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Non è stato Caparezza ma Franco Ziliani ad invitarmi a far parte della giuria internazionale del Festival Radici, che ha organizzato con Nicola Campanile, deus ex machina dell’evento, e Luciano Pignataro del Mattino di Napoli, viceré delle due Sicilie dei giornalisti enoici. Non chiamatelo concorso, per carità: vi si oppongono questioni di natura normativa (per il Ministero un Concorso Enologico deve avere certi crismi, tra i quali la terrificante scheda centesimale ufficiale e l’altrettanto terrificante obbligo che le commissioni siano composte a maggioranza assoluta da enologi); e altre questioni di opportunità comunicativa, nel senso che gli organizzatori vogliono evitare che si partecipi al festival con l’unico obiettivo di un bollino da sbandierare sulle etichette visto che lo scopo è far parlare soprattutto della qualità dei i vini del Sud in quanto tali più che dei singoli “brand”. Quanta differenza dal Sidney Challenge in Australia, dove fui giudice alcuni anni fa: lì le spese del concorso si pagano principalmente con i “bollini” venduti ai vincitori, nella speranza che alcuni di essi facciano qualche milione di bottiglie…cosa che normalmente accade. Contento sono stato soprattutto dell’opportunità di lavorare con un panel di giudici di prestigio mondiale, a cominciare dalla presidente Jancis Robinson, la più famosa di tutti i “master of wine” che, dalla vecchia e aristocratica Inghilterra, contende all’americano Robert Parker il titolo di “most respected wine writer in the world“: tra i due un’abissale differenza di stile e di metri di giudizio, ma entrambi, su questo non ci piove, assai abili nel loro doppio mestiere di degustatore e di comunicatore (segnalo ai nostri solerti funzionari ministeriali che nessuno dei due è enologo…). Abbiamo lavorato all’interno della splendida struttura in pietra bianca di Borgo Egnazia, una specie di casbah in versione lusso, un po’ Ostuni e un po’ Las Vegas: un albergo diffuso sorto dal nulla tra maestosi oliveti, tra Fasano e il mare; nei pressi, importanti scavi romani che purtroppo non abbiamo visto e un enorme campo da golf che non si poteva non vedere, con un po’ di imbarazzo nell’immaginare quanta acqua ci voglia per mantenere così green tutto quel green nel cuore della “sitibonda Puglia”, come la definì il poeta Orazio.
Queste degustazioni seriali mi danno sempre una certa vertigine perché mi rendo conto che in un minuto giudichiamo anni di lavoro duro e complicato ed è una grande responsabilità. E naturalmente qualche volta sbagliamo, almeno io sbaglio di sicuro, sia nel premiare troppo che nel giudicare troppo severamente. D’altra parte sono dell’idea che se esiste una scala questa vada usata, nel nostro caso era una scala centesimale ed io l’ho utilizzata dal 72 al 97. Sono tante le variabili che influenzano una degustazione, anche per questo si fanno commissioni abbastanza numerose (noi eravamo12) e poi si calcolano le medie. Per la prima volta oltre ai vini di Puglia Radici ha ospitato altre regioni del Sud, Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia, candidandosi a diventare una vetrina importante dell’enologia meridionale basata sui vitigni autoctoni, gli unici ammessi alla tenzone: tramontata senza rimpianto l’epoca della deportazione di massa dei vitigni bordolesi a morire di caldo nell’assolato sud italiano. Finita anche l’epoca dei vini “vaniglia e caffè”, con un utilizzo decisamente più sobrio e professionale del rovere rispetto a pochi anni fa, anche se qualche eccesso persiste. In genere i rossi meglio dei bianchi: nella seconda categoria un po’ troppi effetti speciali, come aromi fermentativi esuberanti e un po’ falsi, destinati a vivere una sola estate, e forse neanche tutta. Conferma per i rosati pugliesi al vertice della produzione italiana della categoria, sebbene anche qui con qualche caduta verso uno stile troppo caramelloso ed effimero, spesso condito da solforosa in eccesso. Dopo la rivoluzione tecnologica che ha decisamente alzato il livello dei vini del sud, la seconda rivoluzione sarà quella di spiegare a ristoratori e clienti (ma per primi devono convincersi i produttori) che un vino rosato e, a maggior ragione, un vino bianco, non necessariamente vanno usati per fare l’arrosto quando hanno più di un anno di bottiglia: ma che anzi solo un vino che cresce nel tempo (un tempo più o meno lungo, si capisce), salvo pochissime eccezioni, può essere considerato un grande vino. Per ora mi sembra che pochi lavorino in questa direzione. Potete leggere quali vini sono piaciuti di più alle due commissioni giudicanti, la nostra e quella degli esperti e operatori locali, su alcuni siti (Radici e Luciano Pignataro). Raramente sono piaciuti gli stessi ma questo si può considerare normale.
