Piemonte dei Savoia nelle corti di tutta Europa.
Circa un secolo dopo, il 1° aprile 1980 veniva varato il disciplinare della Docg che racchiudeva il territorio di origine in 11 comuni (Barolo, La Morra, Monforte, Serralunga d’Alba, Castiglione Falletto, Novello, Grinzane Cavour, Verduno, Diano d’Alba, Cherasco e Roddi), stabiliva che il periodo minimo di invecchiamento fosse di 36 mesi, di cui 24 mesi in botti di rovere o di castagno, elevati a 60 per la versione “riserva”, e la gradazione alcolica minima di 13 gradi.
Quest’ultima da sola dice già molto sul radicale cambiamento avvenuto nell’ultimo trentennio del metodo di coltivazione, e quindi di resa, del vitigno nebbiolo, considerando che ormai da anni è praticamente impossibile reperire una bottiglia al di sotto dei 14 gradi.
Da ricordare che l’ultimo importante lavoro a favore del Barolo è stata la delimitazione e l’ufficializzazione del Disciplinare delle Menzioni Geografiche Aggiuntive, avvenuto nel 2009, un paio d’anni dopo rispetto al Barbaresco, per cercare di porre chiarezza e ordine sui prestigiosi “Cru”, ovvero sui nomi delle località più vocate per la coltivazione, indicati in etichetta.

Una premessa mi sta particolarmente a cuore: al di là di tutte le considerazioni tecniche e degustative, come per tutti i prodotti enogastronomici della nostra Penisola, ritengo che il modo migliore per comprendere appieno il fascino di questo lembo di terra e degustare il Barolo nel pieno delle sue potenzialità ed espressività, sia obbligatorio recarsi nella sua terra di origine, percorrendo ad esempio la “Strada del Barolo” e fermandosi a fare visita a qualche produttore, oppure facendo sosta presso le Botteghe Comunali di Serralunga, di Diano d’Alba, di Castiglione Falletto, presso la Cantina Comunale di La Morra (dall’attiguo “Belvedere” si gode un affascinante panorama di buona parte del territorio), l’Enoteca di Grinzane Cavour o l’Enoteca di Barolo, dove ha sede un avveniristico Museo del Vino, sfruttando anche l’attuale ottima disponibilità di Barolo. Infatti in attesa (ma per molti produttori la parola giusta sarebbe “sperando”…) che i mercati emergenti facciano razzia del reale vino, i dati forniti dall’Albeisa rilevano un costante aumento di produzione, dovuto al progressivo aumento degli ettari vitati negli undici comuni che delimitano questa Docg, passati dai 1.804 del 2007 ai 1.886 del 2010, con il conseguente cospicuo incremento di bottiglie da 10.964.000 a 12.147.000.

Degustazione Comune per Comune
Le note tecniche relative alla campagna agraria del 2009 raccontano di uno sviluppo fenologico della vite iniziato in ritardo, a causa di un inverno ricco di nevicate e un inizio di primavera piovoso, ma proseguito molto velocemente, più celere rispetto alle medie degli ultimi anni, grazie al tempo stabile e alle temperature elevate, specie nella seconda metà di agosto, con problemi di stress idrico circoscritte solo grazie alle riserve di acqua accumulate nei mesi precedenti.
Queste particolari condizioni hanno determinato un andamento della maturazione irregolare, considerando addirittura che in alcune zone le uve Barbera hanno raggiunto la maturità prima rispetto a quelle di Dolcetto, e quasi ovunque un anticipo della data di raccolta, iniziata la settimana dopo Ferragosto per la varietà aromatiche come il Moscato e per le uve destinate a base spumante come i Pinot e lo Chardonnay, e che si è protratta fino a inizio ottobre con le ultime vendemmie di Nebbiolo, iniziate all’incirca l’ultima decade di settembre.
Le analisi delle uve evidenziavano una notevole ricchezza di zuccheri supportati da una buona acidità, mentre la bassa quantità di acido malico confermava la completa maturazione delle uve, requisiti determinanti per valutare teoricamente questa vendemmia una delle migliori degli ultimi anni poiché, con le adeguate accortezze di cantina, le caratteristiche delle uve sono ottimali per vini da invecchiamento.

