Statistiche web
Le intervisteNotizie e attualitaStorie di cantine, uomini e luoghi

Alla scoperta delle Vigne del Malina: quando l’attesa è sinonimo di qualità

Vigneti Vigne del Malina

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.

Ho rubato questa citazione allo scrittore francese Marcel Proust per introdurre il racconto di un’azienda che, per mia mancanza, non avevo ancora avuto il piacere di incrociare nel mio cammino nonostante la discreta conoscenza del territorio friulano.
In questo caso però gli occhi da soli non sono stati sufficienti perché hanno avuto il bisogno della compartecipazione di tutti gli altri organi sensoriali, mezzi indispensabili quando di parla di vino e di tutte le emozioni che il nettare di Bacco è sempre in grado di donarci.
Ci troviamo ad Orzano, piccola frazione di Remanzacco, in provincia di Udine. Qui il Malina e l’Ellero, due torrenti che partono da punti diversi, nella parte finale del loro corso si congiungono formando un immaginario calice all’interno del quale risiedono i vigneti che appartengono all’azienda che andremo oggi a conoscere: le Vigne del Malina.

Entrata Vigne del Malina

Per raccontare il presente dell’azienda non possiamo fare a meno di fare un salto all’indietro nel passato utilizzando una sorta di immaginaria macchina del tempo che ci trasporti agli anni ’60 quando la famiglia Bacchetti, che aveva cercato, e trovato, fortuna nel ramo siderurgico in Venezuela, decide di ritornare nella terra natia e nel 1967 acquista Villa Pasini Vianello a ridosso dell’attuale azienda agricola.
La preziosa villa dell’800 viene ristrutturata, assieme ai vecchi casolari, e nel suo rinnovato splendore si erge al centro della tenuta, circondata tutto intorno da 150 ettari di terra coltivata.
In questa oasi di pace c’era però un fermento che animava il cuore di Roberto Bacchetti: dare sfogo alla sua passione per la viticoltura e il vino di qualità.
Iniziano così nei primi anni del nuovo millennio le selezioni dei migliori terreni da adibire a questo scopo, progetto che Roberto porta avanti assieme a Omar Pantarotto, amico di famiglia oltre che fidato maestro di vigna e di cantina.
Vengono selezionati circa dieci ettari in un territorio al confine dei colli Orientali del Friuli ma che difende i colori delle Grave se vogliamo parlare di zone di denominazione. Dal punto di vista dei terreni troviamo quindi superfici sassose di origine alluvionale che drenano molto l’acqua e al tempo stesso assorbono il calore del giorno e lo rilasciano lentamente di notte.

Villa Pasini Vianelli

Dalle valli prealpine soffia costante un’aria fresca che asciuga le piante e diventa prezioso alleato contro le malattie fungine. Se assieme a questi elementi naturali mettiamo vicino anche una filosofia che miri ad ottenere la massima qualità delle uve nel rispetto della natura e dei suoi cicli, allora tutti gli elementi sono nell’ordine giusto per poter fare un ottimo lavoro e ottenere vini di grande qualità.
Ed è proprio questa la filosofia della proprietà: lavorare in regime biologico per ottenere ottime uve che poi devono diventare grandi vini. I vigneti sono gestiti a basso impatto ecologico, con frequenti interventi manuali ed esclusione di sostanze chimiche diserbanti. La vendemmia è realizzata senza l’ausilio di macchine anche se i vigneti sono tutti in pianura.
La prima costante, irrinunciabile, deve essere che i vini debbano piacere a chi li fa senza scendere a compromessi.
Omar Pantarotto è stato incaricato dalla proprietà di farsi carico della realizzazione di questo elettrizzante progetto e lo sta perseguendo con scrupolo e passione.
Le uve che vengono coltivate sono lo Chardonnay, il Sauvignon e il Pinot Grigio per le tipologie bianche. Il Merlot, il Refosco e il Cabernet Franc per quelle rosse, varietà non autoctone ma che sono radicate da decenni nel territorio e che sono la soluzione migliore per questo tipo di terreno e il microclima circostante.
Certo i dati commerciali stanno parlando diversamente di questi tempi. Sono altre le tipologie che catturano l’attenzione del consumo di massa, ma la filosofia aziendale non è quella di seguire l’oro liquido che nel presente porta il nome di Prosecco o di altre tipologie più alla moda.
Che non si voglia seguire la tendenza del momento lo dimostra anche la scelta che viene fatta in cantina: lunga maturazione in acciaio per i bianchi e ancor più lunga in botte per i rossi e a seguire un paziente affinamento per entrambi in bottiglia.