GLOSSARIO ● Aglianico. Per qualche giudice straniero una rivelazione, i francofoni in visibilio. Ma già lo sapevamo che è uno dei più grandi vitigni del mondo. Nelle mie schede la Basilicata batte la Campania, di misura per i vini migliori, in modo netto se guardo alle medie. Ho scoperto con gioia di aver dato il punteggio più alto ad un Aglianico del Vulture della Cantina di Venosa, il Gesualdo da Venosa 2007. Una cooperativa che ho avuto modo di conoscere anni fa e dalla quale molte cantine sociali, non solo del Sud ma anche del Nord, avrebbero parecchio da imparare. E non solo loro. ● Alcool. C’è una generale richiesta di vini meno alcolici, soprattutto da parte degli operatori, che trasmettono ai produttori le ansie dei loro clienti. Ai vini dealcolati credo poco, o si fa vino o si fa qualcosa d’altro. Invece di correre dietro a questa idea sarebbe meglio impegnarsi a spiegare il vero significato del grado alcolico di un vino, che è funzione del clima, del vitigno e del grado di maturazione. Si possono fare buoni vini a 12 gradi? Sì, e li fanno benissimo a Bardolino con la Corvina, in Romagna con il Trebbiano, finanche in Piemonte con il Cortese, ma non si possono fare a Manduria con il Primitivo come non si può spremere il sangue dalle rape. Ogni terra ha la sua vocazione. Basta bere un dito in meno di un vino a 15 gradi rispetto a uno di 12 e si ottiene lo stesso effetto sul tasso alcolemico, spesso bevendo meglio. I ristoratori invitino i clienti a usare l’etilometro, invece di nasconderlo, e molti si accorgeranno che il rischio patente è sopravvalutato. Qualcosa si può anche fare, in campagna e in cantina, per avere vini meno alcolici mantenendone complessità e struttura, ma per i miracoli rimane solo il soprannaturale. ● Gaglioppo. Mi era quasi sconosciuto, sebbene avessi assaggiato in passato qualche Cirò non memorabile. Per chi non lo sapesse si tratta di un vitigno calabrese, a bacca nera e di altissima nobiltà: il colore è più o meno quello del nebbiolo, i tannini sono quasi altrettanto tosti, il ventaglio aromatico è di grande complessità ma soprattutto ha una forte riconoscibilità, che è l’elemento che fa di un ottimo vino un campione e un paradigma. I miei preferiti sono risultati il Cirò riserva 2006 Tenuta del Conte e Cirò Duca San Felice 2008 di Librandi.
● Minutolo. chiamato anche Fiano Minutolo, ma sarebbe meglio evitare confusione, al naso e al gusto non ha nulla a che fare con il Fiano ma piuttosto con il Moscato e il Traminer. Vino decisamente affascinante, ancora in cerca di una precisa cifra stilistica. Stranamente pare che nessuno pensi ad un vino dolce. Mi dicono che non avrebbe mercato. Mi pare difficile da credere, tanto più in un momento in cui tutto il mondo si strappa di mano ogni vino che si chiami moscato. Ecco, forse bisognerebbe chiamarlo Moscato Minutolo… ● Napoli. Città di meraviglie e di orrori. Tra le prime Falanghina e Aglianico della Cantine Astroni, in Comune di Napoli, nella zona flegrea, diretta dal giovane enologo Gerardo Vernazzaro. Vini di grande maturità stilistica e provenienti certamente da frutto e terroir vulcanico di superba personalità. Forza Napoli! ● Negroamaro. Alcuni tentativi apparentemente azzardati di produrne un vino rosso giovane, poco tannico e adatto ad un consumo estivo, anche “da frigorifero”, mi sono parsi, in conclusione, piuttosto felici; anche se i migliori vini in assoluto rimangono i classici, prodotti da antichi alberelli come il fantastico Alberelli 2007 IGP Salento della Masseria L’Astore, ma anche da vigne più giovani e senza affinamento in legno come il 100 su 100 di Castel di Salve.
