Isabella Pelizzatti Perego e i profumi e sapori della Valtellina

Molte volte pensi di avere delle certezze incontestabili e in un attimo le tue sicurezze crollano come un castello di sabbia in balia delle onde marine. Pensi che una delle viticolture che mettono più a dura prova la tenacia dei produttori sia quella fra le rocce e la bora del vicino Carso triestino e poi all’improvviso la tua sete di cultura e nuovi orizzonti ti porta dinanzi ad una terra affascinante e impervia, se si vuole fare vino, che mette in discussione tutte le tue ataviche considerazioni.
Ma in questo caso non ci sono molti margini di discussione: la Valtellina è una terra eccezionale, dove il termine di viticoltura eroica non è un’esagerazione enfatica, ma descrive in maniera chiara le difficoltà e lo spessore dei personaggi che, con amore e passione, hanno deciso di usufruire dei doni della natura e vinificano una tipologia come la Chiavennasca che in questa terra, al pari del Nebbiolo nelle Langhe, riesce a dare risultati strepitosi se vinificata con le giuste attenzioni.
I vigneti si estendono lungo una fascia di 50 km nelle zone migliori e più soleggiate delle Alpi Retiche, a quote che vanno dai 260 m del fondovalle ai 900 m in prossimità delle cime.
Il sistema terrazzato, con una miriade di muretti a secco in sassi, le pendenze dei vigneti, sono componenti affascinanti ma estremamente impervie per chi ha deciso di fare viticoltura.
La regina assoluta della zona è la Chiavennasca, termine locale con cui si è soliti indicare il Nebbiolo, tipologia che ha trovato il suo habitat ideale in un territorio vinicolo suddiviso principalmente in cinque sottozone. Partendo da ovest la Valtellina si divide fra Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella. Ognuna di queste zone riesce a regalare dei vini capaci di differenziarsi con sfumature diverse a seconda del lembo di territorio di produzione delle uve.

Ma Valtellina non è solo sinonimo di perfezione. La storia antica di questa terra è fatta di grandi momenti e periodi in cui si è persa la giusta rotta.
La difficoltà di lavorare in questa terra ha portato a un progressivo abbandono delle vigne divorate ben presto dal bosco avido di spazi. Gli attuali 800 ha vitati rappresentano un minimo quasi storico per la Valtellina. Ma in questi ultimi anni un nuovo fermento pervade in particolar modo le nuove generazioni. Molte volte le fortune di una terra e di una comunità sono legate alla tenacia anticonformista e alle qualità di un piccolo gruppo di persone che non mettono davanti a sé solo i propri interessi ma anche quelli della terra in cui sono nati.
La storia dell’azienda ARPEPE non è solo un racconto di vino ma è un arcobaleno di sfumature che ci parlano di amore, tenacia, sofferenza e sensibilità. I primi passi dell’attività vitivinicola della famiglia iniziano nel lontano 1860, prima con Giovanni e in seguito con suo figlio Arturo, artefice quest’ultimo della nascita del marchio “Arturo Pelizzatti” che già nella prima metà del Novecento rappresentava un punto di riferimento per tutta la Valtellina.
La successiva generazione, capitanata dalla fervente imprenditorialità di Guido, porterà l’azienda a svilupparsi e crescere ulteriormente arrivando a possedere una cinquantina di ettari di vigneto. Sarà grazie a lui che nel 1961 verrà inaugurata la nuova e grande cantina ricavata nelle rocce del Grumello, al di sotto di una delle scarpate vitate più cospicue dei dintorni di Sondrio.
Con il figlio Arturo, frutto della quarta generazione, si assiste a un’ulteriore ascesa, soprattutto in termini di qualità dei vini prodotti, con l’utilizzo di uve sempre di maggiore pregio e lunghi affinamenti in cantina.
Al marchio aziendale viene aggiunto il cognome materno: nasce la “Arturo Pelizzatti Perego“.