Filari a Vigne del Malina

Se si pensa che Chardonnay, Sauvignon e Pinot Grigio escono in commercio a quasi quattro anni dalla vendemmia e il Merlot, il Refosco e il Cabernet a quasi sei anni, si può capire come siamo lontani da quelle politiche produttive che portano certe tipologie ad essere pronte a due mesi dalla raccolta delle uve per poi essere presentate ai consumatori a prezzi che forse, aldilà delle tendenze del momento, sono gonfiati in eccesso in un ipotetico rapporto qualità/prezzo.
Mi direte che è la legge del mercato, e che i prezzi seguono il volume di richiesta, ma se parlo di vino preferisco fare analisi che non si fermino al fatturato ma che arrivino fino alla radice, e abbiano una visione globale che includa anche elementi importanti come quello del rispetto per le tradizioni e la cultura di una terra, la natura e i suoi delicati equilibri, la qualità del prodotto.
Il mix di tutti questi fattori, fanno di cantine come quella di Vigne del Malina realtà da seguire con attenzione ed interesse. Un’azienda che nel 2017 ha deciso di non uscire in commercio perché prima la gelata e poi la grandinata hanno compromesso la qualità delle uve, merita il massimo rispetto. Se si produce biologico questi fenomeni naturali sono ancor più invalidanti.
Per onestà di cronaca devo rimarcare che queste scelte ovviamente sono permesse anche dal fatto che per la proprietà i ricavi dell’uva rappresentano una parte minoritaria delle entrate totali, ma resta comunque un modus operandi che apprezzo perché fatto per amore del vino di qualità.
Dagli assaggi dei vini ho potuto constatare che i buoni propositi espressi sulla carta sono riscontrabili anche in bottiglia. Qualità generale medio alta con struttura, aromi e grande freschezza per i bianchi, che ne fanno ottimi compagni negli abbinamenti a tavola. I rossi invece hanno come costante il grande carattere e la evidente personalità, vini da abbinare a piatti importanti ma con una spalla acida sempre presente che ne invoglia la beva senza stancare.
Della linea produttiva, che arriva a un totale di circa 30 mila bottiglie (a seconda dell’annata) fanno parte anche i macerati delle tipologie bianche, prodotti solo nelle annate di eccellenza. Ho assaggiato lo Chardonnay 2011 e il Sauvignon 2009 che saranno le ultime annate in commercio, visto che si è deciso di puntare per il futuro solo sul Pinot Grigio. Peccato perché una macerazione non spinta di 4-5 gironi su uve in perfetto stato di salute hanno regalato sia allo Chardonnay che al Sauvignon carattere, eleganza e note aromatiche di primissimo livello.
A differenza delle prime due uve, il Pinot Grigio, unico superstite nei listini futuri come macerato, subisce una permanenza sulle bucce più lunga, ma non avendolo assaggiato durante la mia visita, questa mancanza diventerà sicuramente una buona scusa per ritornare presto in azienda quando sarà imbottigliata la nuova annata.