● Nero di Troia. Il y a beaucoup de matiére ici, ha commentato Pierre Casamayor, uno dei più autorevoli membri della nostra giuria. Il modo di domare questa “materia” esuberante, colorata e tannica, i produttori lo stanno trovando, con un po’ di difficoltà. Prima era usato soprattutto come vino da taglio, ma non condivido affatto l’idea che tale debba restare, se non come opzione. Dobbiamo dargli anche il tempo di vedere come evolve in bottiglia, può essere che il genio esca alla distanza, già ora però ci sono vini ottimi dove una certa ruvidezza non disturba, almeno un palato piemontese come il mio. Se poi lo accostiamo ad un agnello alla brace la ruvidezza scompare del tutto e un profondo frutto nero resta a lungo sospeso negli anfratti dell’olfatto. I due vini che ho preferito sono del 2008, Rasciatano IGP Puglia e Spaccapietre Agricola del Sole DOC Castel del Monte, quest’ultimo non in purezza ma con il 25% di altri uvaggi tra cui il negletto per antonomasia dai blogger, il Cabernet. Interessante anche l’Essenziale 2010 Valle dell’Elce, un’interpretazione diversa, giovane e poco macerata per un vino senza squilli di tromba ma di facile e piacevolissima beva, forse penalizzato nel confronto stando nella stessa batteria dei “vinoni”. ● Primitivo. Si chiama Radici Festival e come in ogni festival c’è una star. Oltre alle le due tipologie classiche, Manduria e Gioia del Colle, abbiamo assaggiato molti IGT o IGP provenienti da diverse zone della Puglia, forse non tutte vocate (vedi ultimo paragrafo). Mi sono piaciuti molto, tra gli altri, il Manduria Feudi di San Marzano Sessant’anni 2008 (al diavolo l’etilometro…) e, tra quelli di Gioia, Polvanera 2008, Chiaromonte Muro S.Angelo 2008, Marpione 2008 Tenuta Viglione.
La presidente Jancis Robinson durante la serata finale non ha parlato a lungo, il tempo era poco, ma ha mandato alcuni messaggi chiari. Uno per tutti: “Ho saputo che il disciplinare del Primitivo di Manduria (non ha citato il Cirò e vari altri casi analoghi ma “vale uguale”) ha aperto le porte ai vitigni forestieri: penso che sia uno sbaglio, anzi un pasticcio. Il mondo va in tutt’altra direzione. La meraviglia dell’Italia è il suo enorme patrimonio di vitigni autoctoni e questa è la moneta che l’Italia deve spendere“. Punto. Concludo con una considerazione, dopo quella ben più autorevole di Jancis. Anche questa vale pure per altri territori. A Manduria come a Gioia tutti hanno piantato Negroamaro; nel Salento tutti hanno piantato Primitivo. La spiegazione: il cliente che compra il Primitivo vuole anche il Negroamaro (e viceversa). Ieri ad un convegno l’amico Fabio Piccoli, uno dei pochi veri esperti italiani di marketing del vino, diceva che forse il motivo principale per cui il nostro vino vale poco (il valore medio di una bottiglia italiana esportata non arriva a 2 euro) rispetto a quello francese è che noi diciamo sempre sì ad ogni richiesta del cliente mentre loro sanno dire no. Non è un delitto piantare Negroamaro a Gioia, sempre meglio che piantare il Tannat, ma non sarebbe meglio creare delle alleanze? Io non ho il Negroamaro ma ti vendo questo del mio amico che sta nel Salento. Lui venderà a qualcun altro il mio primitivo e facciamo girare una ruota più grande, invece di pedalare sempre dentro la gabbia a cilindro dei criceti…
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