Massimo Zorzettig: il Friulano? Si poteva e doveva fare di più, a partire dal nome
Probabilmente sarò un po’ di parte e sentimentalmente in leggero conflitto di interessi (ma rispetto ad altre situazioni nazionali il mio mi sembra un peccatuccio veniale), ma ogni volta che vi racconto di qualche azienda e di qualche personaggio della mia regione, il Friuli Venezia Giulia, mi ritrovo ad entusiasmarmi e celebrare vini e uomini importanti che danno lustro al nostro territorio. Che mi possa andare in aceto tutta la riserva di vini che custodisco gelosamente in cantina se i miei giudizi non sono reali e provenienti dal profondo del mio sistema emozionale, frutto dell’unica fortuna di cui mi vanto, essere nato in una regione che regala sempre qualche bella sorpresa. L’azienda e il personaggio che andremo a conoscere oggi rappresentano un altro esempio di come la vocazione del territorio e la capacità e lungimiranza delle persone che vi lavorano permettano di raggiungere risultati d’eccellenza apprezzati in regione, a livello nazionale e anche estero.
Ci troviamo a Ipplis di Premariacco, a pochi chilometri dalla splendida Cividale del Friuli, all’interno della rinomata zona Doc dei Colli Orientali del Friuli. Il territorio si estende lungo la fascia collinare della provincia di Udine a ridosso del confine con la Slovenja. Molti fattori rendono unica e rinomata questa zona. Le Prealpi Giulie riparano la vite dalle fredde correnti del nord, mentre l’influenza benefica del mare crea microclimi particolarmente favorevoli ad una viticoltura altamente qualificata. Ma uno dei fattori che maggiormente caratterizzano il territorio è la particolare caratteristica geologica del terreno: rocce marnose e arenarie che in superficie si sgretolano in frammenti scagliosi e via via in argilla finissima (la cosiddetta “ponka”, termine friulano che identifica la marna).
Se si va in zona Colli Orientali e si chiede in giro se per caso qualcuno conosce gli Zorzettig è come andare a Roma è chiedere a qualche romano se per caso ha sentito mai parlare di un certo Totti. Una delle stirpi di vignaioli più rinomate del Friuli è certamente la famiglia Zorzettig, e oggi andrò a conoscere Massimo che assieme al fratello Marco e alla mamma Gabriella dirigono l’azienda “La Tunella”.
La storia della famiglia ha radici antiche e trova i suoi albori già negli anni sessanta quando come in altre realtà friulane ci si trovò di fronte al bivio che il dopoguerra aveva lasciato. Gettarsi a capofitto nel nascente sviluppo industriale oppure seguire la strada della campagna con tutte le insidie e incertezze che il futuro riservava. Nonno Zorzettig, detto Min, mezzadro, in quei anni produceva già vino per uso famigliare ma trovava anche i primi estimatori nei palati di amici e conoscenti. Con la nascita dei tre figli, Francesco, Giuseppe e Livio, la squadra necessaria per dedicarsi alla coltivazione in grande della vite era composta. Vengono così acquistati nuovi terreni e le produzioni iniziano ad aumentare consolidando un’azienda che oramai rappresentava una realtà importante nel panorama vitivinicolo locale.
Si arriva così ai primi anni ’80 quando avviene la svolta della dinastia Zorzettig, divenuta nel frattempo molto numerosa con l’allargamento dei nuclei famigliari. I tre fratelli Francesco, Giuseppe e Livio decidono di seguire ognuno la propria via e di costruire con le rispettive famiglie tre aziende dove ognuna fosse libera di seguire la propria strada e la propria filosofia produttiva.