Omar Pantarotto
Omar Pantarotto

 

Dialogando con Omar Pantarotto

Ci troviamo ad Orzano in provincia di Udine ma se parliamo di vino siamo in zona DOC Grave del Friuli. Quali sono le caratteristiche pedoclimatiche principali di queste terre, importanti ma sicuramente meno conosciute fuori regione rispetto al vicino Collio e ai Colli Orientali del Friuli?
Le Grave identificano un’ampia zona che va da Pordenone ad Udine ma le nostre vigne sono proprio al confine con i Colli Orientali del Friuli. Il terreno è composto da molto scheletro, ghiaie alluvionali, sassi e pietre che oltre a permettere un ottimo drenaggio, assorbono il calore del giorno e lo rilasciano lentamente la notte.
È risaputo che l’escursione termica fra il giorno e la notte è fondamentale per lo sviluppo di aromi che dalle uve si trasferiscono poi nei vini.
Ci siamo dotati comunque di un impianto interrato di micro irrigazione da usare con parsimonia solo quando la vite e sotto stress.
Oltre alla spiccata salinità garantita da queste terre, una delle componenti che permettono una viticoltura di qualità è la costante ventilazione che provenendo dalle vallate fa sentire i suoi benefici effetti anche in pianura, rappresentando un fenomenale rimedio naturale contro le malattie fungine e i marciumi.

Da dove nasce il nome che avete voluto dare alla vostra azienda?
Nasce dal fatto che i nostri vigneti confinano con il torrente Malina. La curiosa particolarità è che la confluenza dei torrenti Ellero e Malina disegna sulla carta geografica un calice da vino ed è per questo che abbiamo deciso di scegliere questo simbolo per rappresentare la nostra azienda.

In un periodo storico in cui vanno per la maggiore le bollicine semplici ed immediate del Prosecco, avete scelto di produrre vini che necessitano di lunghe attese in cantina e al momento di degustarli un approccio sicuramente non approssimativo.
Perché questa scelta un po’ controtendenza?
Il titolare Roberto Bacchetti quando ha deciso di intraprendere la strada della produzione di vino in bottiglia, ha posto come paletto irrinunciabile quello di vinificare dei prodotti, non standard, di elevata qualità, che piacessero in primis a lui ma anche a noi che dovevamo portare avanti questo progetto. Una volta raggiunto questo obbiettivo bisognava e bisogna ancor oggi trovare la forza per venderli questi vini, consci di andare contro le tendenze attuali del mercato.
Si tratta di un progetto a lungo termine, un lungo lavoro che per quanto riguarda la parte produttiva in vigna e in cantina può ritenersi più che soddisfacente per i risultati che riusciamo ad ottenere. Ora però bisogna fare il salto di qualità per quello che concerne il lato commerciale, soprattutto in termini di giusta valorizzazione del prodotto che mirando a vini da invecchiamento ha anche dei costi di gestione superiori ai vini di annata come ad esempio il Prosecco che dopo due mesi di autoclave sono già messi in commercio.

Nel 1966 la famiglia Bacchetti è ritornata dal Venezuela e ha deciso di acquistare e ristrutturare Villa Pasini Vianello a ridosso dell’azienda. Ha acquistato i vecchi casolari rimettendoli a nuovo, rifatto i vigneti e nel 2007 sono arrivati i primi imbottigliamenti.
Cosa vi ha spinto ad intraprendere questa avventura e soprattutto a che punto sono i vostri progetti?
Se devo essere sincero, non posso che ammettere che la completa realizzazione dei nostri progetti è più dura del previsto. Non è facile far capire quali siano le potenzialità di vini invecchiati perché la massa dei consumatori richiede sempre l’ultima annata e guarda sempre con diffidenza vini con qualche vendemmia alle spalle. Diciamo che volendo indicare una percentuale che identifichi il raggiungimento dei nostri obbiettivi, siamo ad oggi al 50%.
Se invece parliamo del valore di vendita dei nostri prodotti allora la strada da percorrere è ancora molto lunga perché per adesso, posso dirlo senza falsa modestia, il rapporto qualità-prezzo e molto vantaggioso per il consumatore, ma non per i nostri bilanci.
Bisogna però rimarcare che abbiamo iniziato a produrre vini in bottiglia in un periodo che non poteva sicuramente ritenersi florido e fortunato per il commercio, ma siamo conviti che alla fine i nostri sforzi saranno premiati.