La competenza e perseveranza di Arturo, lo porteranno al raggiungimento d’importanti risultati fino a quando una diatriba famigliare con le sorelle, legata a questioni di eredità, non lo costringeranno alla vendita del marchio e della cantina al gruppo svizzero-americano Winefood che acquisirà in conduzione anche i vigneti.
Arturo in un primo momento resterà a lavorare come dipendente nel gruppo, ma il dolore per veder calpestate tutte le sue idee in materia di viticoltura e assistere all’inesorabile declino del marchio di famiglia, lo porteranno ad abbandonare il lavoro per dedicarsi ad altro.
Ma la tenacia e una sorta di benevola cocciutaggine lo spingono a pianificare il ritorno della famiglia nei palcoscenici vitivinicoli a lei più consoni. Ripreso il possesso di un cospicuo numero di vigneti che aveva dato in affitto, riuscì con abile maestria a riprendere possesso anche della cantina scavata nelle rocce, sotto i vigneti del Grumello.
La ripresa non fu però facile. C’era innanzi tutto la necessità di dare un nome nuovo all’azienda poiché il marchio della famiglia era restato in mano di altri e soprattutto bisognava riconquistare la fiducia dei consumatori, riproponendo gli antichi alti livelli qualitativi.
Arturo credeva fortemente che il vino Valtellinese dovesse avere il giusto tempo d’attesa. Per sei anni consecutivi i terrazzamenti a nord di Sondrio producono e per sei anni il vino entra nelle botti della cantina, senza che ne esca una sola bottiglia.
Per i colleghi produttori è assurdo tenere per così tanto tempo i vini fermi ad affinare in cantina senza nessun guadagno e alti costi di gestione. Ma la tenacia e le ferme convinzioni di Arturo sono l’arma vincente. La difesa dell’integrità e della purezza di quel grande vitigno che è il Nebbiolo, rappresenta una scelta lungimirante che nel tempo avrebbe dato risultati eccezionali.

Con l’azienda ARPEPE, i Pelizzatti Perego erano tornati alla grande passando dalla porta principale. La quinta generazione formata dai tre figli Isabella, Guido ed Emanuele si affaccia a piccoli passi in azienda, ma la malattia del padre li costringerà ad accelerare il loro ingresso per seguire da vicino i lavori e imparare in fretta tutti i segreti del mestiere.
Il 2004 vede Arturo lasciare prematuramente i suoi amati famigliari e i terrazzamenti della sua Valtellina, ma i figli sono oramai pronti a raccogliere il non facile testimone e portare avanti il sogno del padre.
La madre Giovanna oltre a rappresentare un punto di riferimento per i figli supervisiona dall’esterno le vicissitudini e le problematiche della parte amministrativa. Guido fa di professione l’architetto, ma seppur non presente attivamente in azienda, dà esternamente il suo prezioso contributo soprattutto curando la comunicazione. Isabella si occupa di marketing e la sua sensibilità è l’arma giusta per trasmettere i colori della Valtellina anche al di fuori del proprio territorio.
Emanuele il più giovane dei fratelli, ha velocemente imparato i segreti del mestiere e sembra oggi un veterano della viticoltura valtellinese. I vigneti di proprietà sono di circa 12 ha, suddivisi fra gli 8,5 ha del Sassella, i 2,5 ha del Grumello e 1 ha dell’Inferno. Vengono prodotte mediamente circa 50mila bottiglie che vedono come unica protagonista la Chiavennasca.
Il vino base è il Rosso di Valtellina ricavato dalle uve dei vigneti di Sassella e Grumello prossimi al fondovalle. Breve contatto con le bucce di 6 mesi in botte grande di rovere, donano un vino fresco e fruttato adatto al consumo quotidiano ma che non sfigura nelle occasioni importanti.
Salendo di livello troviamo le riserve Inferno Fiamme Antiche, Sassella Stella Retica e Grumello Rocca de Piro. Circa 15 giorni di macerazione, 2 anni di affinamento in botti grandi di rovere e un anno e mezzo in bottiglia donano vini dalla grande personalità, notevole freschezza minerale e lunghe persistenze che ti fanno capire quali siano le potenzialità della Chiavennasca.
Solo nelle annate veramente eccezionali, sono prodotte le grandi riserve Grumello Buon Consiglio, Sassella Rocce Rosse e Sassella Vigna Regina. Macerazioni spinte in legno che possono arrivare oltre i 50 giorni. Un affinamento di 4 anni in botti grandi di rovere, castagno e acacia che dona note incredibili. Altri 3 anni in bottiglia e il risultato finale saranno dei vini capaci di emozionare da subito ma con una longevità che si potrà protrarre nel tempo per moltissimi anni. Armonia e complessità inimitabili e ampie possibilità di abbinamento, per vini dove si esaltano le sottili differenze delle singole vigne.

