Sacrafamilia Gran Dama Arte Della Luce: quando le vigne offrono il volto alle luci della natura

“La Storia del vino si sta scrivendo” Anna Mercandelli
I segreti di una terra li conosce solo chi le affida i suoi passi senza contarli, pensando a J.Prevèrt… Come una donna dipinta da Leonardo, qui la terra è pura e gentile; originaria, e in evoluzione, dove microrganismi indisturbati lavorano per purificare il terreno; tra le vigne si percepisce una “musicalità” come se le piante aspirassero ad esaltare il tocco espressivo delle corde, non quello che rimbomba; in un teatro di silenzio rassicurante e armonioso; un’ambiente situato in una logica del ricevere, con quel rispetto reciproco che non dà spazio a compromessi.
Le luci e i caldi colori dell’autunno dominano lo scenario; i vigneti dell’Azienda Sacrafamilia Gran Dama Arte Della Luce si trovano tra Godiasco e Rivanazzano, nell’Oltrepò Pavese, su terreni che fanno parte del Miocene-langhiano (intorno ai 15 milioni di anni fa) costituiti da strati massicci di marne depositatesi in un mare molto profondo; si presentano in prevalenza sotto forma di marne bianco azzurrognole, a volte giallastre, in strati di vario spessore, alternate talora con strati arenacei o calcarei. Anna Mercandelli, con il marito Domenico Capeto (Mimmo), titolari dell’Azienda, hanno un legame di forte complicità con la terra, e conducono il loro lavoro con la massima dedizione e umiltà, la loro è una filosofia apparentemente semplice, ma dalla profondità disarmante. I vigneti, uniti alla fede sono al centro di tutto; con ferma attesa osservano di giorno in giorno la piena maturazione dei frutti. I vini prodotti risultano assolutamente puri, di incanto esotico e dal carattere aristocratico; esprimono un linguaggio così nudo e naturale, ma dalla precisa forma e rigore; una proprietà intellettuale da difendere, che si distacca dal “comune pensare” e che richiede riflessione per arrivare, con molte domande ancora, alla comprensione. Alla degustazione ci troviamo in assenza di parole, certa è la nobile bellezza, come opera fondamentale fatta da terra, cielo, vento, acqua. L’intensità dell’intervista stessa sembra trasmetterci, secondo noi, un senso di pace.

Ringraziamo Anna e Mimmo per averci dato questa importante opportunità.
Mimmo tu sei un musicista, che cosa ha significato per te passare dall’arte musicale a quella di produrre vini così particolari, qual è stato il tuo percorso da quando hai conosciuto Anna?
Desidero dire una cosa, per me la più importante: la musica, come il vino per me è una missione, perché noi siamo stati creati per conoscere ed amare Dio, questo è il nostro servizio.
Io nella musica ero innamorato di quello che facevo, come sono innamorato di quello che sto facendo ora. Sono partito con un percorso un po’ strano, perché ero astemio, quando ho conosciuto Anna, bevevo solo acqua, basta, anzi ero uno che s’intendeva d’acqua, quella era buona, quell’altra meno buona, per me era la cosa più importante e quindi dovevo capire quello che bevevo.
Il vino non era per me. Da bambino lavoravo con mio zio: lui beveva ed era spesso “su di giri” ed io ne ero addolorato, pensavo che non avrei mai bevuto vino, era l’ultima cosa che avrei pensato di fare nella vita. Ho iniziato a bere a 37 anni, quando ho conosciuto Anna.
Il vino è diventato una passione, è vero che si fanno grandi sacrifici, ma è talmente grande il dono che ti da il vino che non si può tornare indietro, avete visto il freddo che faceva oggi in vigna: ebbene noi andiamo a lavorare sia sotto la pioggia, sia al gelo che sotto la vampa del sole, siamo sempre in vigna, però quello che conta cos’è?
