Taste Alto Piemonte 2018: vigne, vini e persone

Non ho avuto dubbi a dare la mia adesione quando ho ricevuto l’invito a partecipare a Taste Alto Piemonte 2018 nel Castello di Novara, sono quasi 15 anni che frequento l’area dove risiedono alcune fra le più interessanti denominazioni italiane e non ho mai smesso di appassionarmi a questo straordinario territorio.
Stanno lavorando bene, sia sul piano squisitamente comunicativo, sia su quello qualitativo, e il numero di aziende che partecipano all’evento è considerevole (46 nel 2017, 50 in questa edizione, che sarebbero state 51 se Paride Iaretti avesse avuto ancora vino), sebbene manchino ancora all’appello alcune aziende di spicco che, come purtroppo è accaduto anche in altre regioni, preferiscono rimanere fuori dal gruppo, penso a Travaglini, Antichi Vigneti di Cantalupo e Le Piane di Christoph Künzli, ciascuna delle quali ha contribuito non poco a dare lustro e stimolo al territorio, ma confido che prima o poi ci saranno anche loro.

Il Consorzio di Tutela Nebbioli Alto Piemonte, sotto la guida dell’instancabile Lorella Zoppis Antoniolo, sta promuovendo il territorio molto bene, questa è la seconda edizione del Taste Alto Piemonte, ma dobbiamo considerare anche la recente trasferta romana, che ha riscosso un notevole successo.
Quest’anno, a supporto del Consorzio, c’erano le agenzie albesi Wellcom e Why Net, l’evento si è svolto in due parti: sabato 24 marzo dalle 9 alle 15 è stato dedicato alla presentazione delle annate in commercio delle diverse denominazioni, 50 esemplari per 50 aziende, degustazione tecnica a cura di AIS Novara; dalle 11 apertura ai banchi d’assaggio in presenza dei produttori, dove è stato possibile approfondire la conoscenza dei vini di ogni singola realtà. Alle 15, infine, si è svolta una degustazione tecnica di vecchie annate, 20 campioni di 20 diverse aziende.

Domenica e lunedì, intelligentemente, giornalisti e buyers sono stati coinvolti in un press tour fra vigne e aziende delle diverse denominazioni (Fara, Boca, Colline Novaresi, Sizzano, Ghemme, Gattinara, Lessona e Coste della Sesia).
Un evento, quindi, ad ampio spettro, sufficiente a fornire un quadro generale dei territori e dei vini dell’Alto Piemonte. Condivido la scelta di limitare la degustazione tecnica delle annate in commercio ad un solo vino per azienda, questo ha permesso alla maggior parte dei giornalisti di avere il tempo di dialogare con i produttori e assaggiare gli altri vini proposti.
Auspico in futuro delle degustazioni più ampie, con un maggiore spazio per i vini bianchi, i quali hanno come denominatore comune l’erbaluce, vitigno principe di questa zona, spesso capace di dare vini di assoluto rilievo.
Prima di parlare dei vini che ho degustato, vorrei dire che il rapporto con i produttori non è mai secondario, conoscerli è essenziale perché ciascuno di essi rappresenta un pezzo di storia, volti vecchi e nuovi che danno un contributo essenziale a unire le tessere del puzzle che dà vita al territorio dell’Alto Piemonte.

