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La consueta pausa agostana, con i suoi ampi e salutari spazi in escursioni al mare e in montagna è ormai un ricordo, settembre è alle porte con i suoi colori, i primi profumi dell’imminente vendemmia nell’aria, una quantità di sagre e manifestazioni lungo tutta la penisola ci permette di riprendere confidenza con la nostra innata passione per il vino. Settembre riporta a galla anche la storica “rivalità” tra Barolo e Barbaresco, i due “re dei vini” delle Langhe piemontesi, con il secondo sempre un po’ in soggezione e invidioso del blasone del suo antagonista, ma mai come negli ultimi anni così attivo nel cercare di ridurre il divario di notorietà e di prestigio. I produttori da tempo perseguono la stessa strada della qualità e dell’autenticità del loro vino, in pochi si sono infatti intestarditi a “vanigliare” il succo di questa magica uva chiamata Nebbiolo con barrique di fresca tostatura o a concentrarlo in maniera irresponsabile e innaturale, lasciandolo al contrario a riposare qualche mese in più nelle loro cantine, nelle botti o semplicemente in bottiglia prima di proporlo all’esigente platea di consumatori. L’ennesimo banco di prova di questa “sfida infinita” prende il nome di “Piacere, Barbaresco“, allestito nel primo fine settimana di settembre nei locali delle Scuole di Treiso dall’Enoteca Regionale del Barbaresco, in collaborazione con i quattro comuni della zona d’origine di questo vino, vale a dire Neive, Barbaresco, la frazione albese di San Rocco Seno d’Elvio e lo stesso Treiso. Come lascia intendere chiaramente il titolo, la kermesse aveva come obiettivo quello di “presentarsi” nel suo insieme di vino, territorio, gente, sapori e luoghi ricchi di fascino e storia a tutti gli appassionati del Barbaresco che avessero avuto desiderio di approfondirne la conoscenza, fossero operatori professionali, giornalisti o semplici consumatori finali.
Ricco e variegato il programma, diluito in ben quattro giornate, con la ghiotta anteprima il mercoledì precedente la rassegna con la presentazione del volume “Maurilio e la Ciau del Tornavento“, sigillo letterario sulla vita in cucina dell’estroso chef stellato di Treiso. Non solo ampio spazio all’immancabile banco di degustazione del Barbaresco, la maggior parte delle annate 2006 e 2007 con qualche ottimo esempio di 2004 e 2001, di una cinquantina di aziende, arricchito quest’anno grazie al recente gemellaggio con il Chianti Rùfina da una dozzina di campioni toscani, ma anche al “Sesto senso del Barbaresco“, simpatici test di analisi sensoriale per riconoscere a occhi chiusi gli aromi racchiusi in questo vino, così come all’annuale convegno “Prima della vendemmia” in cui analizzare e discutere gli attuali dubbi e inquietudini del mondo del vino. Molto riuscite, coinvolgenti e coreografiche le escursioni “Al principio il vino è una collina“, parte a piedi e parte via bus, tra i cru del Barbaresco (prendendo a prestito il termine francese per indicare le nostre Menzioni Geografiche Aggiuntive), ideate dall’onnipresente Giancarlo Montaldo, presidente dell’Enoteca Regionale e principale artefice della manifestazione, che hanno segnato ogni giorno il tutto esaurito. Grazie alla fattiva collaborazione dei produttori, autentici ciceroni tra i vigneti che li vedono protagonisti 365 giorni all’anno, i partecipanti hanno appreso i vari segreti legati all’esposizione, coltivazione, impianto e longevità dei vigneti più blasonati, quasi sempre sconosciuti dal vivo sebbene spesso letti in etichetta, oltre a scoprire angoli paradisiaci, avvolti nei magici colori e silenzi delle Langhe, grazie a sapienti tappe come quella presso l’Agriturismo Il Bricco a Treiso, su un promontorio con una suggestiva visuale di buona parte del territorio vitato a nebbiolo dei tre comuni del Barbaresco.