Il Pettirosso prodotto solo nelle annate ’97 e ’99 è dedicato a papà Arturo. Frutto della sapiente fusione fra l’eleganza del Sassella e la dolcezza del Grumello, alchimia magica possibile solo nelle grandi annate.
Macerazione sulle bucce di circa 25 giorni, 4 anni in botti grandi di rovere, castagno e acacia e 3 anni in bottiglia ed è pronto per deliziare i palati dei numerosi appassionati.
Ultimi Raggi rappresenta il portavoce della vendemmia tardiva che si protrae quasi fino alla fine di novembre. Una leggera surmaturazione e successivo appassimento in pianta delle uve, dona a questo vino una struttura e un’alcolicità importanti.
Una macerazione sulle bucce di circa 25 giorni, 12 mesi in tonneau di rovere non tostato e successivo affinamento in bottiglia uniranno alla struttura del vino anche un’eleganza e bevibilità eccezionali.
Non ho avuto la fortuna di conoscere papà Arturo, ma la sensazione è che i valori che ha trasmesso ai propri figli siano stati recepiti nella loro totalità. Si dice spesso che il vino rappresenti l’anima di chi lo produce. Mai come in questo caso le emozioni e la sensibilità che ho ricevuto dal rapporto umano e diretto con le persone si sono poi specchiate così fedelmente nella grandezza di vini che nella loro unicità raccontano il viaggio di una famiglia e della sua amata Valtellina.

DIALOGANDO CON ISABELLA
Quanto è duro fare viticoltura in una terra eccezionale ma impervia, che mette a dura prova le capacità di chi con amore e passione ha deciso di fare vini di primissima qualità?
Le difficoltà sono tantissime. Basta osservare i terrazzamenti e le pendenze dei nostri vigneti, sorretti da muretti in pietra a vista, per capire che fare viticoltura in Valtellina non è per niente semplice. Non è possibile usare mezzi meccanici e ogni fase del ciclo produttivo viene fatta a mano. Lo sforzo fisico è notevole e i costi economici rilevanti, con una media di 1200 ore di lavoro per ettaro l’anno. Alle normali lavorazioni, vanno aggiunti anche tutti quegli interventi ai muretti in pietra che periodicamente richiedono manutenzioni per mantenerne l’efficienza e la sicurezza.
E’ una sfida continua con la natura che cerchiamo di capire e rispettare, assecondandone i voleri, sperando che sia benevola, e ci risparmi soprattutto la grandine, giacché non siamo in grado di proteggere i vigneti con le reti. Tutti questi sforzi sono però ricompensati da un territorio e da una tipologia di uva che riescono a donarci sempre enormi gioie e soddisfazioni e gratificano il nostro lavoro.
Territorio affascinante e ricco di bellezze naturali. Condizioni ideali per una viticoltura di qualità. Tanti bravi produttori. Ma qual è lo stato di salute della Valtellina in un periodo di estrema difficoltà per l’economia nazionale con i consumi di vino che sono ridotti ai minimi termini?
Nonostante il periodo di crisi, sono molto fiduciosa per quel che riguarda il futuro della Valtellina. E’ bello vedere che nuovi giovani produttori vogliono riappropriarsi del territorio e chi magari fino a qualche anno fa conferiva le uve ad altre cantine, abbia deciso di lanciare la propria etichetta e il proprio vino. A oggi solo il 30% di chi coltiva uva, imbottiglia il proprio vino. La nascita di nuove etichette rappresenta sempre un fenomeno positivo per tutto il del territorio. La Valtellina ha potenzialità enormi, in parte ancora inespresse, ma si sta facendo conoscere sempre di più. Abbiamo la fortuna di poter coltivare un grande vitigno, la Chiavennasca, che ha trovato qui la sua culla ideale e ci permette di guardare con ottimismo al futuro.
C’è un fermento positivo, soprattutto nelle nuove generazioni che hanno capito l’importanza di salvaguardare e far crescere il territorio anche strappando qualche nuovo ettaro vitato al bosco, da adibire alla coltivazione della vite, e garantire così una crescita costante, sempre nel rispetto della natura e dei suoi equilibri.

