|
Il luogo comune vuole Ibiza come isola di divertimento sfrenato, mondanità, esagerazioni di tutti i generi fino ad arrivare quasi alla perdizione. La mia vacanza estiva però è stata tutt’altro! Sono partita con la ferma intenzione di evitare totalmente il caos per dedicarmi alla scoperta di un luogo dove la natura e le splendide spiagge, che confermo tali, potessero rigenerarmi dopo un anno di lavoro. Con la piccola utilitaria a noleggio e una cartina piena di suggerimenti di un gentilissimo italiano trapiantato là da oltre 20 anni, ho attraversato tutta l’isola in lungo e largo scoprendo ogni giorno deliziose calette semi deserte, piccole realtà, si turistiche, ma ancora genuine e soprattutto il calore di alcuni abitanti che ci hanno accolto e raccontato un pezzo della loro storia. Il caso ha voluto che, percorrendo le tranquille strade interne, lontane dalle rotte del turismo di massa, scorgessi il cartello che indicava la proprietà di Juan Bonet, simpatico e bravo produttore di una delle cinque bodegas dell’isola: Sa Cova, a Sant Mateu d’Albarca, non lontano dalla bella costa settentrionale. La mia passione per il vino e la curiosità crescente per una realtà mai provata prima non mi hanno fatto esitare un solo istante a stravolgere il programma della giornata e addentrarmi tra le vigne rigogliose piantate nella terra rossa ricchissima di minerali, tipica di tutto il territorio. Nonostante la mancanza di appuntamento veniamo accolti con gentilezza ed è lo stesso Juan a mostrarci orgoglioso la sua piccola cantina, prima la sala dove tiene le vasche inox e poi la parte più fresca con le barriques di rovere francese e americano che provvedono alla maturazione dei suoi vini e le cataste di bottiglie ben allineate alla parete che proseguono l’affinamento.
Tornati all’aperto, prima di farci accomodare sul bellissimo terrazzo che domina la vallata, ci mostra la tipica “finca” adiacente alla attuale nuova e più moderna abitazione, un edificio da sempre appartenente alla sua famiglia, così come le sue terre. Ci parla del suo progetto di recupero storico e del suo stupore quando alcuni architetti, chiamati per eseguire i sopralluoghi, l’hanno collocata anche prima del 1775, anno riportato sui suoi vecchi documenti. Proseguendo con i racconti, mentre la tavola si imbandisce di bicchieri e graditi stuzzichini, veniamo a sapere che, in realtà, per diverso tempo si è dedicato al vino solo nel suo tempo libero e per il fabbisogno familiare, un hobby che però nel tempo lo ha assorbito sempre più, fino a diventare la sua attività principale. Nel 1993, dopo qualche anno di fisiologica preparazione, ha lanciato sul mercato monastrell, syrah, tempranillo, malvasia e moscatel. Tutte varietà di sua proprietà che a tutt’oggi ritroviamo in commercio in gran parte sull’isola, in Spagna e anche in piccole quantità in Germania. Delle sue 25.000 bottiglie prodotte però da noi in Italia non ne arrivano molte, se non quelle di qualche estimatore e quel paio cautamente confezionato e spedito in valigia dalla sottoscritta! La cosa che mi ha colpito immediatamente è stata la scritta “Vino de la tierra” su tutte le bottiglie. Mi spiega che segue tutti i criteri della produzione biologica, che è molto contrario all’utilizzo di sostanze chimiche, e che tutti i passaggi, dalla raccolta alla selezione dei grappoli, sono esclusivamente eseguiti a mano e con scrupolosa attenzione, ma che in realtà non ha la “certificaciòn oficial de vino de la tierra” per cui non può aggiungere altro in etichetta, se non quell’accenno dall’accento vagamente romantico. A quel punto non restava che iniziare la degustazione!
