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Fotografie dell’autore e di Silvana Albanese
La Strada del Vino dell’Alto Adige, o meglio la Weinstraße come da dicitura originaria, uno dei più belli itinerari vitivinicoli della nostra Penisola, capace ogni anno di convogliare migliaia di turisti da ogni parte del mondo (anche se almeno il 60% continuano ad essere di madrelingua tedesca), può vantare un palmares di eventi, sagre e manifestazioni in grado di far felici anche i palati più esigenti.

Come tradizione, a chiusura del periodo estivo e in prossimità dell’inizio delle operazioni vendemmiali, le “Kalterer Weintage“, tradotto dal tedesco in Giornate del Vino, ogni anno per un paio di serate animano la Piazza Principale di Caldaro. Organizzata da Comitato Kalterer Weintage in collaborazione con l’associazione Wein.Kaltern, consorzio istituito per promuovere la viticoltura e la cultura enologica a Caldaro che riunisce le maggiori realtà produttive della zona, la manifestazione permette di degustare presso i vari stand praticamente l’intera produzione di una ventina di produttori locali, con i maestri cantinieri ed i giovani enologi sempre molto disponibili ed attenti a colmare curiosità o quesiti dei sempre più numerosi visitatori (nell’ultima edizione ad esempio ho molto apprezzato vini e personalità del giovane Dieter Sölva della Tenuta Niklas e di Roland Rohregger della Tenuta Prälatenhof, ex-enologo dell’azienda Baron de Pauli). Impossibile in questa atmosfera di simpatica convivialità non abbinare le specialità gastronomiche altoatesine, come i saporiti piatti di speck e formaggio e arrivando al culmine con le dolci ed invitanti frittelle di mele preparate e cucinate sotto i nostri occhi dalle Donne del vino altoatesine.

Premetto che per quanto mi riguarda, amo profondamente questa regione, un affetto che va ben al di là del mondo del vino, nato nel lontano 1987 quando il mio collega Ivo, originario di Bolzano, mi accompagnò in Alta Badia alla scoperta di tradizioni e modi di vita alquanto differenti dalle nostre. Un sentimento lievitato nel corso della mia ventennale frequentazione di questi territori, partecipe del lento ma sostanziale cambiamento nel modo di porsi nei confronti dei loro cosiddetti “Italiani”. Degli altoatesini amo in particolare l’innato senso civico, il rispetto reciproco tra di loro e per gli “ospiti” (le persone che nelle altre parti d’Italia vengono comunemente definiti “turisti”), che come tali vengono trattati, sia nel bene che nel male in base al riguardo che ognuno ha nei confronti della loro privacy e del loro territorio.

Rispetto delle regole e della comunità, del “fare sistema”, concetto in uso da queste parti molto prima che divenisse di moda, è stata tra l’altro una delle ricette che ha permesso al vino altoatesino in pochi anni di scalare i vertici nazionali e di imporsi anche in quelli internazionali, oltre al puntare in primis sulla qualità, e legandolo indissolubilmente e concretamente al territorio, sfruttandone la vocazione turistica e la posizione strategica di crocevia tra l’Italia e il cuore dell’Europa. Le cantine sociali sono state abili nel concretizzare questo modo di essere e di agire degli altoatesini, producendo una variegata gamma di vini adatta a tutte le fasce di consumatori, attenti ai vitigni autoctoni come la schiava e il gewürztraminer non disdegnando però gli internazionali cabernet, pinot nero, merlot, pinot bianco, sauvignon e pinot grigio, prestando fin dall’inizio grande attenzione (adeguandone la remunerazione) alla materia prima, scelta premiata in pochi anni sia dal mercato che a suon di riconoscimenti. Il lavoro successivo, attualmente ancora in pieno atto, è stata l’individuazione e la zonazione dei vigneti più idonei ai vari vitigni, con agronomi ed enologici che incontrano, consigliano e seguono direttamente nel vigneto i singoli conferitori, spiegando e motivando certe scelte.