Tanta varietà di eventi doveva però, a mio avviso, essere maggiormente diffusa e pubblicizzata, mentre si è rischiato di vanificare gli sforzi organizzativi: non è stato ad esempio affatto agevole anche per me, che da oltre vent’anni frequento in lungo e in largo questo territorio, trovare sulla strada che conduce a Treiso chiare e immediate indicazioni sul tipo e sul luogo dell’evento, così come erano in “miniatura” i cartelli affissi nella piazza centrale per indirizzare i visitatori verso le varie attrattive, in particolare verso i banchi di assaggio del Barbaresco e del Chianti Rùfina. Sarebbe stato sicuramente di maggior richiamo uno striscione nel centro del paese con il titolo e le date della manifestazione, abbinato a qualche cartellone ad altezza uomo lungo le principali direttive, Alba in primis, poiché, come mi hanno in seguito confermato alcuni amici, in molti erano all’oscuro della manifestazione.
Entrato nel padiglione dedicato al banco d’assaggio, la palestra della scuola abilmente mascherata” con un fondo di erba sintetica e grandi immagini delle colline e dei vigneti di Langa alle pareti, fa capolino nella mia mente qualche altra perplessità. Innanzitutto l’assenza ai tavoli di degustazione di parecchi produttori, sostituiti peraltro in maniera impeccabile nel servizio del vino dai sommelier delle delegazioni AIS di Torino e Cuneo, però spesso in difficoltà a rispondere a quesiti specifici sul tipo di vinificazione, affinamento o quant’altro si riferisse al dettaglio produttivo del vino che si aveva nel bicchiere, nonostante i sommelier stessi avessero prodotto schede plastificate dettagliate relative ad ogni singolo produttore. E’ comprensibile che rimanere ore dietro a un tavolo in attesa o nella speranza di qualche contatto interessato al proprio vino costi fatica e dedizione, ma ritengo che proprio la presenza del vignaiolo possa far la differenza in manifestazioni di questo genere. Onore al merito quindi a tutti i presenti, che spesso hanno coinvolto l’intera famiglia in una impegnativa alternanza di compiti e lavori tra azienda e stand, in particolare a Vittorio Adriano dell’omonima azienda, a Enrico Dellapiana dell’azienda Rizzi, a Marco Dotta di Marchesi di Gresy e a Carlo Toso della Cascina Longoria per il loro entusiasmo nello svolgere il doppio ruolo di “standista” e di oratore nelle varie escursioni tra i migliori vigneti di Barbaresco.
Altro inevitabile interrogativo il perché dell’assenza nella lista dei produttori di diversi volti noti, dai “pluribicchierati” ad altri di minore fama e dimensione, nonostante il numero in aumento degli aderenti e del pubblico presente rispetto alle precedenti tre edizioni. Dare una risposta al motivo delle defezioni è quasi impossibile, ognuno senza dubbio avrà avuto i suoi buoni motivi per disertare l’appuntamento di casa. La tendenza però che ho riscontrato in varie parti d’Italia, ad esempio in Alto Adige, maestro della salvaguardia e promozione dei propri territori, nelle concomitanti Giornate del Vino di Caldaro, è un forte ritorno di attenzione al mercato locale che, se stimolato con iniziative valide, dimostra di saper ripagare gli sforzi anche attraverso le sempre più numerose visite in azienda da parte di appassionati, che sfruttano la possibilità di acquistare alla fonte il prodotto. In questo modo si riducono i costi ed aumentano le soddisfazioni per entrambi, sia dell’avventore stesso, che riesce a ridurre buona parte degli intermediari, sia del produttore, che ha la possibilità di chiarire ogni dubbio e rispendere ai quesiti del visitatore mostrandogli l’intero ciclo produttivo e vendendo (con nessun rischio di mancato pagamento…) i propri prodotti rimanendo in azienda.
