Baricci e il suo Rosso di Montalcino 2015

Nei primi mesi del 2017 sono stato troppo impegnato nel trasferirmi a Montalcino agli albori di una nuova attività dedicata alla sua storia e non sono proprio riuscito ad andare a trovare Nello Baricci. Aveva 95 anni, ma gli ilcinesi sono famosi per la longevità che guadagnano dall’aria buona, dal clima, dal mangiare sano e dal lavoro in campagna, come testimoniano le ricerche del prof. Bruno Bonucci sui censimenti della popolazione. Non ce l’ho fatta a commentare con lui l’ultimo Rosso fatto sotto la sua supervisione e con la sua approvazione, perché è salito in paradiso mercoledì 19 aprile 2017.

So che mi legge, Nello Baricci, perché ormai riesce a leggere tutto e a vedere anche le lacrime. Questo buon vino è l’ultimo che gli è passato fra le mani ed è giusto che di lassù lui possa leggere che mi ha commosso. I vini che mi emozionano nel profondo dell’animo li posso contare sulle dita delle due mani, anche se ne ho bevuti decine di migliaia regolarmente dal 1969. Li stampo perciò fin d’allora nell’angolo più recondito della memoria, dove so già che resisteranno finché campo, come lo Spanna dei Cinque Castelli 1947 di Bernardo Vallana, trovato a Vallemosso mentre liberavamo dal fango una casa travolta dalla montagna franata durante l’alluvione, o il Ghemme della Baraggiola 1974 di Giuseppe Imazio detto ”al muretu”, il canto del cigno, e l’indimenticabile Barbaresco Riserva 1952 di Emilio Serafino. Vi risparmio l’elenco dei pochi altri per non annoiarvi. Era solo per dare un’idea del piccolo olimpo delle mie bottiglie del cuore.

Grazie a Gelana, il 4 ottobre 2017 (S. Francesco) sono stato a trovare proprio il nipote di ”Bariccia”, Francesco Buffi, per comprare una bottiglia di Rosso di Montalcino che il passaparola mi ha suggerito. Secondo gli anziani e i negozianti del borgo che ho incontrato in un anno, ma anche i cantinieri, i colleghi e le sommelier, è il migliore in assoluto. Mi hanno accolto la figlia di Nello, Graziella, con il marito Pietro Buffi, ma anche l’amico a quattro zampe Senape è venuto a cercarsi le coccole.
I giovani di oggi non hanno nemmeno l’idea di chi, come Nello, ha contribuito a cambiare il mondo, capovolgendo la miseria in ricchezza, con una tenacia e un coraggio ammirevoli, eppure espressi da un uomo umilissimo e con il sorriso sempre pronto anche se di poche parole, riservato, un gentiluomo vignaiolo. I giovani d’oggi devono sapere che non si può parlare di Brunello di Montalcino senza parlare di Nello Baricci. Era nato in casa a Poggio Martelli, sulla Strada Provinciale n. 55 per Sant’Antimo, da una coppia di mezzadri e sua mamma Annina ha allattato anche il figlio dei vicini, Franco Biondi Santi. In quanto secondo di cinque figli, ma primo dei maschi, Nello ha dovuto dire presto ciao alla scuola e andare a lavorare subito in quella campagna non appena finita la quinta elementare e dopo il 1938 anche al podere Scopone, dopo il trasferimento lassù della famiglia.
Tempi duri, dove in poca terra si doveva faticare a fare l’olio da qualche olivo, ad accudire qualche vitello e a fare un po’ di vino per il consumo famigliare. All’età di 35 anni, cioè quanti ne ha oggi suo nipote Francesco, ha dovuto lasciare casa e lavoro quand’è stata abolita la mezzadria e ha dovuto farsi non poco coraggio per contrarre un mutuo nel 1955 al fine di acquistare il podere Colombaio di Montosoli, una collinetta dove si è trasferito con tutta la famiglia nel freddissimo inverno del 1956 per impiantarvi un vigneto specializzato in vino buono. A quel tempo la produzione del Brunello era limitata a qualche grossa azienda, ma di piccoli produttori a crederci e a farlo non ce n’era.