Cos’è per noi fare agricoltura naturale? Come ci sono le tre Virtù Teologali: Fede, Speranza e Carità, tre sono anche le motivazioni che ci animano: la prima è che il vino naturale fa bene alla salute, la seconda è che lavorare con amore e con il cuore ci riempie di gioia, la terza è che per noi e l’agricoltura naturale è una scuola di preghiera, perché affidiamo a Dio tutti i nostri sacrifici e tutto il nostro lavoro nella speranza di arrivare alla fine del raccolto. Per questo noi la definiamo un’agricoltura spirituale e il vino che facciamo rappresenta per noi l’unione tra lo spirito e il corpo e tra il cielo e la terra. Di un progetto così bello, come fai a non essere contento! Il sacrificio è grande, ma ti dà un’immensa gioia. Penso che l’incontro con Anna sia stato voluto da Dio. Penso veramente che ci sia stata affidata una missione: l’agricoltura spirituale.
In questi anni di duro lavoro e forza spirituale in vigna, attraverso quali prove, osservazioni ed eventuali errori, avete capito come produrre il vostro vino, anche se come dici, ci sono ancora molte cose da imparare.
L’idea di “spirituale” ti aiuta a conoscere l’aspetto materiale, per esempio nel 1999 mio suocero, parecchie volte mi portava in vigna ad assaggiare l’uva, “assaggia questo acino e poi assaggia quell’altro”, io che non sapevo niente, non capivo. Oggi, ripensando al passato, ho capito che era una cosa importante e non semplicemente come dire:” ma sì… vado a mangiare qualche acino d’uva”. Il principio era quello di andare oltre, da quell’acino d’uva sarebbe uscito qualcosa di veramente importante. E’ chiaro che abbiamo fatto tanta esperienza, ogni anno per noi è un anno di esperienza in più. Nel passato quindi abbiamo provato a fare di tutto, raccogliere l’uva matura, quella non matura a causa delle piogge autunnali incessanti, su quella ammalata abbiamo selezionato acino per acino, poi diviso in tante botti. E’ chiaro che si sono anche verificati degli imprevisti, è capitato che, a causa dell’uva non matura, una botte avesse la volatile alta. Noi portiamo l’uva in cantina appena raccolta, la pigiamo subito e già il giorno dopo parte naturalmente la fermentazione. E’ chiaro, ogni anno impariamo cose nuove nelle fasi di evoluzione del vino, però per fare questo bisogna conoscere il vigneto, bisogna conoscere l’uva. Anna ed io conosciamo quasi tutte le viti, come si sono comportate nel corso degli anni, viviamo così, e ogni anno viviamo delle meraviglie, dalla vigna alla cantina, noi siamo fatti così.
Quando siamo in cantina noi non pensiamo tanto alla tecnica perché il vino, quando l’uva è straordinaria verrà buono.
Con l’uva cattiva non si fa un vino buono, neanche provando a metterci tutto quello che si vuole.

Mimmo, cosa rappresenta per te Grandama?
Grandama rappresenta l’inizio di un cammino; ricordo, quando abbiamo iniziato io non sapevo nulla né di agronomia né di enologia, abbiamo incominciato a pensare a Grandama come un qualche cosa di particolare…e ci siamo detti, “lì non diamo più niente” neanche lo zolfo che io davo a mano. Ricordo quell’anno, il 2008, un’annata molto piovosa, dove moltissimi davano il trattamento sistemico ripetutamente, noi non avendo dato nulla abbiamo prodotto solo un centinaio di bottiglie, ma di eccelsa qualità. Cosa è successo? E’ successo che la nostra determinazione nel perseguire l’agricoltura naturale ha reso saldo l’incontro con Shumei attraverso la firma di una partnership per la valorizzazione dell’agricoltura naturale nel mondo. Il vino quindi è stato un segno per qualcosa di più importante, un unione, un insieme; un incontro tra due fedi diverse ma con un unico progetto, noi non abbiamo sposato il progetto, abbiamo sposato il Progettista, questa è la cosa più importante. A cosa ci porterà non lo so, però quello che conta, come disse Madre Teresa, l’importante è dare il massimo, poi se non riusciamo a finire quello che abbiamo iniziato, lo finirà qualcun altro, noi mettiamo le basi sulla roccia qualcuno ci seguirà.