“UIn questo contesto si è calata perfettamente la Kettmeir, azienda fondata a Caldaro nel lontano 1919 da Giuseppe Kettmeir ma che dal 1986 fa parte del Gruppo Santa Margherita, per quanto riguarda la rete di distribuzione e vendita, mentre la cantina ha mantenuto la piena autonomia operativa nell’ambito delle scelte di produzione. A capo di questa atipica realtà vinicola altoatesina dal 1984 opera Josef Romen, approdato fresco di diploma conseguito a San Michele all’Adige, “scuola che in quegli anni era a numero chiuso, al massimo 5 persone!” precisa simpaticamente, un “balzo” di poche centinaia di metri in verità, considerando che Josef è nato in una piccola fattoria di fronte alla cantina.

Nella sede storica della Kettmeir, una posizione che permette allo stesso tempo di ammirare di fronte il centro storico di Caldaro e a valle i riflessi del suo caratteristico e romantico lago circondato di vigneti, oggi si vinificano le uve provenienti da una cinquantina di ettari di conferitori storici, mentre l’unico appezzamento di proprietà ha le minime dimensioni di appena mezzo ettaro ed è curiosamente coltivato a moscato rosa.

Josef, se non avessi fatto l’enologo, quale professione avresti preferito? Fin da piccolo ho coltivato la mia grande passione per la campagna, e infatti, dimensioni del terreno di famiglia permettendo, avrei voluto fare il vignaiolo, che secondo me é il mestiere più bello del mondo perché sei il padrone di te stesso. Un mestiere che diventa più complicato quando occorre andare a vendere il vino, ma le soddisfazione di coltivare, raccogliere e vinificare le proprie uve sono enormi. Una professione che però consente di essere un po’ innovativi, animata da nuovi stimoli, come ad esempio in questi tempi di perseguire la strada della lotta integrata e del biologico/naturale.
In effetti oggi si parla spesso ma anche confusamente di vini biologici, vini biodinamici e vini naturali. Potresti dirci quali sono le tue idee in proposito? È una realtà da prendere in massima considerazione, a patto che sia autentico e non solo una manovra di marketing. Un problema però è rappresentato dall’aumento dei costi dovuto a minori rese e al bisogno di maggior manodopera e quindi aumentano i problemi di vendita anche a causa della crisi economica. La vite però innanzitutto non va viziata, bisogna comportarsi un po’ come con i bambini, per renderla in grado di andarsi a cercare alimentazione in profondità: non bisogna pertanto eccedere con irrigazioni o con le concimazioni, anche per avere maggior complessità nei vini.

Che cosa ti piace di più e di meno del tuo lavoro? É bellissimo lavorare con la mutevolezza dell’ambiente, ogni anno é diverso, e le soddisfazioni diventano enormi quando si vede che le scelte effettuate si sono rivelate azzeccate. La parte peggiore senza dubbio é l’eccessiva burocrazia, per me come direttore dell’azienda é veramente massacrante, a volte sembra quasi che siamo dei delinquenti e dobbiamo continuamente giustificare e certificare il nostro operato.
Come fa un enologo a tenersi aggiornato sui metodi e prodotti da utilizzare in vigna e in cantina? Confrontandosi periodicamente con colleghi all’interno del gruppo e del territorio, cosi come con centri di sperimentazione, anche se il tempo a disposizione è sempre poco e purtroppo in azienda ci sono pochi margini per nuove assunzioni.

Qual è il vostro vino più richiesto? Per ora ancora il Gewürztraminer, acquistato quasi esclusivamente dal mercato italiano, seguito dai Metodo classico, di cui ne producono circa 50.000 bottiglie, oltre alle 40.000 del Pinot bianco Metodo Charmat.
Il complimento più bello che possono fare a un tuo vino? Quando vengono recepite e apprezzate le caratteristiche di tipicità e gradevolezza che ho voluto dare a quel vino.