In cantina con Omar Pantarotto

Fra i vini che producete c’è anche il Pinot Grigio. Come avete accolto la nascita della nuova DOC delle Venezie che ha messo assieme le tre regioni del Triveneto sotto un’unica bandiera ed unico Consorzio?
Diciamo che personalmente, come azienda siamo favorevoli al progetto, anche se per quello che si sente dire in giro dovremo essere contrari.
In Friuli ci manca un po’ di mentalità francese, veri maestri nella promozione del vino e del territorio. Qui da noi vige ancora la mentalità che il proprio vino sia il migliore e se non compri da me non mi sento in dovere di consigliarti qualche altro produttore della zona.
Secondo me il concetto di unire le forze è positivo per la visibilità e la penetrazione nei mercati internazionali, ma bisogna stare attenti a mettere in pratica quello che a parole sembra essere una cosa ammirevole e necessaria.
Chi ha produzioni piccole, come la nostra azienda, non penso possa godere di grandi vantaggi nell’aderire a una DOC che vuole confrontarsi con mercati che richiedono milioni di bottiglie. Questo non toglie che se avessimo numeri maggiori probabilmente un pensierino lo avremmo potuto anche fare a tal riguardo. Resta il fatto che il punto centrale resta la direzione che si vuole prendere con la nuova DOC, e cioè se inseguire solo i numeri o anche la qualità.

Nelle annate migliori avete scelto di produrre anche le tipologie in bianco nella versione macerata. Passione sfrenata per i macerati o che altro?
Ad onore del vero, per questioni meramente commerciali, vista la poca richiesta, e non per i risultati che ottenevamo, abbiamo deciso di macerare nelle annate migliori solo il Pinot Grigio. Le annate 2009 del Sauvignon e 2011 dello Chardonnay saranno le ultime macerate per queste tipologie.
Detto questo, alla base della scelta delle macerazione c’era il desiderio di provare qualcosa di diverso, portare un vino bianco all’estremo per saggiare le potenzialità che può avere un uva che arriva in cantina con canoni di elevata qualità.
Ma il vino deve comunque sempre piacerci, non avere grandi volatili ed essere elegante. Se un vino che viene prodotto come macerato non riscontra poi quelle caratteristiche che ricerchiamo, evitiamo di imbottigliarlo e lo vendiamo come sfuso.

Quali sono i mercati di riferimento per la commercializzazione dei vostri vini?
Il nostro mercato di riferimento è l’Italia anche se abbiamo iniziato ad affacciarci anche verso i mercati esteri. Vendiamo bene in California e abbiamo qualche buon cliente in Giappone e in Germania. Avevamo provato anche a entrare nel mercato cinese ma avremo dovuto giocare troppo al ribasso per quanto concerne i prezzi di vendita e quindi abbiamo deciso di non insistere non essendo in linea con il nostro progetto.
Tornando al mercato nazionale, parliamo comunque ancora di piccoli numeri, ma qualcosa si sta muovendo e ci fa ben sperare per il futuro.
Quello che ci dà grandi soddisfazioni è sicuramente il punto vendita annesso all’azienda, dove il cliente può assaggiare i vini accompagnandoli a qualche buon piatto freddo e se soddisfatto può portarsi a casa anche qualche buona bottiglia.

In Italia siamo i primi produttori di vino. Come consumi pro capite stiamo perdendo qualche posizione ma con i circa 40 litri di media siamo comunque sempre fra i maggiori degustatori del nettare di Bacco. Ma a livello di conoscenza e cultura forse abbiamo ancora molto da imparare dai francesi. Ad esempio il concetto dell’annata da noi è riservato solo a una piccola schiera di veri intenditori. Cosa ne pensi a tal riguardo?
A mio modesto parere abbiamo tutto da imparare dai francesi. Stiamo producendo tanto Prosecco e sicuramente in quantità siamo superiori rispetto allo Champagne, ma se parliamo di qualità e valore del prodotto siamo su pianeti diversi.
I francesi sono maestri nel comunicare che ogni annata deve avere il suo valore e che tutte le annate sono diverse in termini di qualità e prezzo di vendita. Certi prezzi delle bottiglie di vino francese sono forse un po’ esagerati, ma è giusto che l’annata importante si debba pagare e quella pessima non si debba imbottigliare. I francesi sono stati bravi ad aumentare i prezzi quando c’era tanta richiesta mantenendo invariati gli impianti, mentre in Italia si segue la strada opposta.