Oggi ti senti un vignaiolo vero?
Non lo so, di una cosa sono sicuro, io sono figlio di Dio e so che mi ama e io devo fare altrettanto, devo ricambiare quello che Lui ci ha dato praticamente in prestito, perché alla fine noi siamo lì quasi in affitto, nel senso vero della parola e, come abbiamo visto stamattina in vigna, dobbiamo lasciare un segno per cui la gente può pensare “questi non li capiamo, però è bello quel che fanno”.
Anna, tu vieni da una famiglia di vignaioli. Qual è il tuo ricordo più bello da quando sei entrata in cantina? Cosa ti ha incuriosito di più?
Mi ricordo che avevo 5/6 anni, mio papà mi ha presa e detto: “vai dentro”, era una vasca rossa di circa 200 litri, “e pesta l’uva con i piedi”, è il mio unico ricordo di allora. Poi nella mia giovinezza ho fatto tante cose bellissime: ricordo con affetto i compagni di scuola, però sempre con una certa solitudine dentro il cuore, perché noi abitavamo lontano dal paese, quindi i compagni di scuola li vedevo solo negli orari di lezione.
Dall’alto della casa dove abitavo, guardavo verso il paese e mi dicevo:” come vorrei abitare vicino ai miei compagni, giocare e parlare con loro”, questo fino a 18 anni. Io ho frequentato la scuola agraria, prima di sceglierla, mio papà mi ha accompagnato in tutte le scuole di Voghera e mi ha detto: “Anna tu non devi pensare a niente, solo alla scuola dove ti piacerebbe stare per 5 anni a studiare”, l’ultima scuola che abbiamo visitato è stata la scuola di agraria Carlo Gallini e vedendola ho detto: “Papà questa è la scuola che mi piace di più”.
C’era del verde, c’era la campagna; le altre erano molto cittadine, come delle caserme; e così ho scelto di fare agraria. Il ricordo più bello sono stati i miei professori, tutti speciali, uno più dell’altro, ci sopportavano tutti, il nostro obiettivo non era sicuramente quello di imparare l’agricoltura, ma solo quello di finire la scuola, che alla fine per me stava diventando pesante perché io vivevo all’età di 18 anni già in una dimensione di lavoro familiare.
Finiti gli studi sono subito entrata in azienda a lavorare, c’era tutta la nostra famiglia, abbiamo lavorato tutti insieme per creare quello che è stata appunto l’azienda della famiglia. Sono subito entrata nel mondo delle vigne: facevo un po’ di tutto, la contabilità, la parte commerciale, le vendite e l’accoglienza della clientela. C’era poi la campagna, la parte agricola, già allora papà era molto meccanizzato, aveva trattori, attrezzature per lavorare e per i trattamenti. C’era poi la vendemmia manuale che era abbastanza faticosa, non c’era la cernita che facciamo noi adesso, gli orari erano abbastanza prolungati, però al massimo fino alle 11 di sera non di più.
Adesso in Sacrafamilia con Mimmo facciamo degli orari molto più prolungati, perché oltre alla scelta degli acini nella vigna, cosa che allora non esisteva assolutamente, c’è poi il lavoro di cantina che è una seconda scelta ancora più accurata degli acini e questo ci appassiona tanto però c’è molta più fatica, ma la fatica alla fine della vendemmia è come per una donna dopo il parto, anche se ha sofferto dice: ”Ti ringrazio Signore perché questo bambino è frutto del tuo amore” e dell’amore per Mimmo perché per noi Sacrafamilia è la nostra bambina. Condividiamo questi sacrifici con le persone che amiamo e che ci amano e ci seguono con le preghiere.