Blanco 2009: Malvasia 90%, Moscatel 10%, 13% vol. – La malvasia al 90% dona al vino un’intensità aromatica che mi lascia letteralmente a bocca aperta. Sarà poi quel 10% di moscatel a completare l’opera. Dolci note di fiori bianchi, di pesca e uva gialla avvolte dalla tessitura sapida che spicca fin dalla fase olfattiva e da una attesa fragranza minerale che non poteva certo mancare avendo osservato il suolo che accoglie le viti. Dopo una classica vinificazione in acciaio, il vino è stato imbottigliato all’inizio di marzo, ragion per cui, prima ancora che io lasci trasparire l’evidenza, Juan mi avverte che forse qualche sua componente, e di fatto quella alcolica, potrebbe essere ancora un po’ invadente. Ma basta poco ad andare oltre nella fase gustativa per scorgere le basi di un equilibrio in divenire fatto di mineralità e sapidità arricchiti dalla piacevolezza dei ritorni fruttati e da note di miele un po’ amaro sul finale. È l’ora del tramonto, ma fa ancora molto caldo, e il vino impiega poco ad aumentare la sua temperatura, temo un appesantimento generale, invece mi ritrovo nel bicchiere una concentrazione di profumi ancora più intensi, persistenti e perfettamente integri con la dominante fruttata di pesca gialla che mi ispira un abbinamento per un pasto completo a base di pesce ma anche carni bianche accompagnate dal riso, come nella più tipica espressione della buona cucina spagnola e, perché no, proprio la paella! Manca di un soffio la quarta chiocciola, chissà che non la raggiunga un giorno la bottiglia che prosegue l’affinamento nella mia cantina! @@@
Rosado 2009: Monastrell 100%, 13% vol. – Il colore che definirei tecnicamente “ramato” sfuma in realtà in tutte le tonalità possibili di una cipolla di Tropea, o in quelle della ruggine, ma forse ancor di più ai chiari scuri della terra rossa che caratterizza il suolo di gran parte dell’isola e in particolar modo queste vigne. La varietà monastrell – come recita la scheda consultata sui Vivai Rauscedo – è dotata, tra le altre pregiate caratteristiche, di un “complesso aromatico di grande qualità..” ma forse con la vinificazione in rosato e in assenza di affinamento in legno, non riesce ad esprimere al meglio tutte le sue potenzialità nel mio bicchiere. Il vino è piacevolmente profumato e ci evoca freschi profumi di ribes rosso e fiorellini di campo. Appena volutamente mosso, è anche dotato di una vibrante acidità che però non trova ancora il suo equilibrio con l’esuberanza indipendente della componente alcolica. Forse averlo degustato dopo il Blanco, di cui ancora si sprigionano i profumi nel bicchiere posato accanto sul tavolo, potrebbe aver penalizzato la mia degustazione ma non certo la sua piacevolezza come aperitivo al calar del sole. Servito freddo, magari accompagnato da una croccante fritturina di gamberetti e dalla ancor più rosata insalata di polpo sono certa allieterà comunque il palato di molti fortunati avventori. @@
“9” 2007: Monastrell 34%, Syrah 33%, Merlot 33%, 13,5% vol. – Un vino che si chiama come uno dei miei numeri preferiti, il 9, che in catalano “nou” significa anche “nuovo”, non poteva certo rimanere sullo scaffale di esposizione senza richiederne l’apertura. Nasce da un blend ottenuto dopo un affinamento di 4 mesi in rovere francese di primo e secondo passaggio e già dai profumi, che sprigiona al solo versarlo nel bicchiere, si manifesta nella sua opulenza olfattiva. Molto consistente, il liquido rubino non troppo trasparente non lascia dubbi che una buona percentuale sia a base merlot! Ciliegia in primis e frutta matura quasi dolciastra che via via si scurisce nella prugna e nella mora si alternano a note persistenti di petali di rosa. In seconda battuta arriva la pungenza del pepe, riconducibile alla suo terzo di Syrah e solo in chiusura si percepiscono toni più vegetali. La temperatura di degustazione, nonostante sia quasi l’ora di cena, purtroppo è più alta del dovuto e, nonostante la componente alcolica prenda inizialmente il sopravvento, si capisce che il vino è ben fatto e che la freschezza, che ne bilancia l’irruenza, è composta e anche gustosa. In bocca è piacevolmente, forse appena troppo, fruttato al punto di provare la sensazione di masticare una caramella. Discreta la presenza del tannino e buona la persistenza sempre legata a dolci sensazioni di ciliegia. Senza pretendere grosse elaborazioni culinarie, è un vino che può accompagnarsi perfettamente a carni rosse appena scottate sulla griglia nelle fresche serate ibizenche! @@@
Privat 2004: Monastrell 60%, Syrah 40%, 14% vol. – Da quando la famiglia Bonet ha iniziato a produrre questo blend di monastrell e syrah ha deciso di tenerne la maggior parte per la famiglia. Da qui il nome Privat, proprio a significare il quasi esclusivo uso domestico. Per fortuna, ormai da tempo, una parte viene messa in commercio e ho potuto apprezzarne anche io le qualità. Quaranta giorni di macerazione sulle bucce, dodici mesi di rovere francese e un anno di affinamento in bottiglia. Questi i numeri del vino che si presenta luminoso e concentrato nel suo colore rubino che già accenna a volgere al granato. I profumi sono profondi, ancor prima del registro fruttato arriva immediata la nota ematica e terrosa, più nascoste le sensazioni legate agli odori di macchia mediterranea, sul fondo sembra quasi di avvertire il profumo degli olivi secolari del giardino della bodega e ancora di quella terra così minerale che li nutre. Un vino decisamente legato al suo territorio che compensa gli sforzi di Juan che crede fermamente nel suo progetto di territorialità e che ha saputo produrre in esso un equilibrio tra freschezza, alcol e tannini aggraziati avvolti da una struttura decisamente importante e dalle lunghe persistenze piacevolmente minerali. Ottimo compagno di carni rosse e formaggi stagionati, si merita pienamente le quattro chioccioline. @@@@
|