Un vino di Vigne del Malina

Quali sono i caratteri distintivi che non devono mai mancare nei vostri vini e che vi differenziano?
L’unica cosa che è importante è che sia un grande vino che possa piacere prima a noi e si spera poi anche a tutti i consumatori. Per fare un grande vino, quello che fa la differenza è come si lavora in vigna e la qualità dell’uva che si riesce a portare in cantina.

I vostri vini sono stati certificati vegani dalla Vegan Society. Si sente parlare tanto di biologico e naturale, ma sinceramente non avevo ancora sentito parlare di vino vegano. Illumini la mia leggera ignoranza in materia.
Voglio fare una premessa dicendo che non sono vegano. Tutto è partito sentendo parlare i clienti che ci chiedevano del perché non certificavamo il vino vegano visto che siamo già biologici. Per fare un vino vegano ricordo che dalla vigna alla cantina non bisogna usare nessun prodotto di origine animale, nel nostro caso posso quindi dire che si tratta di un vino adatto per una dieta vegana.
Nonostante il nostro tentativo di attrarre una fascia nuova di consumatori, per adesso il mercato vegano non ha risposto in maniera adeguata, anche se siamo certificati dalla Vegan Society che ha una riconoscibilità mondiale, apprezzata per la grande serietà che è riscontrabile nei controlli che opera periodicamente in vigna e cantina per verificare che le regole siano rispettate alla lettera.

Poter fare le cose che si amano e nelle quali si crede è un grande privilegio. Ma è sempre possibile far coesistere le proprie idee e pensieri con le meno romantiche leggi del mercato?
Abbiamo la fortuna che il nostro bilancio aziendale non si basa esclusivamente sui ricavi delle vendite dei vini e questo ci permette di vivere il nostro sogno senza grandi ansie. Pero questo non significa che non abbiamo il dovere di confrontarci con le leggi del mercato e con l’esigenza di far comunque quadrare i numeri.
Non nego che sia bello e gratificante produrre un prodotto che segua i nostri gusti personali e la nostra filosofia, anche se sicuramente nemmeno la proprietà è contenta del bilancio attuale dell’azienda. La speranza è quindi quella di continuare a fare quello che ci piace raccogliendo qualche frutto in più in termine di vendite e incassi.

Stefano Cergolj

Stefano Cergolj

Perito informatico ai tempi in cui Windows doveva essere ancora inventato e arcigno difensore a uomo, stile Claudio Gentile a Spagna 1982, deve abbandonare i suoi sogni di gloria sportiva a causa di Arrigo Sacchi e l’introduzione del gioco a zona a lui poco affine. Per smaltire la delusione si rifugia in un eremo fra i vigneti del Collio ed è lì che gli appare in visione Dionisio che lo indirizza sulla strada segnata da Bacco. Sommelier e degustatore è affascinato soprattutto dalle belle storie che si nascondono dietro ai tanti bravi produttori della sua regione, il Friuli Venezia Giulia, e nel 2009 entra a far parte della squadra di Lavinium. Ama follemente il mondo del vino che reputa un qualcosa di molto serio da vivere però sempre con un pizzico di leggerezza ed ironia. Il suo sogno nel cassetto è quello di degustare tutti i vini del mondo e, visto che il tempo a disposizione è sempre poco, sta pensando di convertirsi al buddismo e garantirsi così la reincarnazione, nella speranza che la sua anima non si trasferisca nel corpo di un astemio.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio