Ronchi di Cialla. Nella storia dello schioppettino

Nel 1976 il terremoto che colpì il Friuli, soprattutto a nord di Udine, distrusse completamente la cantina e così, Dina e Paolo, dovettero posticipare l’uscita dei loro primi vini. Non fu semplice, considerando che avevano fondato l’azienda, anzi il loro rifugio in quel di Cialla, ora sottozona, solo nel 1970 ed avevano puntato tutto sul recupero di un vitigno scomparso, recuperato con dedizione e pazienza. Una scommessa vera e propria con pochi tifosi al seguito e tanti spettatori che li consideravano pittoreschi, se non, dei pazzi veri e propri. Oggi lo schioppettino è noto e non sono più i soli a farlo, ma se si pensa a questo vitigno e al vino che ne deriva, con quei profumi che tanto ricordano il pepe, soprattutto in gioventù, si pensa a loro, alla famiglia Rapuzzi. Al di là, dei boschi che ricoprono la collina che si osserva dalla loro bella dimora, oltre la quale siamo in Slovenia, al di qua questa piccola vallata che riceve i venti tiepidi che arrivano dal mare e che beneficia di un microclima unico, ideale per la coltivazione della vite, della ribolla gialla così come del picolit, del verduzzo e del nostro schioppettino.
Una chiamata, quasi improvvisa di due amici ristoratori (Cesare e Danilo, ex del Ristorante Alessandro in via Maroncelli a Milano ed ora in attesa di imbarcarsi in una nuova avventura), ricordando ancora il grande piacere di una magnum di Schioppettino Ronchi di Cialla bevuta insieme a loro e la domanda: “Ti unisci con noi? Facciamo una puntata al volo da loro, vorremmo conoscerli”.
Ci hanno accolto come vecchi amici, abbiamo assaggiato insieme a qualche fetta di delizioso San Daniele i loro vini, soprattutto più annate di uno schioppettino che parlava della loro storia, intrisa di passione, dedizione, testardaggine e del coraggio di rimanere in una terra che continuava a tremare e ti faceva venire voglia di scappare lontano, anche dall’altra parte del mondo, pur di riacquistare serenità. A cena la dolcezza della signora Dina, abile cuoca che ci ha coccolato con piatti casalinghi con nomi curiosi ed appetitosi: la brovada con il cotechino oppure la gubana da accompagnare al loro mieloso, fresco e soprattutto autentico, picolit. E i racconti, tanti, del Signor Paolo, che spaziavano dalla storia di quei luoghi a quelli dei viaggi alla ricerca di insetti sconosciuti, passione, quest’ultima, l’entomologia, che ha contagiato anche i figli, Pierpaolo ed Ivan, che oggi seguono vigna e cantina, e che li porta ovunque, tra i deserti ed i boschi, alla ricerca di nuove specie, tanto da essere diventati un punto di riferimento internazionale in questa disciplina.
Un lampo, sia il viaggio che la loro compagnia ed il loro autentico calore e la riconferma che le storie e le personalità che ci sono dietro i grandi vini sono la parte più bella di questo variegato e contraddittorio mondo del vino.
Alessandro Franceschini




