Agricola Pozzo, da Viverone duro lavoro e grande passione

Sono anni che mi riprometto di approfondire il Canavese, un’area geografica molto particolare del Piemonte che si estende tra la Serra di Ivrea, il fiume Po, la Stura di Lanzo e le Alpi Graie, insomma un antichissimo fazzoletto di terra che comprende Torino e la Valle d’Aosta e, verso est, il Biellese e il Vercellese. Insomma una vera e propria terra di confine con l’Alto Piemonte vitivinicolo, comprensorio dove sono nato e cresciuto. È anche il territorio che si attraversa per giungere a Carema (TO), borgo incantato e protagonista dei miei ultimi articoli dedicati alla “Nouvelle Vague dei viticultori eroici”, questi ragazzi, giorno dopo giorno, stanno facendo risorgere, anche mediaticamente, uno dei territori vitivinicoli dove sua maestà il nebbiolo è in grado di raggiungere vette di finezza ed eleganza inimmaginabili.

Negli anni ho conosciuto diversi produttori del Canavese, durante fiere dedicate al vino piemontese, seminari, tasting professionali e quant’altro; purtroppo a conti fatti non ho effettuato molte visite in cantina per avere un quadro sufficientemente chiaro, è solo in vigna che ci si può render conto realmente del vero potenziale di un territorio. Un’azienda che ho sempre rincorso è Agricola Pozzo di Viverone (BI), purtroppo per una serie di assurdi e rispettivi inconvenienti, a pochi giorni dall’appuntamento, non siamo mai riusciti ad incontrarci; io ed Elisa, titolare assieme alla sorella Claudia della cantina situata nel comune biellese che dà il nome anche allo stupendo lago, scherziamo sempre su questo punto, e purtroppo la pandemia non ha aiutato in tal senso.
L’Azienda Agricola Pozzo tramanda da più generazioni soprattutto l’amore per le vigne e la passione per il vino. Oltre alle due sorelle citate, tutti i membri della famiglia, compresi i genitori, contribuiscono al duro lavoro quotidiano che permette il mantenimento dei terreni e la salvaguardia delle coltivazioni. I vigneti sono tutti di proprietà, allevati a pergola, più una parte degli stessi di nuovo impianto con il sistema a spalliera. Ubicate su colline ben assolate d’origine morenica, le vigne, godono di un ambiente pedoclimatico influenzato fortemente dalle montagne e dalla presenza del lago di Viverone; elementi fondamentali sono il terreno e un clima piuttosto mite influenzato positivamente dalle sue acque, le vette alpine invece proteggono i grappoli dalle calamità atmosferiche. Il noto sistema d’allevamento a pergola e i tradizionali muretti a secco, raccontati più volte nei miei scritti su Carema, rappresentano una vera e propria icona per il territorio. Le pietre con cui sono stati costruiti derivano dal suolo d’origine morenica, si possono trovare piccoli ciottoli o veri e propri massi d’enormi dimensioni.

Elisa e Claudia rappresentano la terza generazione di un’azienda vitivinicola del Canavese nata negli anni ’60. Il nonno fu il vero pioniere, come molti del tempo produceva prevalentemente vino sfuso venduto in damigiane, il vino a quei tempi era un bene piuttosto primario, quasi ai livelli del pane, dunque l’obbiettivo principale era soddisfare il bisogno familiare, serviva soprattutto a fornire le calorie necessarie durante la giornata per affrontare il duro lavoro nei campi o in vigna. Successivamente il papà delle sorelle Pozzo, abile fabbro, decise di ammodernare la cantina acquistando nuove attrezzature e botti, alcune delle quali auto costruite a norma essendo del mestiere, introdusse inoltre il concetto d’imbottigliamento e soprattutto la figura dell’enologo che fece fare all’azienda il proverbiale salto di qualità. Tornando a Elisa e Claudia, attuali protagoniste della cantina, si può affermare che il percorso di studi, in parte, divise le loro strade. Oggi, entrambe, sono tornate a lavorare insieme nel loro splendido territorio con caparbietà e passione, seguendo tutte le fasi, dalla cura della vigna al lavoro in cantina. Oltre alla viticoltura, Agricola Pozzo si occupa anche della coltivazione di frutta (kiwi soprattutto) zafferano e olio. Ovviamente l’azienda aderisce alle normative CEE, in vigna si adotta un sistema di agricoltura che limita moltissimo gli interventi, l’obbiettivo è offrire al consumatore un prodotto sano e rispettare al massimo l’ambiente circostante, vero tesoro da salvaguardare ad ogni costo.

Il vitigno protagonista di queste colline è senza ombra di dubbio l’erbaluce, le sorelle Pozzo sono estremamente orgogliose di quest’uva a bacca bianca: “Testardo cavallo di razza!”, così lo definisce scherzosamente Elisa, per la sua scarsa capacità di concedersi. Chi degusta vini prodotti con l’utilizzo di questa cultivar originaria del Canavese, Caluso la patria indiscussa da cui prende il nome la DOCG, ma presente da sempre anche nelle vicine colline novaresi(dove viene chiamato greco o greco del novarese), non troverà certamente un vino ruffiano, tutto “ciccia e frutto”, semmai un grande vitigno capace di leggere il territorio come pochi altri, ed assorbire tutta la mineralità possibile e immaginabile, ed in questi terreni ce n’è davvero molta. L’Erbaluce di Caluso è stata la prima DOC piemontese nel 1967, DOCG dal 2010. Da disciplinare si possono ottenere 3 versioni totalmente diverse tra loro: fermo, spumante metodo classico e passito.