SERRALUNGA D’ALBA – Una delle patrie per eccellenza dei Barolo rigorosi, severi, che necessitano di “un’adeguata permanenza sul trono” per esprimersi, quest’anno ha riservato la piacevole sorpresa di regalare vini con un tannino fresco, ricchi di sentori fruttati e minerali, in bocca grande sapidità ed eleganza. Dei 34 vini assaporati, da segnalare in ordine di crescente complessità, struttura e piacevolezza nella beva l'”Ornato” di Pio Cesare, i “Del comune di Serralunga d’Alba” di Alessandro Rivetto, di Luigi Pira, di Giovanni Rosso e l’inebriante “Serralunga” di Paolo Manzone. Sul fronte dei “cru”, ottima interpretazione del “Cerretta” di Germano Ettore, a cui ha risposto Guido Porro con il “Lazzarito” del “Vigna Lazzairasco” e il “Vigna S. Caterina” e Le Cecche con il “Sorano”. Si confermano di grande intensità il “Parafada” di Massolino, il “Marenca” di Luigi Pira, il “Margheria” di Azelia, il “Luigi Baudana” di Vajra e i “Prapò” di Ceretto e di Germano Ettore.

MONFORTE D’ALBA – Altra patria di vini austeri, molto longevi, di non facile e pronta beva, che però in parte si è presentata “ingentilita”, con vini caratterizzati da un tannino fresco, denso e avvolgente, piacevoli fin d’ora. Questo discorso purtroppo esula il cru “Bussia”, poiché buona parte dei 14 Barolo degustati presentavano un tannino un po’ acerbo, asciutto, che solo l’affinamento in bottiglia ci permetterà di scoprire se ha le qualità per maturare, regalando eleganza e complessità. Ad oggi i più promettenti mi sono sembrati il “Bussia” di Giacomo Fenocchio, il “Campo de Buoi” della Tenuta Arnulfo Costa di Bussia e il “Dardi Le Rose” dei Poderi Colla. Migliore è stato invece l’impatto con il cru “Castelletto”, in particolare nei vini di Cascina Chicco, di Giovanni Manzone, di Josetta Saffirio e di Mauro Veglio. Uno dei migliori del lotto è sicuramente il “Le Coste di Monforte” di Diego Conterno, così come altrettanto ricco, piacevole e intenso è il “Sorì Ginestra” di Conterno Fantino. Contrapposte invece le sensazioni degustando il Barolo di La Fusina e il “Pressenda” di Marziano Abbona o il “San Giovanni” di Gianfranco Alessandria: nel primo l’impatto è più immediato, fruttato e dalla beva invitante; negli altri due spezie e sentori legno/vanigliati piacevoli consigliano l’attesa di qualche anno per assaporarli appieno.

VERDUNO – Ristretto il gruppetto di produttori aderenti alla rassegna, appena otto, tra i quali però spiccava uno dei migliori vini di tutta la rassegna, il “Neirane” di Bosco Agostino, caratterizzati da tannini decisi ed eleganti, buon quadro aromatico con particolari note speziate. Di buona fattura anche il “Pisapola” di Cantine Ascheri e il “Massara” del Castello di Verduno, mentre mi sono sembrati ancora un po’ scontrosi e in eccesso alcolico i due Barolo provenienti dal cru storico “Monvigliero”, quelli di Fratelli Alessandria e di Paolo Scavino.

NOVELLO – In ascesa i vini provenienti da questo piccolo territorio, ben 9, dove spiccavano per pulizia, freschezza e piacevoli speziature il “Ravera” di Mario Giribaldi, il “Bergera-Pezzole” di Le Strette e l'”Audace” di Roberto Sarotto.

BAROLO – Molte le aspettative per la trentina di vini provenienti dal “capoluogo”, anche se purtroppo qualcuno ha deluso in termini di pulizia e armonia. Sostanzialmente ben interpretato il famoso cru “Cannubi”, tannini fitti, freschi e piacevoli riscontrati in particolare nei vini di Fratelli Serio e Battista Borgogno, Damilano, Poderi Luigi Einaudi e Michele Chiarlo, uniti ai “Cannubi San Lorenzo-Ravera” di Giuseppe Rinaldi ed al “Cannubi San Lorenzo”di Cavalier Bartolomeo. Spicca per eleganza, sentori balsamici e persistenza il “Brunate” di Marcarini, ricchezza convincente nell'”Essenze” di Terre da Vino, mentre sono la notevole freschezza e la beva invitante le armi vincenti del “Monrobiolo di Bussia” di Bric Cenciurio, del “Ravera” di Cagliero, del “Sarmassa” di Giacomo Brezza e Figli, del “Bergeisa” di Le Strette e del “Buon Padre” di Giovanni Viberti.

