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Le souffle de la musique

Una serata di grande musica con Brad Mehldau e Joshua Redman

Brad Mehldau e Joshua Redman

Non potevo proprio lasciarmi sfuggire, lo scorso 13 luglio, il ritorno a Roma di due colossi del jazz come Brad Mehldau e Joshua Redman. Avevo prenotato il biglietto qualcosa come tre mesi prima per assicurarmi un posto vicinissimo nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Forse la sala con l’acustica migliore, almeno per quanto riguarda i piccoli gruppi (quello dell’acustica discutibile, in un’opera moderna studiata proprio per accogliere la musica di ogni genere, rimane davvero inspiegabile…).
Nella Cavea, invece, ovvero l’anfiteatro posto appena fuori della struttura dell’Auditorium, la stessa sera suonava Elton John, e anche in questo caso, il fatto che nelle pause o nei momenti in cui i due musicisti in sala sussurravano le loro note, si cogliessero in modo abbastanza netto le canzoni di John (tanto che Mehldau e Redman hanno anche scherzato riprendendone brevemente il canto), la dice lunga sui limiti dell’Auditorium. Ma questa è un’altra storia.
Quello che conta, invece, è che i due artisti, perfettamente rodati da esperienze effettuate insieme sin dagli anni ’90, consolidate dai concerti in duo che stanno effettuando da almeno un paio d’anni, hanno raggiunto un livello qualitativo gigantesco. Potrei riassumere le loro diverse personalità con due parole molto semplici, sicuramente riduttive ma che a mio avviso ne indentificano l’aspetto dominante: genio (Mehldau) e istinto (Redman). Basta vederli sul palco per rendersi conto dei due diversi approcci, sia fisici che musicali. Il concerto è partito subito bene, senza tentennamenti né la necessità di “scaldarsi”, sono stati preferiti brani classici, fra cui ho colto Thelonius Monk e Bud Powell, ma anche uno stupendo The Nearness of You di Hoagy Carmichael e Ned Washington. I fraseggi di Redman sempre nitidi, a tratti trascinanti, ma anche struggenti all’occorrenza, hanno segnato l’intero concerto, la sua dimestichezza con il sax tenore è proverbiale, ma al soprano non è assolutamente da meno. Mehldau è un autentico tessitore di armonie, caratterizzato dalla straordinaria indipendenza delle mani che, e questo è uno dei suoi punti forti, si alternano spesso nel segnare la ritmica o il canto, con la massima disinvoltura.
La ciliegina sulla torta, però, è stato uno straordinario bis nel quale i due musicisti hanno eseguito il mitico Hey Joe di Jimi Hendrix, un blues fantasticamente reinterpretato (scelta non casuale, vista la nota esperienza di Mehldau nell’avventurarsi in temi di artisti provenienti da culture musicali differenti, come Radiohead, Nirvana, Beatles ecc.).
Unico rammarico la totale assenza di brani tratti da Highway Rider, forse il capolavoro di Mehldau, un doppio cd uscito l’anno passato, eseguito con Joshua e tanto di orchestra, in cui ha messo ulteriormente in evidenza le sue eccellenti doti di compositore.
Una cosa però la devo dire, e qui mi ritrovo con lo scorbutico Keith Jarrett: accade ancora troppo di frequente che il pubblico romano (ma forse potrei dire italiano) abbia troppa smania di applaudire e ululare, tanto da non saper aspettare neanche la fine dei brani, cosa tutt’altro che corretta nei confronti dei musicisti. La musica è fatta anche di pause, silenzi, sfumature, e quando arriva a livelli così alti di emozione, interromperla è segno di scarsa sensibilità. Per non parlare delle foto scattate con i cellulari, mentre sei immerso nel concerto ogni tanto vedi partire un flash, magari da decine di metri di distanza. Possibile che nessuno abbia spiegato a questi signori che la portata di questi flash è di pochi metri, per cui utilizzarli è del tutto inutile? Eppure ad ogni inizio concerto c’è un’annunciatrice che dice di non scattare foto… ma la correttezza e il rispetto delle regole non è mai stato il nostro forte.

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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