Una di queste tre nuove realtà è quella a cui fa capo Livio, che nel frattempo si era sposato con Gabriella, che oltre a diventare la madre di Massimo e Marco sarà protagonista anche delle sorti e del futuro dell’azienda. Nel 1986 nasceva quindi ad Ipplis l’Azienda “Livio Zorzettig”, 23 ettari di vigna piantata prevalentemente con vitigni autoctoni che davano vini che erano imbottigliati per essere venduti a clienti locali o nelle osterie del Friuli. Ma un triste evento segnerà le sorti dell’azienda. La grave perdita di Livio, avvenuta pochi mesi dopo, porterà la moglie Gabriella a farsi carico del futuro dell’attività di famiglia assieme ai due giovani figli, Massimo allora 14 enne e Marco di soli 12 anni. In queste situazioni o ci si lascia prendere dallo sconforto o si prende la situazione di petto e si reagisce prontamente, ed è qui che è venuta fuori la tenace friulanità di Gabriella che nonostante il profondo dolore si prese sotto la propria ala protettrice i figli e assieme si rimboccarono le maniche per continuare il sogno e il progetto del padre Livio.
Grazie al notevole impegno profuso, i risultati non tardarono ad arrivare e all’inizio degli anni ’90 venne data una nuova impronta all’azienda. Vengono acquistati nuovi terreni in zone collinari particolarmente vocate, introdotte nuove varietà, ricostruita la cantina e i locali di vinificazione, creato un nuovo ed accogliente spazio per la vendita e la degustazione. In cantina viene inserito il bravo enologo Giuseppe Zamparo che sposa la filosofia aziendale e assieme a Massimo imposta un programma a lungo termine con l’obbiettivo di raggiungere elevati livelli qualitativi che permettano di affacciarsi con sempre maggior audacia nei mercati nazionale ed estero.
Tanti sacrifici e notevole professionalità possono portare solo verso una direzione, quella del successo professionale. Come non essere orgogliosi degli attuali 70 ettari coltivati a vigneto interamente locati in un terroir prestigioso come quello dei Colli Orientali del Friuli? Nel 2002 una nuova svolta. C’è una gran voglia di continuare a migliorarsi e cercare di portare sempre più in alto il nome dell’azienda, rendendo il proprio marchio univoco senza creare confusione agli occhi dei consumatori che si ritrovano nel mercato prodotti di cinque aziende omonime. Per fare questo si decise di cambiare l’antico nome “Livio Zorzettig”, sostituendolo con un toponimo che deriva dalla denominazione del casale e del colle dove la stessa è locata. Era nata l’azienda “La Tunella”.
Nome nuovo ma vecchia filosofia, orientata ad un progresso continuo, nella vigna e in cantina, senza perdere di vista le tradizioni di famiglia e nell’ottica di garantire un prodotto altamente qualitativo senza per questo rinunciare ai caratteri di tipicità. La cantina, arricchita dalla seconda ala terminata pochi anni fa, è un mix perfetto di classe e praticità. Le uve dalla campagna arrivano in cantina ed ogni mosto segue il suo percorso predefinito, raggiungendo a caduta i contenitori d’acciaio e le botti nella zona interrata, per continuare e poi terminare il processo che porterà ad imbottigliare circa 450mila bottiglie in media ogni anno.
La gamma di vini proposti è molto ampia. Ci sono i bianchi classici, Pinot Grigio, Chardonnay e Sauvignon seguiti dagli autoctoni Rjgialla (Ribolla Gialla) e Friulano della linea Selence. Poi troviamo i rossi classici come il Merlot, il Cabernet Franc e il Pinot Nero seguiti dagli autoctoni Schioppettino e Refosco dal Peduncolo Rosso della linea Selence. Di notevole interesse e qualità è la squadra degli uvaggi. Il Biancosesto (50% Ribolla, 50%Friulano), Lalinda (30% Ribolla, 70% Malvasia Istriana) e il rosso Arcione, frutto della selezione delle migliori uve di Pignolo e Schioppettino che dopo un leggero appassimento matura in tonneaux di rovere francese per circa 3 anni donandoci un vino dalle mille emozioni. Non mancano naturalmente i vini dolci, con il Verduzzo Friulano, il mitico Picolit e il Noans, un assemblaggio di Riesling Renano, Sauvignon e Traminer Aromatico.