E’ così bello avere persone che ti augurano del bene, pregano che il Signore ci mandi il sole perché per noi è così importante visto che la vendemmia deve durare così a lungo per la scelta degli acini. Ringraziamo il Signore che ci ha dato la salute e dei collaboratori che con pazienza lavorano e pregano insieme a noi e ce la mettono tutta.
Il ricordo che ho di bambina quindi è un ricordo iniziale, che poi è maturato quando mi sono chiesta veramente “Chi è Gesù per me? Chi è Dio per me? A cosa serve la mia fatica quotidiana nel mio lavoro?”. Ecco c’è stata questa maturazione.
Quindi un percorso di fede?
Sì, un percorso di Fede. E’ stato Padre Pio, questo grande Santo dei nostri tempi, che mi ha fatto maturare nella Fede, conoscere il motivo della mia esistenza. Mi ha insegnato a fare tutto con amore per servire Dio e il prossimo e amare anche noi stessi. E’ molto importante amarsi, volersi bene, perché amandoci capiamo che anche il prossimo va amato, perché rispettando la nostra salute capiamo di dover rispettare anche quella del prossimo, e noi lo facciamo anche con i nostri vini.

Anna, cosa rappresentano per te i tuoi vini?
Per noi il vino di Sacrafamilia è la cosa più pura, più sacra che abbiamo, perché tutte le nostre energie che impieghiamo nel lavoro danno questo frutto. L’ambiente circostante è un fattore che condiziona: la naturalità del territorio, il fatto che i vigneti sono circondati da boschi, questa è una grande fortuna, ma è una condizione che grazie alla Provvidenza noi abbiamo trovato. Nella nostra zona gli agricoltori sono rimasti in pochi, i giovani abbandonano le vigne, molti le estirpano. Noi vediamo tutto sotto l’ottica della Fede, il Signore ci ha indicato questo cammino.
Ci siamo presi cura dei vigneti di molte persone anziane che volevano abbandonare la terra. Siamo stati una salvezza per loro, perché altrimenti avrebbero dovuto estirpare il vigneto. Noi li ringraziamo nonostante, le difficoltà che a volte abbiamo per far accettare questa forma di agricoltura, perché le persone più anziane amano vedere un vigneto carico d’uva, un vigneto dove possono vantarsi con il vicino dicendo: “Guarda quanta uva ho fatto quest’anno!”.
Invece il nostro fine è un altro, è quello di fare un frutto purissimo che magari non è bello da vedere, però quando metti in bocca quell’acino senti già quello che potrebbe essere il futuro, il “vino spirituale”.
In che momento avete capito che era in atto un distacco dal passato, e un importante futuro che avrebbe dato inizio alla produzione di un vino “quasi inaccessibile”?
Dirti il momento in cui c’è stato il cambiamento non credo sia possibile, perché giorno dopo giorno la nostra preghiera comune è stata quella di dire: “Signore facci luce sul nostro cammino” e Lui ce l’ha fatta giorno per giorno. Sono stati fatti dei tagli nella nostra vita, tagli su tante cose: sia dal punto di vista economico, che dal punto di vista di legami con le persone, ma per noi è stata una specie di purificazione che è avvenuta gradualmente.
E’ stato un cammino di affidamento, di Fede. Il momento della divisione definitiva di mio fratello dalla società, nel 2013, è stato fondamentale. Noi eravamo arrivati al punto di dire: “Cosa facciamo?” perché ci sentivamo circondati da ostilità e invidia. Nel momento in cui dovevamo scegliere, il Signore ci ha guidato e abbiamo ascoltato il Prof. Roberto Zironi, che ci ha detto: “andate avanti!”.