Fare viticoltura in Valtellina probabilmente non significa solo passione ma anche la responsabilità di continuare un percorso che valorizzi e gratifichi le fatiche delle generazioni che vi hanno preceduto e soprattutto il grande lavoro fatto da vostro padre Arturo. Sentite un po’ il peso di questa responsabilità e pensate di essere sulla strada giusta, la via che avrebbe inorgoglito vostro padre che tante risorse ha speso per valorizzare l’azienda e contribuire così a promuovere i vini della Valtellina, senza lasciarsi mai condizionare dalle mode e dai mercati?
Sicuramente sentiamo un po’ la responsabilità di dover portare avanti degnamente il lavoro di nostro padre Arturo, ma non si tratta di un peso, anzi siamo felicissimi di fare un mestiere che amiamo e che fa parte della storia della nostra famiglia e di tutta la Valtellina. A volte abbiamo come la sensazione di avere ancora acconto a noi nostro padre. Certe soluzioni, certe idee che riusciamo brillantemente a escogitare, sembrano così facili e spontanee che spesso mi chiedo se non ci siano suggerirete in qualche modo da chi, ci ha lasciato si fisicamente ma resta sempre vicino nel nostro cuore. I risultati stanno arrivando. I vini ARPEPE si stanno facendo conoscere e apprezzare anche al di fuori dei confini nazionali, e cosa importante, tutto questo senza stravolgere la filosofia produttiva e senza lasciarci condizionare dalle mode e dall’isteria dei mercati.
Ritengo che siamo sulla strada giusta e che anche nostro padre sarebbe contento del nostro lavoro. Ovviamente c’è sempre da migliorare qualcosa e questo è il nostro obiettivo giornaliero.

Massima ricerca della qualità e costi di produzione elevati in un territorio difficile da lavorare come la Valtellina, impongono inevitabilmente un prezzo di vendita più elevato rispetto a molte zone dove l’automazione la fa oramai da padrone. Non c’è il rischio che la crisi possa portare i produttori a giocare al ribasso per poter mantenere alti i numeri di vendita, cosa che a mio parere sarebbe deleteria per l’intero movimento?
Purtroppo è inutile negarlo, c’è gente che ha sempre giocato al ribasso, cercando di vendere ad ogni costo, creando un notevole danno economico e d’immagine a tutta la Valtellina. Deve aumentare nei produttori la consapevolezza della qualità del proprio lavoro e dei costi che comporta. Non possiamo competere in termini di prezzi con le zone che lavorano in maniera quasi completamente automatizzata. La lavorazione dei vini in Valtellina comporta, per il tipo di territorio, costi molto superiori e non dobbiamo aver paura a chiedere il riconoscimento del giusto valore delle nostre bottiglie. Quando sono all’estero a promuovere i nostri vini, con piacere noto che veniamo accostati, come livelli qualitativi, a zone di primissimo piano del panorama vinicolo internazionale. Se si parla di prezzi però, siamo molto indietro e quindi da questo punto di vista ci sono ampi margini di crescita, soprattutto per quelle aziende piccole, come la nostra, che producendo mediamente 50mila bottiglie l’anno, possono permettersi di puntare tutto sulla qualità e tipicità del prodotto.
Secondo tuo padre Arturo, la chiave nella produzione del vino valtellinese stava nel giusto tempo di attesa, nei lunghi affinamenti. Ma anche in Valtellina, come successo nelle Langhe fra modernisti della barrique e tradizionalisti della botte grande, ci sono correnti di pensiero varie e contrastanti sul modo in cui deve essere vinificata la Chiavennasca?
Nostro padre era visto in modo strano da molti colleghi produttori che non capivano questa sua filosofia di tenere i vini fermi in cantina ad affinarsi per molti anni, rinunciando così a guadagni più facili e immediati. Guadagni più facili a discapito della tipicità e della storia di un grande vitigno come la Chiavennasca. Fortunatamente si stanno facendo dei passi indietro. C’è un ritorno abbastanza generalizzato alle tradizioni produttive di un tempo, agli affinamenti prolungati e alle colorazioni tipiche del vitigno.
Ovviamente anche in Valtellina ci sono correnti e modi di lavorare diversi. Uso di contenitori differenti, legni di tipologie varie, tempi di affinamento diversi, ma si nota comunque un positivo, lento ritorno al passato. Noi siamo però gli unici, da sempre, ad aver scelto di affinare per molti anni i vini in cantina prima della commercializzazione, e questo ci ha dato e ci sta dando notevoli soddisfazioni in termini di risultati.