La buona affluenza a tutti i vari eventi di “Piacere, Barbaresco” deve obbligatoriamente essere interpretata positivamente, poiché costituita in maggior parte da giovani amanti del vino e del buon bere, non solo limitata a una “sana bevuta” al banco d’assaggio, molti muniti di taccuino e prodigi di domande e curiosità, chiaro segno che la cultura enologica è in costante aumento grazie ai corsi, seminari e degustazioni guidate organizzate dai vari enti e istituzioni: in sostanza un movimento in crescita su cui investire e lavorare per incrementare questo prezioso e selettivo mercato privato. Un ultimo appunto alla manifestazione, ben più importante dei precedenti, è relativo alla temperatura di servizio dei vini, costantemente al di sopra dei 24 gradi, con aromi e profumi offuscati dalla cospicua parte alcolica presente nelle annate 2007 e 2006. Per ovviare a questo handicap, la soluzione ottimale credo sia dotare la prossima edizione di alcune cantinette a temperatura controllata, affinché la qualità quotidianamente perseguita dai viticultori possa venire trasferita integralmente nel bicchiere del consumatore, senza rischiare di dare un’immagine falsata dei vini proposti.
Nella quasi totalità delle mie degustazioni ho avuto conferma di una pressoché omogenea marcata tipicità espressiva del vitigno nebbiolo dell’annata 2006, caratterizzata da una grande eleganza, finezza e freschezza, complessità e pienezza che sicuramente ne garantiranno la longevità. Note molto positive anche in diversi vini del discusso millesimo 2007, che personalmente ho ritrovato con piacere rinvigorito e più austero rispetto alle degustazioni primaverili, impressioni avvalorate dai produttori stessi, che giustificavano le sensazioni di eccessiva piacevolezza e rotondità riscontrate in precedenza a causa del breve tempo trascorso in bottiglia, considerando che molti vini sono stati imbottigliati a marzo-aprile: molto probabilmente la complessità e le diverse interpretazioni del Barbaresco 2007 ci obbligheranno a concedergli ancora un po’ di mesi di riposo e affinamento prima di poter esprimere un giudizio oggettivo su questa annata, anche se escludo che si riscontrerà un’omogeneità simile al 2006. In attesa di ulteriori verifiche, posso esprimere giudizi molto positivi per il Barbaresco 2007 di Taliano, per il Pajoré di Rizzi, il Canova di Ressia, il Bric Ronchi di Albino Rocca, l’Asili di Cà del Baio, il Rabajà di Giuseppe Cortese, il Rio Sordo di Cascina delle Rose, il Roncaglie di Poderi Colla e il Martinenga delle Tenute Marchesi di Gresy, di cui ho apprezzato fortemente anche l’annata 2004 del Camp Gros e del Gaiun, così come il Bric Turot 2001 di Prunotto. Il Barbaresco Roncaglie 2005 dei Poderi Colla, con la sua piacevole freschezza, il gran frutto e l’ottima beva è stato senza dubbio tra i protagonisti della cena di gala che si è svolta come tradizione al ristorante La Ciau del Tornavento, seppur l’estro di Maurilio Girola l’abbia messo a dura prova abbinandolo nientemeno che ai “Calamaretti alla piastra, patate mimosa, delicato pesto di lattuga e basilico, pomodorini confì“: per la gioia del giovane enologo Pietro e di suo cugina Federica Colla, nel corso della serata si sono svuotate ben 14 magnum di questo nettare, riscuotendo un più che meritato applauso finale dei commensali. Altrettanto ottime le interpretazioni culinarie di Maurilio come il primo piatto “Risotto al Barbaresco e polvere di fave di Tonka“, seguito dalla delicata “Guancia di vitello cotta al Barbaresco con la sua riduzione“, abbinata al Barbaresco 1996 della Cantina Vignaioli Elvio Pertinace di Treiso ed al Barbaresco Fasét 1985 dell’azienda Bricco Asili Ceretto.
Come annunciato da un grande manifesto all’ingresso dei banchi degustazione, la prossima edizione “rischia” di svolgersi ad Alba, trasferendosi dalla zona di produzione del Barbaresco, che ha il grande vantaggio e bellezza di poter trasferire immediatamente ai visitatori nozioni, luoghi e scenari di sicuro stimolo per far amare questo vino, all’anonimità della “capitale” delle Langhe, tra l’altro drasticamente carente di strutture in grado di supportare e valorizzare eventi enologici di rilievo. Penso che sarebbe invece un buon compromesso organizzare “Piacere, Barbaresco” nella frazione albese San Rocco Seno d’Elvio, salvaguardarne lo stretto legame con i territori di produzione e allo stesso tempo togliere dall’anonimato un borgo ricco di fascino, immerso nella natura, in cui operano ottimi vignaioli.
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