Quindi vi è stata indicata una strada…
Sì, una sera parlando con Roberto su cosa dovevamo fare ci disse: “Forza avanti, avanti e avanti” gli dissi: “Ma sei sicuro?”, “Sì avanti”. Zironi ci ha sostenuti in tutti questi anni e ci ha incoraggiati, è sempre stato un grande amico, ha detto: “Ragazzi io non ho niente da insegnarvi, il vino è vostro, e quando vengo in Sacrafamilia, io mi siedo e sto bene”. Lui è stata la persona che pur avendo professionalmente le capacità per dirci cosa fare, alla fine non ci ha mai imposto nessun intervento a livello tecnico come di solito fa un enologo; è stato per noi un padre spirituale. Noi gli riconosciamo tutto questo… ha tracciato per noi una via. Quando ci siamo incontrati successivamente ha detto: “Io sapevo che non avrei sbagliato a dirvi andate avanti”.
Quello che dite, unito a ciò che si verifica è affascinante, c’è una spiegazione?
No, perché la spiegazione forse la vedremo alla fine, vediamo la luce ma non sappiamo cosa c’è dopo la luce, è chiaro che non conosciamo il “dopo”, però sappiamo che è una cosa bellissima, ed è quello che ci dà la forza di camminare. Ci è capitato di sentire a Radio Maria una storiella sui rospi.
C’era una gara fra loro per raggiungere un difficile traguardo: man mano i rospi rinunciavano, ma uno di loro andava avanti, tutti gli dicevano: “ma chi te lo fa fare, molla prima” ma lui non li ascoltava. Alla fine hanno rinunciato tutti gli altri rospi, e solo lui è arrivato alla meta. Gli chiesero chi gli avesse dato la forza e solo a quel punto si scoprì che quel rospo era sordo, non poteva sentire mentre tutti gli dicevano di rinunciare. Così succede a noi, andiamo avanti con la stessa sordità, e più ce ne dicono e ce ne fanno più noi non li sentiamo. E’ questa la nostra forza.
Passate molte ore in vigna con pochissimi collaboratori, non vi fidate?
No, non è questione di non fidarsi. Sappiamo che in moltissime aziende, i proprietari, vivono bene, possiedono una bella casa, una bella macchina, vanno a stringere tante mani lasciando la vigna ad altre persone, brave persone, ma non essendo proprietari… è come fare crescere un bambino affidandolo a una tata, no! la mamma è la mamma, il papà è il papà, non si può lasciare il bambino a una persona che per tutto il bene che potrebbe fare al tuo bambino non è la mamma e il papà. Non c’è niente da fare, noi non potremmo mai staccarci dalle nostre vigne.
Anche se ci vedono vestiti da lavoro noi siamo contenti perché non ci vergogniamo di essere quello che siamo. Perché questa per noi non è solo una missione, è molto di più. Facciamo un atto di coraggio anche per agli altri: “Vedete; con semplicità e umiltà si ottiene tutto”.
Nelle vostre degustazioni, c’è un vino che vi è particolarmente piaciuto?
Tutto il lavoro svolto da altre persone va stimato, apprezzato e valorizzato. Noi non abbiamo abbastanza conoscenza professionale per poter giudicare. Preferiamo che altre persone più competenti possano analizzare e valutare i vini. Non diremmo mai male degli altri, perché sappiamo quanto lavoro c’è in un’azienda vitivinicola, quindi non abbiamo una risposta. Riguardo ai nostri vini, per noi sono come nostri figli, dal più piccolo al più grande. Apprezziamo il primo vino che abbiamo fatto come l’ultimo; li stimiamo allo stesso modo, anche se sul listino hanno prezzi diversi, perché sappiamo di aver fatto un lavoro con il massimo sacrificio in ogni momento della nostra vita.
Durante l’intervista è presente un carissimo amico di Anna e Mimmo, Roberto, che interviene così:
“Ci sono dei fatti tecnici che Anna e Mimmo hanno trovato nell’esperienza accumulata, il loro non aver paura dell’ossigenazione, il fatto che l’ossidazione per loro non è affatto una cosa negativa, ma anzi qualcosa che dà valore a quello che fanno, grazie soprattutto al frutto che hanno, una grande materia prima, tutto sembra più semplice, nel senso che in realtà fanno una fatica tremenda però non devono fare grossi artifizi, solo lavoro, e quello che meraviglia alla fine è il risultato, è veramente miracoloso, non si usano né solforosa, né tecniche particolari, né controlli di temperatura.
