Intervista a Sergio Germano. Grandi Langhe: bilanci e considerazioni sul consumo del vino

Ne parliamo con uno dei grandi produttori di Langa. Titolare dell’azienda Ettore Germano e Presidente del Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani.
Iniziamo dall’evento. Alla sua seconda edizione, Grandi Langhe quest’anno ha attirato un gran numero di pubblico, “un bellissimo riscontro con oltre seimila accreditati e la maggior parte presenti per i due giorni. Oltre duecento gli accrediti stampa”.
Un commento alla seconda edizione?
“C’è entusiasmo ma non parliamo di grandi novità, perché non ti puoi inventare niente, sono le piccole cose, anche impercettibili, che fanno la differenza” – conferma il presidente che ci ha concesso questa intervista ad ampio raggio, andando a riflettere sul vino e sulle tendenze dei consumatori.

“Si è dato un ampliamento anche al resto del Piemonte delle aziende espositrici, per dare un valore in più. Si tratta di esprimere un’apertura regionale a tutto il discorso del vino e proporsi come un territorio più ampio. Oltre a Barolo e Barbaresco, c’è anche Il Roero. Ecco, andare oltre i padri fondatori può solo arricchire la manifestazione. Per chi si muove anche da lontano, trovarsi di fronte Ghemme, Gattinara o Timorasso, trovo che sia un arricchimento e non una distrazione”.
Parlando di spumanti, Germano è stato uno dei pionieri dell’Alta Langa, consigliere per dodici anni, e in attesa del grande evento a Roma commenta “spero che prenda piede perché Roma è un mercato che può recepire l’Alta Langa molto bene”.
Perché piace l’Alta Langa?
“Chiamarsi Langa già è un plus e crea aspettativa e aiuta nell’apertura del mercato. Ma quello che attira è un’identità molto diversa rispetto agli altri spumanti italiani sia come natura dei terreni, e poi perché ha un protocollo molto rigido, con un minimo di 30 mesi sui lieviti, 60 con la Riserva e il millesimo obbligatorio. Una collocazione unica. Il progetto spumante nasce negli anni ’90, partendo con alcune zone e impiantando anche in alto. Il minimo da disciplinare è 250 metri, alcune aziende arrivano fino a 750 metri. Le esposizioni non hanno limiti, e il fatto che l’uva non sia troppo esposta è sempre un fattore positivo”.
Siete stati tra i primi.
“Ci ho creduto fin dall’inizio perché ho piantato le vigne nel 2000 e sono stato il numero tredici tra i produttori, uscendo nel 2003. Mi è sempre piaciuto lo spumante, come amo il Riesling e per questo l’ho piantato (e gli riesce benissimo, ndr)”.

Nel Consorzio ci sono quasi cento produttori di Alta Langa e con questi numeri si propone come realtà in crescita, anno dopo anno. L’anno prossimo si arriverà con ogni probabilità a quasi tre milioni e mezzo di bottiglie. “Con i nuovi impianti si raggiungeranno quasi i 600 ettari con 5 milioni e mezzo previste per il 2030”.
Si rischia un’inflazione?
“La Doc Alta Langa è contingentata come Barolo e Barbaresco, il Consorzio decide il bando triennale per permettere nuovi impianti o lasciare ferma la superficie. In caso si può concedere una quantità di ettari con precisi criteri di assegnazione. Se ci sarà una crisi totale non dovremo ascrivere la causa a una manciata di ettari in più, che al massimo sono 22 per il Barolo, 7 per il Barbaresco”.
Il prezzo? Se anche aumentasse di qualche euro non sarebbe un problema, darebbe solo ragione del lavoro e dell’impegno di quelli che fanno il vino.
Il mercato del vino è in crisi?
“Se dobbiamo parlare di crisi, sinceramente non è adesso il caso. Siamo a un 1% in meno per il Barolo, per il Barbaresco il meno 5%. I numeri stanno dando ragione di un mercato che non ha flessioni importanti. Doc Langhe e Langhe Nebbiolo sono in crescita del 5-6%”.

Allora dov’è la crisi?
“Io parlerei di crisi in generale laddove c’è incertezza, e l’incertezza provoca un rallentamento dell’attività vitale. La gente continuerà a fare le cose ma sempre con attenzione. Più che di crisi ora parliamo di salutismo ma mi sale un dubbio – e gli diamo ragione – i giovani vogliono vivere in modo sano ma poi pasteggiano a negroni o altri superalcolici. Lo chiamerei allora modaiolismo”. Ci piace il termine e lo riportiamo.
La soluzione?
“È importante fare cultura del vino. Bisogna farlo uscire dal retaggio della bevanda alcolica tout court e farlo pensare come un alimento, che ha origine da un territorio, dove nascono cibo e vino che storicamente sono abbinati. Allora a quel punto non arrivi all’alcolismo ma arrivi a goderti due o tre bicchieri mangiando un pasto in cui esalti il vino. I consumi fatti con moderazione non sono da criminalizzare. Tutto troppo fa male. Anche il pane”.
Avviciniamo le persone al vino in modo gastronomico.
“Tante volte ci vorrebbe coerenza. Se dico no all’alcol, allora anche no allo zucchero. Tante bevande sono piene di zucchero pur essendo analcoliche e fanno male. Parliamo di dealcolato? Non è più vino se gli togli l’alcol. Il processo chimico lo fa diventare un prodotto processato e il processo di dealcolizzazione richiede una grande quantità di acqua e di zuccheri”. Sergio Germano non vuole demonizzare nulla, ma solo usare la ragionevolezza. Come dargli torto.