L’economia montalcinese, fortemente dipendente dal traffico commerciale della via Cassia, la più importante arteria europea che collegava Roma alle altre capitali, stentava davvero a riprendersi dagli enormi danni della seconda guerra mondiale e, all’inizio degli anni ’60, mentre altrove si parlava di un incipiente boom economico e fioccavano le cambiali, qui è arrivata una sventagliata di colpi devastanti non soltanto per l’agricoltura. La mezzadria, che era stata il perno da secoli del lavoro nei campi in Toscana, fu proibita per legge e le campagne sono state abbandonate perché non c’erano né i capitali né il credito per acquistare quelle macchine che avrebbero potuto sostituire il lavoro di chi emigrava, svendendo animali e terreni per poche lire. La produzione e il commercio di vino, olio, miele, cereali e bestiame si era ridotta al lumicino. La conversione alla corrente elettrica e al gasolio degli impianti di riscaldamento ha cancellato in pochi anni la richiesta di quei prodotti del bosco che davano lavoro a centinaia d’ilcinesi (carbone di legna, carbonella, legno, scorza…). Nel 1963 la nuova Autostrada del Sole si è fagocitata fin da subito il traffico di milioni di automobili, camion e autobus che prima passavano da Montalcino e in pochi mesi persero tutta la clientela anche le botteghe artigiane, le attività commerciali, gli alberghi e i ristoranti del borgo, mentre andavano in fumo altre centinaia di posti di lavoro con il fallimento dell’unica azienda esistente, anche se ai margini, in frazione Torrenieri.
Ogni settore della comunità fu colpito contemporaneamente da una miseria mai conosciuta e da una crisi di sopravvivenza che ha fatto emigrare il 70% circa della popolazione. In breve tempo Montalcino, che era uno dei comuni più ricchi della Toscana, è diventato allora uno dei comuni più poveri d’Italia e si è dovuto pure accollare l’onere dell’intera assistenza medica, farmaceutica, ospedaliera e sociale di una marea di cittadini che andavano a iscriversi all’elenco municipale dei poveri, diventati in poco tempo addirittura 600. Una crisi repentina, devastante e che sembrava senza via d’uscita. Ma le vigne di sangiovese piantate al Colombaio di Montosoli erano già lì a far da bandiera di una possibile rinascita per chi avesse voluto sfidare quel miserrimo presente e costruirsi un futuro perlomeno accettabile.
È stato proprio Nello Baricci il primo firmatario della fondazione del Consorzio nel 1967, anche come rappresentante degli altri 14 coltivatori diretti, piccoli proprietari terrieri ex mezzadri, dopo che il sindaco Ilio Raffaelli e il dott. Ciatti li avevano più volte riuniti con 10 proprietari terrieri davanti al camino dell’Hotel Giglio per decidere di affidare al Brunello il riscatto di Montalcino. E Pietro Buffi, il genero di Nello, davanti alla cristalliera dove sono esposte le bottiglie storiche dell’azienda con le etichette originali mi ha mostrato con orgoglio il cofanetto con la targa del trentennale consegnata dal Consorzio al suocero, che già dal 1967 era stato nel primo Consiglio direttivo e poi per tre anni perfino vicepresidente. Tutti ricordano ancora il grande attaccamento alla tradizione di Nello Baricci nel contrastare dentro e fuori il Consorzio un eccesso di riduzione della maturazione in legno che allora si pretendeva come una panacea, nonché la sua nota ostilità all’uso della barrique. Se non ha fatto in tempo a essere il primo a iscrivere le sue vigne alla Camera di Commercio del Brunello, ha dato ottimo esempio anche come buon secondo di quel che si doveva fare in quel periodo in cui circolavano poche fatture, ma molto nero. Se Montalcino è passato ”dalla polvere all’altare”, si deve anche a Nello!