L’uva fermenta da sola e non devono farci niente, devono solo fare dei rimontaggi seguire più o meno l’andamento della fermentazione senza cose esoteriche, né calendari lunari. Sembra quasi che interroghino la materia prima che hanno e vanno dietro all’annata.
Continua Anna: “Interpretiamo il lavoro a seconda dell’annata, del momento, ogni anno è diverso dagli altri. E’ sempre come la prima volta, con la stessa ansia di sperare nel bel tempo e la salute per poter lavorare tutti i giorni.
Però la speranza non manca mai, la Speranza ci viene dalla Fede”.
Anna, voi siete partner di Shumei, cos’è?
Shumei è un’Associazione Giapponese no profit, ha sede alle Nazioni Unite. Noi l’abbiamo conosciuta nel 2007 in una fiera a Lugano, di solito non partecipiamo a nessun tipo di fiera, quella volta è stata un’occasione fortuita, diciamo provvidenziale.
Aiutavamo un’esportatrice a vendere il nostro vino e in questa fiera era presente anche Shumei che presentava i suoi principi: l’agricoltura naturale, la spiritualità, l’arte e la bellezza. Abbiamo colto l’occasione per invitarli in Sacrafamilia in quanto eravamo interessati al loro metodo di coltivazione naturale, che già si avvicinava molto al nostro. Come diceva Mimmo, noi in quel momento usavamo solo lo zolfo di cava e nient’altro nei vigneti. E’ stato bello per noi scoprire come delle persone dall’altra parte del mondo coltivassero in questo modo naturale. Diciamo che li abbiamo sentiti come dei fratelli, ci assomigliavamo.
Nel percorso di conoscenza reciproca, abbiamo incontrato, nel senso gerarchico, dai più semplici ragazzi collaboratori, ai Maestri, fino alla Presidentessa Hiroko Koyama, una persona veramente illuminata, una grande donna. Ha voluto incontrarci a Milano, così ci siamo conosciuti. Era il 2007, è venuta a visitare Sacrafamilia e anche la Rustega, il luogo dove abitiamo, e la vicina chiesetta dedicata alla Sacrafamilia.
Aveva capito che cosa per noi era importante, lei voleva visitare i luoghi della nostra vita. Quando siamo entrati nella chiesetta abbiamo pregato insieme, la loro preghiera orientale unita alla nostra. Poi ci siamo lasciati, ma per breve tempo, perché l’anno seguente, era maggio del 2008, quando i Sakura erano tutti fioriti, la Presidentessa ci ha invitato in Giappone nella loro sede e in quell’occasione abbiamo firmato la partnership.
Una collaborazione che si basa sulla spiritualità, per guarire la terra e contribuire al benessere dell’uomo con l’aiuto della fede. L’agricoltura naturale diviene un mezzo per portare benessere all’uomo attraverso un’alimentazione senza contaminazioni. Noi abbiamo iniziato l’agricoltura naturale di Shumei nel vigneto di Grandama, è stato l’inizio; poi è proseguito in tutti gli altri, finché nel 2011 tutti i vigneti hanno raggiunto la purificazione, cioè un periodo di più di tre anni senza l’utilizzo di nessun prodotto.
La Presidentessa Hiroko Koyama ha avuto fiducia in noi; non è stato uno scambio commerciale, ma un comune impegno a fare del bene attraverso l’agricoltura naturale a qualsiasi costo.

Che vini producete e quanti sono?
A partire dal 2011 ne facciamo quattro, tre rossi e un bianco. Prima ne facevamo molti di più, praticamente ogni vigneto un vino, quindi suddividevamo tutto, adesso facciamo solo la linea che si chiama “Arte della luce”. Come abbiamo già detto tutto è iniziato con un rosso: Grandama. Poi abbiamo iniziato a produrre: una cuvée di tutte le vigne antiche di uve rosse che si chiama Granre, un bianco che si chiama Gransol e, dai nuovi vigneti che man mano vengono purificati nei tre anni, il Grancor.