Definiamo che cosa vogliamo bere. Perché beviamo vino e che valore aggiunto ci offre.
“La scolarizzazione ampia di oggi dovrebbe portare a riflettere. Sono quasi tutti laureati ma a volte la conoscenza media pare sia meno utile nella vita pratica”.
Come parlare al grande pubblico?
“I grandi consumatori non sono gli addetti ai lavori e avere una maggiore trasparenza nel presentare il prodotto funziona. Forse in passato li abbiamo spaventati”.
In che modo?
“Intorno al vino si è creato questo alone, un sapere che è moda. Noi abbiamo iniziato a parlare di particolari tecnici ma in altre zone del mondo non si fa. A me interessa che il vino sia buono. Parlare di malolattica, di contenitori, di macerazioni, a chi serve? Poi le persone sentono queste cose, non le capiscono perché gli enologi studiano otto anni, mentre dopo tre incontri con gli amici non avrai mai le stesse conoscenze e di fronte al vino allora ci si spaventa e molti preferiscono non comprarlo”.
In questi 30 anni per spiegare che il vino si fa in modo professionale, abbiamo fatto degli errori. “Torniamo al romanticismo del vino, in un certo senso, parliamo di quello che è”.

Come descriverlo allora?
“Focalizzarsi più sul gusto senza tirare fuori per forza i sentori. Tiriamo fuori il lavoro che c’è dietro, come piantiamo la vigna, perché facciamo quattro passaggi a mano all’anno con gente esperta che guarda ogni foglia, poi sceglie i grappoli, aspetta. Bisogna raccontare l’unicità delle uve, come il Nebbiolo che è così sensibile al terreno dove è coltivato, con i caratteri così profondi e sensibili che appena cambia collina, cambia il gusto. La preziosità e unicità dei nostri prodotti, questo è il valore. Il messaggio importante da dare”.
Dalla raccolta del grappolo partono anni di attesa, di lavoro, di investimento, di immobilità. E un’annata non può essere definita cattiva e stigmatizzare una intera linea di etichette o di prodotti di quella vendemmia meno favorevole. “Il clima è cambiato ma la mano del vignaiolo si adatta. Per un’annata basta una pioggia in meno o in più e ti cambia in positivo o in attenuazione il carattere. Può essere un vino di concentrazione massima o più bevibile e godibile”.
Chi segna le mode, consumatori o produttori?
“Il produttore deve mantenere una linea che non spersonalizzi il prodotto. Se un vino ha un certo carattere non puoi farlo antitetico. Se assaggio un Barolo del 2006 e sento un tannino più potente di quanto lo sia quello della 2025, una gran bella annata, forse abbiamo perso incisività nella parte tannica ma non è una perdita, abbiamo guadagnato in piacevolezza”.

I vini oggi vanno ancora attesi?
“Perché dobbiamo produrre un vino che per dieci anni dobbiamo dimenticare? Perché non aprire una bottiglia di un vino appena uscito sul mercato? Dopo averlo bevuto posso anche dire che può evolvere, ma non l’ho sprecata, me la sono goduta in quel momento. Non sappiamo se quel vino durerà nel tempo”.
Qui entrano in gioco le chiusure. Esiste ancora il romanticismo del cavatappi e del tappo di sughero?
“Dobbiamo ragionare, il romanticismo deve anche arrivare alla fine, ossia dopo che ho stappato la bottiglia me la devo poter godere”.
Parliamo di tappo a vite?
“Ad alcuni sembra una bestemmia, ma bisogna essere contemporanei. Oggi ci sono dotazioni e materie prime diverse rispetto a 50 anni fa. Cento anni fa il sughero era il materiale più performante, per elasticità e resilienza. Oltre alla morbidezza e compattezza. Oggi ci sono molti materiali performanti. Chiudere una bottiglia vuol dire permettere a quella bottiglia di affrontare il tempo e darmi quello che mi aspetto quando la apro. Da una parte vogliamo essere sostenibili e poi se la sostenibilità si traduce in buttare una bottiglia dopo 3, 4, 5 anni di lavoro più lo stoccaggio e il resto, allora non è più rispettoso per l’ambiente. Se posso fare in modo che tutte le bottiglie siano godibili, allora mi sembra ragionevole cambiare punti di vista”.
Dal racconto al calice, i nostri assaggi
Langhe Doc Chardonnay 2024, elegante, immediato, pulito, Dal carattere discreto e dai sentori precisi, beva di grande equilibrio, un vino pronto e godibile al pasto.

Alta Langa Extra Brut 2021, uno spumante eccezionale, il perlage persistente accompagna a lungo, con sottili note floreali, in bocca cremoso e avvolgente.
Langhe Doc Nebbiolo 2024, vino fresco, dall’ottima acidità, godibile e immediato. Molto giovanile e adatto a pasti poco impegnativi.

Barolo Docg Serralunga D’Alba 2021, annata molto buona, mano che si è adattata benissimo all’alta qualità dell’uva. Un vino che parla di equilibrio e armonia, tannini levigati, sentori raffinati e decisi. Memorabile.

Barolo Docg Cerretta 2006, un tuffo nel passato, vigoria tannica e speziatura marcata, arancia sanguinella, in un sorso lunghissimo e dalla freschezza intramontabile.

Langhe Doc Nascetta 2023, un vino del cuore, che riporta alla memoria i paesaggi langaroli, i terreni calcarei e limosi che donano al vino verticalità e snellezza. Ricco di note erbacee, richiama il sorso grazie a mineralità e acidità.
Ringraziamo Sergio Germano e la famiglia. In foto con la moglie e i figli Maria ed Elia, tutti coinvolti nel lavoro in azienda.
Foto in parte originali e in parte concesse dai titolari.
Susanna Schivardi