Come avete visto i vini proposti sono tanti e tutti meriterebbero un’ampia divagazione, ma v’invito a provarli di persona per provare in diretta le emozioni che una semplice descrizione non sarebbe in grado di dare. Voglio, però soffermarmi un po’ di più sulle due nuovi produzioni che usciranno quest’anno. La prima verrà messa in commercio questo aprile ed è la Valmasia 2009. Si tratta della Malvasia Istriana, vitigno bianco autoctono che nella terra friulana ha trovato il suo habitat ideale. Il nome nasconde una storia simpatica e deriva dalle chiacchiere degli uomini che lavoravano nel vigneto e quando al mattino si riunivano per andare nella zona dove si trova la Malvasia, dicevano in dialetto friulano: Anin te Val de Malvasie” (andiamo nella Valle della Malvasia”). Come per la Rjgialla, il nome personalizzato cerca di rendere riconoscibili in modo inequivocabile, due autoctoni friulani ma con marchio “La Tunella”.
La seconda novità è in uscita a settembre 2010 ed è il Pignolo 2006. Un rosso autoctono con un carattere esuberante e una notevole struttura. Un vitigno che era sulla via dell’estinzione e fu recuperato negli anni ’70. Le uve subiscono un leggero appassimento in cassette e dopo i vari passi della vinificazione inizia la sua fase di affinamento in tonneaux di rovere francese da 5 hl che prosegue per quattro lunghi anni nei quali si evolverà e permetterà alla sua elevata tannicità di raggiungere il giusto equilibrio.
Massimo, con notevole cortesia, mi ha ospitato in casa sua e mi ha fatto assaggiare la Valmasia che, sebbene fosse appena stata imbottigliata sprigionava già tutta la sua eleganza e bontà con profumi e sensazioni gustative che erano in grado di emozionare, anche se fra un paio di mesi queste saranno ancor più evidenti e superlative. Per il Pignolo dovrò ripassare a settembre, ma visto l’invito fattomi da Massimo, state pur certi che non mi lascerò scappare questa primizia e la fortunata possibilità di essere accolto in questa bell’azienda che unisce una gran professionalità con una profonda disponibilità e cortesia.
DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO
In aprile uscirà la Valmasìa 2009 (Malvasia istriana, mentre a settembre toccherà al Pignolo annata 2006, nuovi protagonisti della vostra già prestigiosa produzione. L’ennesima testimonianza dell’amore per la vostra terra e il desiderio di valorizzare le produzioni autoctone?
L’amore per la nostra terra e quindi anche per i prodotti autoctoni è sempre stato presente nelle tradizioni della nostra famiglia e noi ora stiamo continuando sulla stessa strada credendo fermamente che sia la via giusta da seguire. Malvasia istriana e Pignolo sono quindi delle produzioni nuove che non fanno altro che avvalorare la nostra filosofia e la nostra ideologia aziendale. Fra le altre varietà autoctone che già produciamo, vorrei ricordare la Rjgialla (Ribolla Gialla) un vino che ci rappresenta da sempre, di cui andiamo fierissimi e che ci ha permesso di farci conoscere anche all’interno del panorama nazionale.
Le vostre produzioni riforniscono per il 45% il mercato nazionale e per il restante 55% quello estero. La crisi ha portato i consumatori a modificare le proprie abitudini causa un budget di spesa limitato. Molti produttori hanno le cantine piene di vino in eccedenza e questo sta generando una tensione senza precedenti sui prezzi all’estero ed entro i confini nazionali. Com’è la salute dei mercati in questo momento e che situazione pensi troveremo, quando si spera usciremo da questa crisi?
In cuor mio penso e spero che le aziende che hanno sempre lavorato bene non resteranno vittime della selezione che giocoforza la crisi determinerà. Molti hanno pensato che fare questo mestiere fosse facile e redditizio e si sono gettati nei mercati molte volte con poca professionalità e molta improvvisazione. La realtà è invece che ci vuole molta dedizione e sacrificio, non è mai stato facile, a parte qualche breve periodo di splendore dove sembrava che il mercato fosse roseo e prospero per tutti. Penso che chi ha alle spalle una lunga tradizione di famiglia, chi ha lavorato sempre bene e seriamente alla fine ne uscirà a testa alta e non avrà grosse giacenze di magazzino di cui preoccuparsi.