E questi nomi?
Questi nomi sono di nostra ispirazione. Li abbiamo dedicati a quanto abbiamo di più importante: Grandama per noi è il nome della Madonna, Granre è ispirato a Gesù, Gransol allo Spirito Santo. Il Grancor è ispirato al cuore che mettiamo nel nostro lavoro.
C’è anche un riferimento alla Presidentessa?
C’è un riferimento. Il nome Grandama ha ispirato la Presidentessa Hiroko Koyama perché evoca la figura materna della Signora Mihoko Koyama, fondatrice di Shumei.
Quali sono le caratteristiche di questi vini? Cosa percepisci?
E’ la stessa domanda che faccio alle persone che vengono qua e nessuno mi sa rispondere, quando qualcuno mi chiede cosa penso di Grandama in quel momento mi passa tutta l’annata nel cervello, di cosa è successo e quindi vivo tutte le cose belle e non belle di quell’annata, è come pensare alla vita di un bambino, un flash, mi passa davanti dalla nascita al momento presente.
Lascio parlare il vino e poi non so, ogni giorno cambia, è un continuo evolversi, non è giusto congelarlo lì, è un continuo movimento, però quello che conta è quello che è successo in quel vigneto in quella specifica annata.

Anna questo vostro vino a chi è destinato? Ne fate così poco.
A tutti coloro che apprezzano le cose buone e anche la spiritualità, o coloro che non la conoscono ma amano le cose buone o che si interessano al nostro modo di lavorare, è per tutti.
Però è anche un vino che non è accessibile a tutti…
Ci sono molti vini più costosi dei nostri. Tuttavia capita che le persone che desiderano assaggiarli risparmino o si mettano insieme per comprarli. Quindi se una persona nel suo cuore desidera il nostro vino, perché no? Per questo dico che è destinato a tutti.
Quali sono le rese dei vostri vini?
(Mimmo) Negli ultimi quattro anni sono, dai due a massimo tre quintali per ettaro. Per molti è niente per noi è molto. Noi ringraziamo sempre ogni anno anche per quel poco… Bisogna sempre ringraziare perché non rende felice soltanto il molto, ma anche quel poco. Se poi arriva un po’ di più non cambia la nostra gioia, anzi rimane, se quello che abbiamo raccolto è come desideriamo noi. E’ chiaro che quando l’uva è bella noi non la raccogliamo, noi la raccogliamo quando l’uva è buona, perché quando è bella, è tanta, ma non è buona.
E quando l’uva è buona?
(Mimmo) Ogni anno è diverso, solitamente raccogliamo da metà ottobre in poi, però tutte le annate cambiano, cambia la maturazione di ciascun vigneto, la decisione di raccogliere dipende dalla nostra sensibilità. Noi dobbiamo ringraziare Roberto Zironi per tutta la vita, la prima cosa che ci ha insegnato è:” Metti in bocca un acino” come mio suocero; e a distanza di dieci anni quello che diceva mio suocero diceva Roberto: “Metti in bocca l’acino” è la stessa cosa.
Quindi il Prof. Zironi ti ricorda tuo suocero?
Sì.
Che rapporto hai avuto con lui?
Posso solo dire che gli volevo bene.
Come vi rapportate con la stampa?
Attendavamo il momento giusto per fidarci di qualcuno, ci interessa parlare con persone oneste e sincere che non hanno altri fini, e di voi abbiamo piena fiducia. Nel corso degli anni siamo stati sempre più prudenti. La prudenza è la prima delle Virtù Cardinali.