Il primo Rosso di Montalcino di questo indimenticabile pioniere è stato commercializzato nel 1967 e il suo primo Brunello di Montalcino nel 1971, entrambi prodotti in piccole quantità dai 5 ettari (sui 12,4 della tenuta) delle 6 vigne che si raccolgono compatte intorno alla cantina e scendono a rittochino dalla collina orientate a sud-est, sud e sud-ovest, esposizioni perfette al sole durante tutto l’arco della giornata e con buone escursioni termiche tra notte e giorno, ma con temperature notturne più fresche rispetto ad altre zone dell’area montalcinese. Qui le nuvole, se non arrivano dal mare, da maestrale, girano attorno alla collina e si scaricano altrove; in 50 anni, infatti non si è riusciti a fare Brunello soltanto nel 1984, un’annata di piogge torrenziali. In altre zone, comunque, va peggio.
I figli Graziano e Graziella e il genero Pietro Buffi si sono sempre dedicati all’azienda. Attualmente sono i nipoti Federico e Francesco a portare avanti orgogliosamente l’azienda agricola e la cantina dopo aver affiancato per molti anni il nonno nella continuazione di quel suo modo di lavorare onesto e impegnato (Nello diceva spesso che i suoi nipoti «sono ancora più pignoli di me!»). A quest’altitudine di 280 metri s.l.m. i suoli sono dell’era eocenica, di origine marina, a medio impasto con galestro, scisto e marne intercalate da strati di calcare e arenarie quarzose, si trovano anche i fossili. Nelle vigne, la densità è di 4.000 piante per ettaro allevate a cordone speronato unilaterale e bilaterale. Non si utilizza il diserbo chimico e si lavora soltanto meccanicamente o a mano affinché i filari siano sempre liberi dalle erbe infestanti. Dopo 3 passaggi di scarto dei grappoli peggiori che si effettuano durante l’estate per garantire che il vino provenga solo da quelli migliori, la raccolta è interamente manuale e i grappoli vengono ancora visionati, ripuliti e selezionati prima di giungere in cantina. Mediamente la vendemmia necessita di 2 o 3 giorni soltanto di lavoro e questo breve lasso di tempo favorisce la decisione di cogliere il momento più opportuno per farla al miglior grado di maturazione delle uve.
Pigiatura soffice, estrazione intensa con rimontaggi frequenti nelle fasi iniziali della fermentazione in vasche d’acciaio inox con macerazione sulle bucce per 18/20 giorni a temperatura controllata di 28/30 °C che si lascia scendere fino alla svinatura. Le tecniche di vinificazione sono ridotte al minimo necessario, poi il vino va in legno, in una cantina che si trova nei locali sotto l’abitazione (come in tutti i piccoli poderi, soprattutto quelli che si sono messi a fare Brunello dopo il successo ottenuto nel mondo intero), ma è un po’ piccola. Ci sono botti Garbellotto di rovere di Slavonia di media grandezza, dai 20 ai 40 ettolitri. Il Brunello qui vi riposa per circa 36 mesi, ma può essere venduto soltanto dopo 5 anni dalla vendemmia, mentre il Rosso può essere venduto già nel settembre successivo e può capitare dunque che, per fare posto al vino di un’altra annata o per richieste straordinarie di grossi clienti si debba spillare e vendere come Rosso quello atto a diventare Brunello e che non conviene aspettare tanti altri anni per venderlo. La capacità di stoccaggio totale è di circa 30.000 bottiglie, 18.000 per il Rosso e 12.000 per il Brunello. In ogni caso, normalmente sono i mosti e i vini delle uve dalle vigne più in alto e più ripide a essere destinati preferibilmente a continuare la maturazione per farne Brunello.
Il Rosso di Montalcino 2015 è stato spillato molto prima dalla botte di un Brunello in itinere o in nuce, oppure è partito già dalle vigne prescelte che si distendono sotto la casa in basso allo scopo preciso di produrre proprio soltanto un Rosso? Certo, assaggiando un campione di vino della stessa annata atto a diventare Brunello da una botte in cui sta continuando a elevarsi in legno si potrebbe anche pensarlo, tanto sono simili le caratteristiche organolettiche. Perciò Francesco me l’aveva fatto assaggiare e mi ha lasciato pure mettere il naso anche nel calice dello stesso campione spillato per lui, ma che non finiva mai di bere perché si era impegnato troppo a spiegarmi semplicemente ogni cosa. Io me lo sono goduto invece tutto quanto mentre ascoltavo, perché mi sembrava di stare non in una rombante Ferrari, ma in una comoda Rolls Royce. Posso dire che la strada maestra degli aromi di questo Rosso mi sembra proprio la stessa di un tipico Brunello dei Baricci che il cantiniere ha scelto di fermare e imbottigliare… ”perché anche il topolino ha diritto alla sua parte”, come si direbbe su da me quando si è soddisfatti di qualcosa e bisogna lasciarne un po’ anche a chi di solito non se la può permettere.