I premi, inutile negarlo, fanno piacere. Avere un vino, per esempio, eletto fra i 100 migliori prodotti del mondo, non può lasciare indifferenti. Ma quali sono le soddisfazioni massime nel vostro lavoro, quelle gratificazioni che riescono ad accendere i vostri cuori e vi fanno ringraziare il cielo di essere nati in Valtellina e di poter fare vino in questa terra?
La soddisfazione maggiore è vedere che i consumatori, quando vengono in cantina, apprezzano i nostri vini e nel corso degli anni poi ritornano a trovarci, non solo da clienti ma anche da amici, grazie ai bei rapporti che si riescono a instaurare. Mi viene in mente un aneddoto di un cliente che soffre d’intolleranze alimentari e riesce a bere solo un limitato numero di vini. Fra questo numero limitato ci sono anche i nostri, cosa che ci riempie di soddisfazione perché significa che nonostante non siamo un’azienda certificata biologica, lavoriamo bene e in modo il più possibile naturale, senza trucchi e facili aggiustamenti.
Altra soddisfazione è andare all’estero, partecipare con i nostri prodotti a certe degustazioni e vedere i nostri vini abbinati e competere senza timori reverenziali con le etichette più prestigiose al mondo. Questo ci fa capire che la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta.

È sempre difficile e ingeneroso fare una classifica dei propri prodotti, ognuno a modo suo meritevole delle massime attenzioni. Ma qual è il vino che preferisci, per piacevolezza o solo per i connotati romantici e sentimentali che ti trasmette?
È scontato dire che i propri vini sono come dei figli che si devono amare senza fare distinzioni. Se devo proprio fare delle scelte, sicuramente amo le grandi riserve, quelle che adorava anche mio padre, sempre severo e critico quando andava alla ricerca della massima qualità, e che non si faceva scrupoli a vendere le uve, rinunciando a produrre il vino, se l’annata non era perfetta.
Se fosse stato per mio padre, probabilmente avrebbe prodotto solo le grandi riserve.
Ci sono sogni, progetti, speranze nel futuro dell’azienda ARPEPE?
Ci sono tanti progetti e tanti sogni che aspettano di uscire dal cantiere e diventare realtà. Fra le tante cose, pensiamo di produrre nel prossimo futuro due nuove grandi riserve di Grumello e Inferno (ora in affinamento) che andranno ad aggiungersi a quelle già presenti. Poi è nostra intenzione utilizzare sempre meglio gli spazi che abbiamo a disposizioni in azienda per organizzare cene a tema con degustazioni dei nostri vini e intrattenimento musicale, per cementare sempre di più il vincente binomio vino e cultura.

Azienda e tanto lavoro. Ma quali sono le passioni e gli interessi di Isabella al di fuori del mondo del vino?
Ho tante passioni al di fuori del mondo del vino. Mi piace tantissimo viaggiare per conoscere nuovi posti e diverse culture e al tempo stesso portare in giro per il mondo il nome della Valtellina. Mi piace moltissimo leggere, anche se ho sempre troppo poco tempo. Amo vivere la natura passeggiando fra i vigneti. Adoro la musica e il canto, infatti, ero anche parte attiva di un coro polifonico. La passione della musica è tipica della famiglia, infatti, anche mio fratello Emanuele si dilettava a suonare con un gruppo di amici.
Stefano Cergolj