Abbiamo avuto esperienza con millantatori che volevano solo scoprire i nostri interessi, dove erano ubicati i nostri vigneti, quanta produzione facevamo; l’abbiamo scoperto dopo in tribunale. Queste persone volevano solo farci del male, far male all’Azienda che noi abbiamo costruito con tanti sacrifici e debiti, non ci vergogniamo di dirlo, perché sono sudori onesti e lo rifaremmo ancora, magari con un po’ più di prudenza, data l’età.
Parla Anna: Zironi è stata una figura fondamentale, lo è ancora, camminiamo insieme.
Lui ha creduto in voi?
E noi abbiamo creduto in lui.
E riguardo alla precedente filosofia? Il vino biotico, ecc.?
(Anna) Il termine biotico appartiene a mio fratello. Noi non sappiamo neppure cosa voglia dire. Noi abbiamo sempre lavorato in vigna ed in cantina e basta.
Conoscevate il Prof. Zironi prima di creare la vostra azienda?
Sull’agenda di mio papà c’era il nome di Zironi, non so per quale motivo, nemmeno Roberto lo sa. Noi lo abbiamo conosciuto successivamente, non ricordo la prima volta che l’ho visto, non so se al Vinitaly o in qualche degustazione, però a noi è rimasto impresso come una cara persona e soprattutto nella figura del maestro.
Non avevamo ancora iniziato l’agricoltura naturale di Shumei, però lui già apprezzava i nostri prodotti, il nostro modo semplice di lavorare. Successivamente abbiamo stretto un rapporto più forte, lui ci ha sempre detto andate avanti: “voi avete il prodotto questa è la cosa più importante”. Gli abbiamo chiesto di indicarci testi di studio per poter imparare quello che sanno gli altri produttori di vino, lui ha detto:” No, non vi do nessun testo” e a noi è dispiaciuto, “se dovessimo essere in mezzo ad altri produttori o persone esperte di vino, di cosa parliamo?”, “Voi non avete bisogno di parlare di niente, voi dovete andare avanti con il vostro lavoro che andate bene così”.
Noi non abbiamo conoscenza di tannini, enzimi, di fermentazioni, di chimica, eccetera, però sappiamo che dobbiamo andare avanti e cercare di non sbagliare, perché l’agricoltura naturale è sempre sul filo del rasoio.
Parla Mimmo: ecco perché bisogna vivere in campagna, vivere in cantina, perché anche quando bisogna fare il rimontaggio, non è un computer che dice tre volte al giorno e in tre giorni viene fatto, ogni giorno è diverso, quindi alla sera guardiamo, sentiamo, chi decide se c’è da rimontare per un minuto, tre minuti, un quarto d’ora? Queste sono esperienze diverse di ogni anno, lo sentiamo, sembra che il vino te lo dice, ancora un po’, due minuti in più, oppure basta, c’è qualcosa nell’atmosfera che percepisci, è incredibile.
Per le macerazioni ogni annata è diversa, ogni botte è diversa, la cosa che dobbiamo fare noi, è capire che se una buccia è spessa va fatto in un modo, se è più sottile è chiaro che viene diverso, è quello che abbiamo capito in questi in questi anni, anche se è una cosa semplice, ma poi bisogna metterla in pratica, diraspiamo e pressiamo l’uva molto soffice.
Però il raspo non è un problema perché noi raccogliamo l’uva con il raspo che deve essere legno, è maturo, e quello è il momento di raccogliere l’uva. Ciò vuol dire perdere tanti quintali, però uno acquista tanta bontà, che è di più di quella dei quintali.
Quest’anno per esempio abbiamo prolungato la raccolta più che si poteva per via dei profumi, con un grado alcolico alto ed il giusto apporto di acidità, quindi abbiamo aspettato, giustamente che piovesse qualche giorno, i profumi sono arrivati poi tardi quest’anno perché il caldo ha bloccato tutto. Questo per spiegare come ogni annata sia diversa.
Comunque noi ringraziamo sempre il Signore perché ci dà la forza di andare avanti e la salute. Desideriamo soprattutto che Lui sia contento, perché quando verrà a prenderci possa dire: ”Bravi”.

