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Percorrendo l’A25, ovvero quel braccio autostradale che all’altezza di Torano si distacca dall’A24, Roma-L’Aquila, e si dirige a Pescara, il capoluogo abruzzese, per un lungo tratto si fiancheggia il Parco Nazionale d’Abruzzo, poi si sale più a nord e, infine, una volta presa la direzione verso l’Adriatico, ci si inoltra tra il Parco Nazionale della Maiella a Sud e il Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga a Nord. Ed è proprio all’interno di quest’area naturale di incredibile fascino che risiede Castiglione a Casauria (fino al 1863 Castiglione alla Pescara), piccolo comune situato a 350 metri di altitudine che non arriva a mille residenti, conosciuto soprattutto per quello straordinario capolavoro di architettura medievale che è l’Abbazia di S. Clemente a Casauria, ma anche per la produzione di un vino, una vera e propria “chicca” ottenuto dall’uva moscatello, varietà di moscato coltivata soprattutto nell’Italia centro-meridionale, dove è presente sia come moscato bianco che nero. Antonio Alfredo Varrasso, studioso di storia e operatore culturale sia in Abruzzo che all’estero, presso la Comunità italiana emigrata, ha svolto una importante ricerca storico-culturale su due diversi fronti: il moscatello e Castiglione a Casauria. Nel primo caso il lavoro dell’autore si mostra particolarmente prezioso poiché è riuscito, attraverso una meticolosa ricerca documentale e storiografica, a dare corpo e scientificità ad una tradizione quasi esclusivamente orale, sicuramente insufficiente a fornire le basi per un progetto di valorizzazione del moscatello e del suo territorio, l’area vitivinicola della Valle del Pescara. Lavoro che si è rivelato di grande utilità e di supporto al Consorzio di tutela del moscatello, costituito nel 2003. In un’epoca in cui la riscoperta e il recupero di prodotti e antiche tradizioni del nostro Paese sono diventati elemento essenziale, che ci permette più di ogni altra cosa di differenziarci e renderci unici grazie ad un patrimonio immenso di cui conosciamo ancora oggi solo una piccola parte, il lavoro di Varrasso si rivela prezioso e fornisce gli strumenti per un recupero e una maggiore consapevolezza dell’importanza di un vitigno, che, più volte ha rischiato di andare perduto per sempre, del suo vino e della storia e cultura ad essi imprescindibilmente legata. Il moscatello (originariamente moscadello) deriva, con tutta probabilità, da una antica malvasia moscatella, proveniente dall’isola di Creta, riconoscibile per l’aroma persistente di muschio, per i suoi acini piccoli e stretti, di colore dorato tendente all’ambrato. L’origine del termine “moscato”, infatti, è legata a “muscus” che in tardo latino significa appunto muschio. Nell’area abruzzese, le prime fonti regionali su questo vitigno attestano la sua diffusione in territorio frentano, in quello di Cittaducale, nell’area marsa del lago di Fucino e nella conca peligna o di Sulmona, una zona che occupa una superficie di circa 100 km quadrati a un’altitudine che va dai 300 ai 440 metri s.l.m., attraversata dai fiumi Aterno e Sagittario. Come ci ricorda l’autore, il moscatello veniva prodotto fino a qualche anno fa in una quantità talmente ridotta da lasciar presagire la sua inesorabile estinzione. Il suo lavoro di recupero di una tradizione illustre e antica, la nascita del Consorzio di tutela, l’interesse sempre più crescente che ha favorito iniziative culturali, approfondimenti e una generale consapevolezza di avere a disposizione un patrimonio prezioso, sembrano avere scongiurato questo pericolo. Ben venga, quindi, un libro che ci illumina su un mondo ai più sconosciuto, un viaggio culturale e storico reso possibile dal recupero dell’archivio privato dei de Petris-Fraggianni di Castiglione a Casauria, oggi inglobato nell’Archivio di Stato di Pescara. Le numerose citazioni relative ad un periodo che, prevalentemente, va dalla seconda metà del ‘700 alla prima dell’800, ma che abbraccia un’epoca ben più ampia che va dal Cinquecento al Novecento, evidenziano l’importanza che a quel tempo aveva il moscatello, testimoniata ad esempio da Lorenzo Giustiniani nel terzo volume del Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, edito nel 1797, dove alla voce dedicata a Castiglione del Conte, ossia alla Pescara, si legge: “Tra i vini si decanta il suo moscatello, al pari di quello di Trani e di Siracusa”. Divertente entrare nel merito degli scambi commerciali di quel tempo, scoprire termini oggi totalmente o quasi scomparsi, come “decina”, con cui si intendeva il mosto, ma anche gli aspetti produttivi, economici e culturali che ruotano intorno all’allevamento del vitigno moscatello. Desidero citare, a chiusura di questo bel libro, un pensiero dell’autore che sento di condividere pienamente: “…nell’auspicabile eventualità di una forma associativa di produzione e commercializzazione del moscatello, si erge imperiosa la definizione e la codificazione di un disciplinare di produzione, a cui non è affatto indifferente il valore della tradizione! L’innovazione- starei per dire la “modernità” – va di pari passo alla storia della produzione, altrimenti si rivelerebbe, al massimo, una mistificazione…la “modernità” non va scambiata, nell’età della globalizzazione, con la mera “capacità” di stare dentro i processi economici – una “presunzione” che, in realtà, nasce dall’isolamento, che d’esso s’alimenta in modo pernicioso – disinvoltamente, muniti solo di una, peraltro insondabile “capacità” di produrre ‘quantità’! I processi di riconoscimento della qualità – e direi della storia! – sono lunghi e faticosi, ma sono i soli che hanno futuro; i soli che contemperano risultati identitari certi e di benessere collettivo”.
Il moscatello e Castiglione a Casauria di Antonio Alfredo Varrasso Casa Editrice Rocco Carabba – Variante Frentana C.da Gaeta, 37 – Lanciano (CH) Tel. e Fax +39 0872 717250 Sito: www.editricecarabba.it E-mail: info@editricecarabba.it 190 pagine Prezzo: euro 18,00
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