Si sta parlando della possibilità di creare una Doc Friuli riunendo sotto un’unica “bandiera” il meglio delle produzioni vitivinicole del territorio. Cosa ne pensi di questa proposta?
Penso che si tratta di un argomento che doveva essere affrontato molto prima. Ora secondo me è troppo tardi. Ci sono troppe realtà diverse nel territorio, produzioni diversificate, problematiche non comuni e difficilmente si riuscirà a mettere d’accordo tutti. I segnali sono già chiari, è un progetto che non trova tutti d’accordo e quindi se già in partenza non si riesce a fare quadrato e raggruppare tutte le forze, allora è meglio non avventurarsi in qualcosa che non porterebbe a niente di produttivo. Alla fine come già accade ora, sarà premiato il lavoro della singola azienda. Chi ha o avrà raggiunto livelli d’eccellenza mettendoci tanta passione e sacrificio, sarà comunque premiato aldilà di tutto e tutti.
La filosofia dell’azienda è orientata ad un progresso continuo, nella vigna e in cantina, senza perdere di vista le tradizioni di famiglia e nell’ottica di garantire un prodotto altamente qualitativo senza per questo rinunciare ai caratteri di tipicità. Ma è sempre possibile per un’azienda con una produzione medio/alta come la vostra restare fedeli a certi valori tipici delle tradizioni rurali e contadine?
Nel nostro caso posso rispondere solo in modo affermativo. Sono filosofie e tradizioni che fanno parte del nostro dna e che mai ci sogneremo di tradire. Penso poi che la nostra azienda, con 70 ettari vitati e produzioni di circa 450mila bottiglie abbia la struttura e l’organizzazione ideale per perseguire questa filosofia. Ogni operazione è direttamente eseguita in azienda, abbiamo le nostre figure interne, persone di fiducia in vigna e in cantina, tecnici nel laboratorio analisi, insomma non dobbiamo servirci d’enti esterni per espletare qualche passo del nostro ciclo produttivo e questo ci permette di seguire direttamente le varie fasi di lavorazione e d’essere padroni e responsabili del nostro destino in maniera inequivocabile. Tutto questo può risultare alle volte molto impegnativo, ma alla fine ti dà tutti i risultati che volevi e che speravi di realizzare.
Quanto c’è di vostra mamma Gabriella nell’azienda “La Tunella”?
Anche se ora nostra madre ha un ruolo che posso definire istituzionale, posso tranquillamente dire che se siamo qui ora, lo dobbiamo a lei. Quando è morto prematuramente nostro padre Livio, noi eravamo piccoli e trovatasi di fronte ad un bivio, è stata lei a decidere che la missione dell’intera famiglia sarebbe stata quella di continuare il progetto che era stato messo in opera dal marito. Ecco se mia madre avesse scelto un’altra strada, sicuramente io e mio fratello non ci troveremmo qui ora, ma molto probabilmente staremmo facendo altro, magari qualcosa di completamente diverso.
LALINDA è una delle ultime vostre produzioni, ed è dedicata a vostra nonna Linda che con amore vi è stata sempre vicina in tutti i momenti più importanti della vostra vita. A parte questo caso che rappresenta una scelta esclusivamente di cuore e riconoscenza, quanto è importante saper comunicare oltre che con la bontà del vino anche attraverso operazioni di marketing, che possono partire dalla veste grafica dell’etichetta, un nome azzeccato fino alla ricerca di una visibilità sui media di settore?
La nostra filosofia ci porta a cercare di fare tutto bene con scrupolo e dedizione totale. Quindi anche quando si parla di marketing e promozione, ci mettiamo lo stesso amore e impegno che dedichiamo alla vigna e alla cantina. E’ uno dei tasselli che compongono l’attività di un’azienda e quindi è molto importante curarlo nei particolari e nei minimi dettagli, perché ogni cosa partecipa alle fortune e alla buona riuscita di un progetto. Se si cerca di fare un buon prodotto, poi bisogna cercare di presentarlo e valorizzarlo nel migliore dei modi.