CASTIGLIONE FALLETTO – L’annata 2008 aveva ripagato appieno gli sforzi e i sacrifici dei produttori di questo comune, raccogliendo elogi e approvazioni grazie all’ottimo equilibrio ed eleganza riscontrate. L’annata 2009 è apparsa invece più avara di gratificazione ed encomi, con vini di gran corpo e tenore alcolico ma con tannini verdi e asciutti e poca freschezza.
Fanno eccezione tra i 24 vini degustati il cru “Villero” di Poderi e Cantine Oddero e di Livia Fontana e il “Parussi” di Massolino, dove non mancano frutto fresco e sapidità, gli speziati “Rocche di Castiglione” di Roccheviberti e di Fratelli Monchiero, il “Vigna Pugnane” di Cascina Sciulun di Franco Conterno, il “Puntà Ciabot Tanesio” di Sobrero, il balsamico “Solanotto Altenasso” di Cavalier Bartolomeo e il Barolo di Bongiovanni.
LA MORRA – Altro comune che ha un po’ deluso le aspettative, con vini notoriamente caratterizzati da un tannino fine e morbido, che in questa annata pare abbiano perso di “gentilezza”, oltre che di freschezza, con qua e là sentori terziari che avanzano minacciosi all’orizzonte. Anche in questo caso però un maggior affinamento in bottiglia dovrebbe arrotondare certe spigolature o far maturare tannini un po’ ruvidi e invadenti. Ben 55 i vini presenti, dove a far da “padrone” è stato il cru “Rocche dell’Annunziata”, noto per la sua apparente immediatezza e facilità di beva normalmente supportata però da una buona longevità: dalla degustazione alla cieca sono emersi i Barolo prodotti da Mauro Veglio, Rocche Costamagna e Mario Gagliasso e nell'”Annunziata” di Renato Buganza. Meno convincente il cru “La Serra”, eccezion fatta per Bosco Agostino, piccolo produttore che si conferma molto attento ad interpretare con precisione le varie sfumature dell’annata e del vigneto. Equilibri ed eleganza presenti nel “Brunate” di Ceretto e di Mario Marengo, così come nel “Conca” di Mauro Molino (molto piacevole e invitante anche il suo “Vigna Gancia”) e di Renato Ratti e nel “Bricco Luciani” e nel “Turne” di Silvio Grasso. Minor complessità e potenza a vantaggio della facilità di beva per il “Roccettevino” di Ciabot Berton e per il “Gattera” di Monfalletto Cordero di Montezemolo, così come per i Barolo di Alessandro Veglio e di Negretti.

Conclusioni
Uno degli aspetti affascinanti dei vini piemontesi risiede senza dubbio nella diversità ed unicità delle varie annate. All’interno delle stesse, ogni produttore interpreta con il suo stile tradizione e tipicità del vitigno, chi cercando di perseguire finezza ed eleganza chi andando invece alla ricerca di tonalità, aromi e concentrazioni maggiori.
Relativamente all’annata 2009, negli appunti redatti dai tecnici e fornitici dall’Albeisa, evidenzio una nota molto importante: “Laddove la scelta dell’impianto e la conduzione si sono dimostrate corrette, con gestioni del vigneto appropriate e tempestive, adattate alle condizioni climatiche e ambientali dell’annata, hanno consentito una produzione qualitativamente migliore, sottolineando ed aumentando il divario con chi pianifica la conduzione senza considerare le influenze del clima e dello sviluppo della pianta“.
Di conseguenza la logica, ma tutt’altro che banale, considerazione che è più che mai indispensabile interpretare l’annata ed il vigneto in relazione all’obiettivo enologico che si vuole raggiungere, cercando ovviamente di ottenere il massimo da un patrimonio ineguagliabile come è un vigneto di “Nebbiolo da Barolo”. Premessa l’assoluta opinabilità e soggettività dei giudizi su un vino, chi preferisce l’austerità e la complessità, chi la pienezza e il calore, chi ancora floreali freschezze (tutte caratteristiche che tra l’altro si possono trovare senza eccessive difficoltà nel ricco e invidiabile patrimonio enologico di Langa e del Roero) credo che si possa affermare che, “bicchiere alla mano”, anno dopo anno sono sempre più numerosi i produttori che centrano il difficile e ambizioso obiettivo!
Luciano Pavesio



