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Imprecare. Questo tempo mi fa imprecare, sempre. È la pioggia sottile, quasi una nebbia pesante, che ti bagna ovunque, il volto, il pastrano. Pure la cavalla tirava un sospiro di sollievo per essere finalmente al coperto. Il viaggio da Verona è sempre interminabile. Ma almeno adesso il vino che abbiamo portato in città sarebbe bastato per alcuni mesi. Queste piogge autunnali così prossime ad una nebbia grossolana sono le più odiose: rischi di non togliertele di torno per giorni, con questi cieli grigi, tristi. Ma almeno coraggiosi di loro stessi. I cieli sereni, puliti e limpidi, sono sostanzialmente ipocriti. Il cielo a levante sta schiarendo, e quasi mi piace questo odore di foglie umide, ai piedi degli olmi e del salgàri che stanno sulle rive delle vigne abbracciate tra loro in un mare d’oro. La Valpolicella in autunno ha un fascino irresistibile. Un soffio lieve di vento muove le onde. Però l’autunno ha insito nella sua natura un aspetto triste, greve del fumo che si mischia alla nebbia della pianura, silenzioso delle foglie che il vento irrispettoso muove come cartocci inutili. E gli alberi piangono il doversene separare. La smania d’imparare, che mi ha portato a finanziare la Scuola pratica di Agricoltura, animata dal professor De Angelis a San Pietro In Cariano, in questo periodo deve essere dirottata sui libri, essendovi penuria di lavoro in vigneto. È forse anche questa pausa forzata, questo cambiamento della manifestazione della vita, più silenzioso, più difficile da decifrare con lo sguardo, che rende così duro affrontare l’autunno: porta all’inverno, inesorabilmente, e a quei freddi, con le vigne così apparentemente vulnerabili, sotto il peso della neve e i morsi del freddo.
Però poi l’inverno ha in sé quella voglia di tornare a prepararsi all’arrivo nuovamente della primavera: cominci a procurare le strope, porti avanti le potature – che ogni anno termino sempre con quella Molinara che piantarono quando nacqui – respiri l’aria pulita, depurata dal quel freddo che le piante abbisognano: se l’inverno è troppo mite, il pesco fiorisce male. Alla vigna basta meno, e quasi sempre questi inverni eran sufficienti. Forse noi vignaioli ci siamo inventati di porre a riposo le uve per questo. Quando poni a riposo dei grappoli, nella semioscurità dei granai, essi cambiano molto: maturano un’altra volta, e la vigna lo sente. Imparano il valore dell’autunno, dell’inverno. Non appena avvertiranno che sarà il tempo della festa, passato il Solstizio, che li farà diventare nettare dionisiaco, sprigioneranno tutta la luce che hanno raccolto nell’estate, e custodito per mesi. Quella luce avrà profumi travolgenti, che racconteranno come i vignaioli abbiano scoperto il modo per allungare la vita a queste creature. Il fuoco è acceso, qualche ceppo di vecchie vigne morte tristemente per colpa della Fillossera. Anni di grandinate, e i pochi capitali che mio padre mi ha lasciato, quand’ero appena ventenne, hanno contrastato non poco questo mio cammino di trasformazione agricola di Gargagnago, a cui si aggiunse anche quella bestia infernale, che dall’altra riva del Garda, quivi giunse nel 1910, segnalata a Monte, frazione più alpestre che vitata: si dice possa essere stata importata da pali e vimini usati per le vigne. E ora, che anche la guerra è passata, e le vigne pure quella hanno veduto, è ora di riprendere. Forse sarà il caso di lasciare passare un inverno, ma quando la vita dalle profondità della terra viene richiamata dal sole che torna a salire nel cielo di Marzo, si deve lavorare per accompagnarla verso la sua esplosione. È buio ormai: rimane un vago arrossimento del cielo laggiù, dove la pianura si allarga verso ponente. Ho un foglio sulla scrivania, e forse è il caso scriva finalmente quella lettera. Apro una bottiglia, sperando che dissolva in sé, il vino, quei pensieri densi e sempre troppo difficili da tradurre sulla carta. Ha un colore scarico, mogano brillante. Profuma di caramella, dolce, ad un passo dall’ossidazione. In bocca è lieve come la seta. Con il riempirsi della pagina di parole, lui apre una balsamicità lieve. I ricordi sono di affumicato, legno di ciliegio, visciola cotta, e sullo sfondo frutta candita, cacao. Continua il discorso, mio e quello intrigante tra balsamicità e affumicatura, quasi stessi odorando un “legno balsamico”. Chissà che ne sarà di queste parole. E chiudo quel foglio.
Nota finale: il racconto verosimilmente autobiografico, parla di Pieralvise Serego Alighieri (1875-1943), nonno dell’attuale Conte Pieralvise. Alcuni riferimenti storici, alcuni nomi e luoghi, sono reali, come è reale la descrizione del vino. Alcune informazioni sono tratte da “I Serego Alighieri a Gargagnago di Valpolicella”, di Pierpaolo Brugnoli. Per saperne di più, leggete il mio articolo “Serego Alighieri, un tuffo nel passato della Valpolicella nobile. Verticale di Amarone della Valpolicella Vaio Armaron“.
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