Vino Spumante di Qualità Brut Martin.it
Il “Martin.it” è un metodo Martinotti (anche chiamato Charmat) ottenuto da vino erbaluce 100 % con rifermentazione in autoclave per circa 7 mesi. Il nome è un omaggio all’inventore italiano del metodo di spumantizzazione, ma anche al termine dialettale piemontese “martinit”, ovvero le piccole vespe che fanno il nido nella terra, una volta punti dalle stesse, non ve lo auguro, pare si senta una sorta di “frizzantezza”, ideale parallelismo con l’esplosione delle bolle nel bicchiere. 12 % Vol., al calice mostra un buon perlage, regolare, bollicine particolarmente fini considerando la tipologia di vino. Paglierino chiaro, vivace, riflessi beige-verdolini. Un naso elegante, sinuoso: lieviti, buccia di pera Kaiser, un floreale dolce di biancospino, chiude su menta peperita. Palato succoso, morbido per via della bolla carezzevole, voluminosa, riempie il palato con un frutto maturo, ma è la freschezza la sensazione che più di tutte rimane impressa nella mente, molto più della sapidità e del corpo, insomma grande coerenza con la tipologia di vino a cui appartiene. Ideale su una frittura di fiori di zucca ripieni di mozzarella.

Erbaluce di Caluso Reirì 2018
Un omaggio alla vigna, alla grande passione della famiglia Pozzo per tutto ciò che è viticoltura, non un semplice lavoro, una ragione di vita. In etichetta, già dal termine, appare chiaro il messaggio: “Reirì”, questo termine in dialetto piemontese significa “diradare”. Elisa racconta proprio questo: D’estate si pratica appunto il diradamento delle foglie e dei grappoli meno belli per consentire all’uva rimasta di ottenere una buona esposizione al sole, un ricircolo d’aria che la mantiene sana e di raggiungere così un’ottima qualità. Raccolta l’uva, viene posta in cella frigo integra nelle casse per 48 ore finché raggiunge i 3 gradi di temperatura. Dopo la diraspatura, viene avviato un processo di criomacerazione in cui le bucce contenenti i pigmenti e i profumi rimangono a contatto con il mosto per altre 48 ore a temperatura controllata, in modo da trasmettere il tipico colore e il bouquet di profumi senza che sia avviata la fermentazione. Il vitigno è ovviamente 100% erbaluce. 12,5 % Vol., si palesa al calice in veste paglierino vivace e molto luminoso, si muove lento nel bicchiere mostrando riflessi oro antico. Un naso d’impatto fruttato estremamente goloso, non esuberante, mostra semmai classe e garbo. Mela Golden, melone bianco d’inverno, pesca nettarina, una folata balsamica di menta dolce e rimandi erbacei di clorofilla-maggiorana; con aumento di temperatura prepotenti note minerali riportano al terreno morenico di cui è figlio, e a quasi mezz’ora dalla mescita un ricordo d’incenso e smalto di rara complessità. In bocca è tensione allo stato puro, freschezza vibrante, tanto sale e un centro bocca morbido che rimanda alla grazia del frutto opportunamente maturo; corpo moderato, lascia un ricordo di mandorla tipico del vitigno. Vino da accostare con passione, orgoglio e un pizzico di follia alla “Tofeja Canavesana”, antichissimo piatto locale a base di fagioli borlotti, rettangoli di cotenna e costine di maiale, verzini e zampetti (un orecchio e un codino a piacere) noce moscata, aglio e cipolla, rosmarino, salvia, timo e alloro. Un piatto “delicatissimo” parafrasando la “poetica” di Christian De Sica.

Erbaluce di Caluso Passito Riserva L’Arbat 2013
Il Passito che viene prodotto a Caluso, da uve 100% erbaluce, assieme al Loazzolo, altra perla rara a base Moscato Bianco della provincia di Asti, è a mio avviso uno dei migliori vini da dessert dell’intero stivale. Innata la sua capacità di coniugare freschezza e dolcezza, una punta di sapidità e una beva incredibile nonostante la tipologia che non ha mai conquistato il mio cuore. Al contrario, questi vini, riesco a berli con una facilità imbarazzante che a tratti ricorda i BDB di Mesnil Sur Oger, gli appassionati di Champagne saranno già caduti dalla sedia, ma il paragone/paradosso in questo caso serve ad illustrare correttamente la piacevolezza di questi prodotti. “L’Arbat” 2013 non fa eccezione: ottenuto da un’accurata selezione dei grappoli di erbaluce esposti ai raggi del sole (all’arbat, riverbero del sole in dialetto piemontese), che vengono raccolti e lasciati appassire naturalmente in cassette di legno. A fine febbraio vengono pigiati e tramite la normale fermentazione si ha questo vino che viene invecchiato in piccole botti per minimo 7 anni. 14% Vol., un vino dalle tonalità calde, oro intenso con venature ambra, delinea archetti fitti e regolari che mostrano un estratto notevole. Naso ricco, suadente, dove la dolcezza del miele d’erbe di montagna, e la vivacità della scorza d’agrume candito, s’intrecciano a ricordi di frutta disidrata (soprattutto albicocca) e un leggero sentore di smalto/zafferano, chiude su pepe bianco ed un floreale appassito di biancospino. In bocca è ovviamente dolce, morbido, molto equilibrato per via del ritorno salino e l’ottima spalla acida che invoglia la beva oltre il terzo/quarto sorso. Un vino che ho personalmente abbinato a dei cantucci toscani, dove la mandorla, protagonista dell’impasto, è un omaggio all’identità stessa del vitigno.
Andrea Li Calzi