Qual è il vino che ti dà più soddisfazione? Onestamente mi da parecchia soddisfazione il primo vino che è esaurito! Scherzi a parte, gli spumanti mi stanno dando molte soddisfazioni, dopo il grande lavoro che abbiamo fatto per scegliere i vigneti più idonei per le basi. La prima annata di Metodo Classico è stata nel 1992, mentre nel 2000 è nato il Rosé di Pinot Nero in purezza. In verità la Kettmeir ha una forte tradizione spumantistica che pensiamo che nel 1964 il Pinot Bianco Metodo Charmat superava le 100.000 bottiglie, produzione che nel corso degli anni si è ridimensionata del 50%. Tengo molto anche al Müller Thurgau Athesis perché sono molto legato al vigneto da cui viene prodotto.

Quali sono i segreti per fare un grande spumante? E i rischi? Bisogna innanzitutto capire cosa si intende per grande spumante, ognuno ha in mente la sua idea di “grande”. Per me deve essere un vino dell’Alto Adige, con una sua chiara e univoca identità ovvero freschezza, profumi e eleganza. Queste caratteristiche qui si possono ricercare coltivando l’uva a altitudini elevate, con ottime escursioni termiche, senza vendemmie anticipate ma attendendo la completa maturazione, ottenendo 11,5 gradi naturali che regalano ricchezze aromatiche e minerali, senza eccessi di sentori di lieviti, che devono essere complementari e non predominanti. I rischi matematici sono molto contenuti, se la base é sana la permanenza sugli lieviti non crea problemi. I rischi sono piuttosto di mercato, che credo sia ancora in ascesa anche se non bisogna eccedere con i volumi.

Hai in cantiere qualche nuovo progetto? Oltre ad aumentare volumi e crescere, stiamo cercando di individuare dei prodotti su cui specializzarsi, anche a costo di rinunciare a qualche etichetta, cercando di andare incontro ai gusti del consumatore, che di fatto si è già specializzato selezionando le cantine dove trovare i migliori vini di ogni tipologia. In cantina invece riposa un Metodo Classico Riserva Millesimato 2011 di chardonnay e pinot nero, che rimarrà sugli lieviti minimo 42 mesi per uscire a Natale 2015, mentre sto pensando a un Pas Dosé.
A cosa è dovuto il boom dei vini dell’Alto Adige? I vini della nostra regione negli anni hanno dimostrato che non é solo una moda, l’Alto Adige é diventato anzi un marchio di qualità e quindi una garanzia di qualità. Il potenziale complessivo è di circa 40 milioni di bottiglie e ben due terzi vengono acquistati e consumati dal flusso turistico. Infatti la nostra politica di associare il prodotto al territorio mira a far rievocare nella mente del turista le immagini dell’Alto Adige, delle sue passeggiate tra i vigneti o delle visite in cantina, quando beve un nostro vino.

Qual è il Tuo giudizio sul mondo del vino in questo periodo? I vini sono tutti corretti e di buona qualità, anche quelli di prezzo basso. Il problema che sono ormai pochissime le zone in cui il margine tra ricavi e costi permette di guadagnare, di investire, di progredire, mentre purtroppo in tantissime zone si sopravvive. Basti pensare che in Italia la produzione negli ultimi 30 anni si é quasi dimezzata e circa un terzo del territorio vitato é stato abbandonato.

In un periodo in cui la crisi economica e le regole del codice stradale portano a un consumo giudizioso di vino, quale potrebbe essere un’alternativa commerciale valida? La mezza bottiglia, la mescita del vino al bicchiere… Qui a Caldaro un’ottima iniziativa é il Wine Taxi, che a un prezzo ragionevole permette di andare al ristorante tranquilli lasciando la vettura a casa. Secondo me inoltre il codice della strada potrebbe essere un incentivo per il ristoratore per servire ottimi vini a bicchiere, dando la possibilità al cliente di conoscere e abbinare un tipo di vino diverso per ogni piatto. Penso che il consumo di vino nei prossimi anni calerà ancora e non solo per ragioni economiche ma anche perché lo stile di vita è cambiato. Pertanto é fondamentale educare il consumatore, aumentare le iniziative con piatti abbinati al vino per far si che le emozioni e le sensazioni raddoppino e siano ripetibili a casa propria.

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