Nello Baricci, il Direttivo del Consorzio, il sindaco Ilio Raffaelli e decine di piccoli produttori di Brunello si sono battuti da leoni contro mezzo mondo per riuscire a ottenere una DOC, appunto, ”di ricaduta” che non rappresentasse l’avallo a una qualità inferiore del vino, ma che assicurasse comunque un reddito anche a numerose piccole aziendine di dimensione famigliare, quelle che non potevano indebitarsi troppo per riempire le loro cantinette di costose botti di rovere in cui era d’obbligo lasciare a lungo l’ottimo vino che riuscivano a fare, se volevano poi chiamarlo Brunello. Onore dunque al merito di chi l’ha conquistata con le unghie e con i denti. Se oggi i produttori di ottimo vino sono venticinque volte quelli che erano agli inizi del ’900 a Montalcino (compresi quelli non iscritti al Consorzio) e in questo Comune si sta continuando a immigrare anziché emigrare, ebbene… sempre sia lodata anche questa DOC rimasta purosangue sangiovese nonostante i numerosi tentativi di stravolgerla! E di questo Rosso di Montalcino 2015 Baricci si parlerà chissà quanto a lungo ancora.
Come Rosso è senz’altro il capolavoro di una lunga tradizione di Rossi di Montalcino, un vero campione della sua tipologia, ma quando ammetto che mi ha emozionato non è per appioppargli chissà quale serie di aggettivi magnificanti. È un vino tranquillo, senza grilli per la testa, piacevole, un compagno affidabile, una carriola che ti porta a casa se inciampi per strada tra un’osteria e l’altra, un vino che suggella un’amicizia genuina e perciò molto semplice, un vino che non sgomita per farsi notare e lusingare, non è fatto per salire sul ring a mostrare i muscoli né per mendicare le luci di un riflettore sul palco. Scalda un po’ alla volta il cuore, calma come un colloquio davanti al caminetto a sgusciar castagne con il nonno, perché ha un carattere riservato, modesto, proprio come Nello e… sì, sì, nella sua santa innocenza mi ha commosso davvero, perciò chapeau bas.
Di colore rosso rubino limpido e brillante, ha un bouquet di aromi ampio, con note di rose rosse, piccoli frutti rossi freschi e amarene. In bocca è morbido, fine, gustoso ed equilibrato, armonicamente asciutto e caldo, pur nella freschezza del floreale e del fruttato. Tutto da godere. Niente spigoli da smussare, buon corpo, struttura, tannini che non scalpitano e un finale aromatico elegante. Un vino squisito che dimostrerà anche una longevità sorprendente. Non preoccupatevi per il tenore alcolico, che a Montalcino per i vini migliori è normale; un 14,5% ben fuso, non si avverte nemmeno e non dà alla testa, ma è un vino da accompagnare a stomaco pieno. Re sulla tavola, sarebbe più facile scrivere con che cosa non berlo, ma per meritarmi la pagnotta lo consiglierei con zuppe di funghi e di legumi, pasta fresca con sughi e ragù di carne, arrosti di carni bianche e di pollame, scottiglia di carni varie, salumi di cinta senese e non mandatemi a quel paese se a me piace con il cacciucco alla livornese. Meglio se stappato qualche ora prima del consumo e servito a 18° C in grandi calici di cristallo.
Baricci Colombaio Montosoli S.S. di Federico Buffi & C.
Località Colombaio di Montosoli 13, 53024 Montalcino (SI)
ùtel/Fax 0577.848109, cell. 348.7602197
www.baricci.it, e-mail baricci1955@libero.it


