Le Donne del Vino del Lazio e il Cesanese

Forse siamo solo all’inizio di una rivoluzione pacifica che sta “femminilizzando” il mondo del vino, nel senso di un apporto di cura, di studio, di inevitabile innovazione e anche di attaccamento alla terra o, ancor meglio, di territorio. O forse no, ma sta di fatto che in un organizzatissimo press tour in quel della Ciociaria la Delegazione Lazio dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino ha davvero superata se stessa sia per quanto riguarda le varie tematiche intrecciate tra arte, storia, musica, architettura, geologia, agronomia ed enologia; sia per quanto riguarda le mai semplici attività logistiche.

Già, figure intraprendenti, appassionate e quindi impegnate in un lavoro di valorizzazione vinicola dell’intera regione e soprattutto delle sue notevoli e versatili tradizioni.
Che poi lo producano o lo promuovano, che lo vendano o lo degustino o, al limite, che ne scrivano, nelle loro mansioni in parti diverse o alternate, in tale rappresentanza laziale Manuela Zennaro (giornalista e capo delegazione), Carla Trimani (enoteca Trimani e Colacicchi), Marina Perinelli (Casale della Ioria) Pina Terenzi (Giovanni Terenzi), Gabriella Grassi (L’Avventura e Casale Verdeluna), Floriana Risuglia (avvocato) e Tiziana Vela (Petrucca e Vela) pongono delle ottime basi per sfatare l’immaginario secolare per cui il mondo del vino sia una cosa riservata esclusivamente agli uomini, contribuendo a tenere alta la qualità dello stesso nettare con il loro apporto chi enologico, chi organizzativo, comunque comunicativo.

In sostanza, donne determinate che hanno optato per questa attività con stile e tenacia: una presa di posizione che non arriva dal caso, ma che riflette una precisa attitudine: Una passione che, in effetti, rappresenta a pieno titolo l’inclinazione vivissima, il trasporto e il forte interesse per qualcosa di bello e utile.
Così, dall’acume di una socia è nato il nome: “RiveLAZIOni” con il non semplice obiettivo di far conoscere al meglio questo Lazio “rivelato”, purtroppo e soprattutto per il suo essere soffocato da tutto quello che può comportare il prestigio e i capolavori in generale della sua capitale.

Nel gradevole ed oltremodo stimolante tour dal titolo “Cesanese, terra di storie antiche”, si è andati alla scoperta della Ciociaria attraverso la cultura, la storia ed il folclore: dalla piccola mostra delle opere del maestro ciociaro Antonio Menenti, illustrate ottimamente dalla prof.ssa Tomaselli, si è passati alla splendida rappresentazione del gruppo Hercanicantus che ci ha totalmente deliziato con i loro canti popolari; mentre dalla minuta ma variopinta mostra di pittura su materiali di recupero dell’artista KaPri ci siamo catapultati nella prestigiosa visita del borgo di Anagni dove la formidabile cripta della sua cattedrale e il grazioso palazzo di Bonifacio VIII (per intendersi quello dello celeberrimo “schiaffo”) hanno catturato un’attenzione per nulla ordinaria.

Il Cesanese, superfluo nel rimarcarlo, diventa allora il fil rouge per condurre alla scoperta di un territorio ricco di storia e di emergenze naturalistiche. Un segno tangibile che unisce luoghi e persone e, non a caso, si trasforma nel legame tra passato e presente a cui propendere per salvaguardare il futuro. Un vitigno simbolo, sì dalle origini incerte, ma senza ombra di dubbio, con la forza di rimanere pervicacemente abbarbicato su pendii vertiginosi per farsi margine alla dispersione del patrimonio agricolo e di esperienze di allevamento della vite. Un vino “generosissimo, con acini sferoidi, azzurri nerastri” come lo definiva l’Acerbi nel 1825, che – se vinificato in maniera corretta come nelle cantine di tali donne – può elargire profumi particolarmente fruttati (amarena), speziati (pepe bianco) e balsamici (menta e liquirizia), pienezza di gusto e setosità tannica.

Dovendo però utilizzare alla fine una sola parola per descrivere tale esperienza, quale termine sarebbe più appropriato? Alquanto difficile, perché si dovrebbe ricorrere a una serie di vocaboli che mettano in risalto la serenità, la bellezza, la pace, insomma una forma di soddisfazione. Termini dunque, che sfiorano la sensazione che si prova in quel momento, senza però descriverla con precisione e che ci riconducono spesso e volentieri alla femminilità, al suo modo di sentire complesso, talvolta complicato, ma talmente sfaccettato da prestarsi come variante ad ogni elemento naturale e ad ogni sistema con cui essa viene a contatto.
Lele Gobbi