Quando chiedo ai produttori quale sia in percentuale l’importanza del lavoro in vigna rispetto a quello in cantina, quasi tutti sono concordi nel dare un 80% di merito all’operato in mezzo ai filari. Ma nel vostro caso, la bravura dell’enologo “Luigino” Zamparo riesce a spostare qualche punto percentuale al di sopra del risicato 20%?
Ritengo che il lavoro in cantina sia determinante. La vita va avanti e se fossimo restati ancorati al modo di fare vino di vent’anni fa, sicuramente oggi non berremmo i prodotti deliziosi che tanti bravi produttori sono in grado di regalarci. In cantina si cerca di sperimentare, di sfruttare le tecniche naturali per migliorare la qualità e offrire nuove gamme di prodotti, se così non fosse ci troveremmo a bere ancora i vecchi vini, che oggi non penso riscuoterebbero il favore e il piacere del consumatore.
Quale vino della “concorrenza” ti piace e ammiri a tal punto che avresti voluto etichettarlo come parte della vostra produzione?
Premettendo che sono contento delle mie produzioni, ci sono tanti vini di tante zone diverse che meriterebbero di essere menzionati per l’eccellenza qualitativa che sono in grado di fornire. Più che etichettarli come vini della mia azienda, mi piacerebbe esserci io nella zona di produzione tipica e farli direttamente lì. Quindi preferisco non fare citazioni e rischiare di dimenticarmi qualche nome illustre che meriterebbe sicuramente la ribalta.
Il “Biancosesto 2007” ha ricevuto i 5 grappoli dalla guida dell’AIS e i 3 bicchieri da quella del gambero rosso. Ma quanto contano per te i giudizi delle guide e non ti arrabbi mai per qualche punteggio che ritieni eccessivamente misero?
Le guide hanno un ruolo importante per la promozione della tua attività, ti aiutano nelle annate in cui hai dei prodotti che sono qualitativamente al di sopra della media e quindi sono messi all’attenzione degli addetti ai lavori e dei consumatori. Ma ritengo che rappresentino solo un qualcosa in più rispetto a quella che è la tua normale attività. Un aiuto promozionale che alle volte ti riempie di soddisfazione ma che non deve essere oggetto d’ansie e delusioni in caso di punteggi non eccelsi. Mia nonna Linda diceva sempre che “è sempre meglio esserci che non esserci”, e quindi se l’azienda “La Tunella” si è fatta conoscere al di fuori dei confini locali è anche perché è presente in tutte le guide di settore.
Quali sono gli obiettivi futuri?
Vogliamo consolidare i risultati che abbiamo ottenuto finora e migliorarli cercando di conquistare la fiducia e il rispetto dei consumatori che speriamo ci amino e valutino per quello che valiamo veramente. Non è facile restare su alti livelli in un mercato in continuo movimento, ma grazie alla nostra serietà, costanza e ricerca dell’elevata qualità, contiamo di riuscirci. Ci stiamo mettendo tantissimo impegno e dedizione, non vogliamo abbassare la guardia, e se un mese fa abbiamo finito di vendere tutto il vino dell’annata precedente e i clienti stanno aspettando con ansia il vino nuovo beh, vuol dire che qualcosa di buono lo abbiamo fatto.
Ora dal cielo, in mezzo alle nuvole e ai raggi di sole, papà Livio starà vedendo con orgoglio gli ottimi risultati del vostro lavoro. Con quale vino della vostra produzione starà brindando ora assieme a tutti gli angioletti del creato, rallegrandosi per le bontà che i suoi amati figli sono riusciti a produrre?
Penso e spero con il Tocai Friulano, un vino che mio padre amava molto. Spero che oltre che in cielo, il Friulano si possa bere in tutto il mondo. Non sono contentissimo di come la politica e l’intero sistema stanno portando avanti la valorizzazione e promozione del nuovo marchio di un vino che rappresenta un bene immenso per tutto il territorio regionale. Si poteva e si doveva fare molto di più secondo la mia umile opinione, a partire dal nome che secondo me non rappresenta l’ideale biglietto da visita per un vino che deve essere commercializzato e venduto in Italia e all’estero senza dar adito ad equivoci e confusioni.
Stefano Cergolj