₪₪₪₪ COLLINE NOVARESI BIANCO ₪₪₪₪
▪ Colline Novaresi Bianco Chiarezza 2017 – Pietraforata: piccola cantina situata all’interno del castello di Ghemme, fondata nel 2012 da Giovanni Brugo, dispone di 2 ettari vitati coltivati con tecniche a basso impatto ambientale. Il vino, erbaluce in purezza, ha rivelato una trama olfattiva gradevolmente floreale, seguita da profumi di cedro e altri agrumi; in bocca è fresco, sapido, stimolante, ovviamente ancora molto giovane. L’erbaluce è un vitigno che ha nei geni la capacità di evolvere negli anni.
▪ Colline Novaresi Bianco Costa di Sera dei Tabacchei 2017 – Alfonso Rinaldi: siamo a Suno, a due passi dal paese si sviluppa una piccola altura dove, dal 1983, sorge la vigna “Costa di Sera dei Tabacchei”, quasi 2 ettari di erbaluce seguiti come un figlio da Alfonso Rinaldi, vignaiolo rocchettaro quasi ottantenne ma con l’energia di un ragazzo. Il suo unico vino è per me uno dei più buoni bianchi italiani, me ne sono innamorato sin dalla prima annata che ho assaggiato, la 2001; la versione 2017, ovviamente giovanissima, promette già belle cose: naso elegante, molto preciso, minerale, note di albicocca, pesca bianca, mandorla e agrumi; grande sapidità e freschezza al palato, come sempre finissimo.

▪ Colline Novaresi Bianco Luce 2016 – Alessio Grossini: dal 1845 la famiglia Grossini ha una forte tradizione viticola in quel di Mottoscarone, frazione di Suno, ma è Ottavio che nel 1990 costituisce l’azienda agricola, passata di mano (e di nome) al figlio Alessio nel 2009, che si avvale del contributo del papà e del fratello Angelo. Oggi l’azienda dispone di undici ettari vitati a nebbiolo, barbera, uva rara ed erbaluce; il Luce 2016 richiama note di camomilla ed erbe di campo, mentre all’assaggio emerge la vena acida e un percorso espressivo ancora un po’ contratto.
▪ Colline Novaresi Bianco La Contesa 2015 – Filadora: azienda giovane, classe 2005, frutto della passione di Antonella Coppola, che con il figlio Andrea gestisce 3,5 ettari sulla collina da cui l’azienda prende il nome, nel comune di Mezzomerico, piccoli appezzamenti vitati, allevati a controspalliera con potatura a guyot; l’amore per questa terra li ha spinti al recupero delle varietà locali e a una viticoltura ecosostenibile. La Contesa 2015 richiama note di agrumi, mela, nespola, mentre al gusto ha notevole freschezza e spunti minerali.

₪₪₪₪ COLLINE NOVARESI ROSATO E ROSSO ₪₪₪₪
▪ Colline Novaresi Nebbiolo Rosato L’Amante 2017 – F.lli Guidetti: sono esattamente 50 anni da quando Luigi Guidetti ha fondato la cantina nel comune di Boca. Da sempre a conduzione familiare, oggi è alla terza generazione con i fratelli Claudio, Marcello e Marco; Alfonso Rinaldi gli deve molto, non potendo permettersi una propria cantina, ancora oggi fa imbottigliare il suo vino da loro. Questo è l’unico rosato in degustazione, un nebbiolo che ha subito una breve macerazione a contatto con le bucce, profuma di ciliegia, lampone, fragolina di bosco, ciclamino; bocca appena amarognola, con una nota di caramella un po’ troppo evidente.
▪ Colline Novaresi Spanna 2015 – Antonio Vallana e Figlio: Giuseppina Vallana e i figli Francis, Marina e Miriam, portano avanti l’azienda fondata nel 1937 nel comune di Maggiora; lo Spanna (come viene chiamato il nebbiolo in questa zona) viene vinificato in vasche di cemento e maturato in legno per 6 mesi. Il colore è un classico granato con ricordi rubini, naso di rosa, ciliegia sotto spirito, leggera liquirizia, tabacco e mentolo; bocca corrispondente, ancora indietro nel tannino ma ha freschezza e mineralità.
▪ Colline Novaresi Nebbiolo Opera 32 2015 – La Capuccina: conosco Gianluca Zanetta, nipote del mitico Piero Bertinotti, chef sublime del ristorante Pinocchio a Borgomanero, da quasi 15 anni, il suo agriturismo meriterebbe la stella Michelin, le camere sono strepitose e la cucina accurata, con materie prime eccezionali, per non parlare dei formaggi prodotti con la collaborazione delle sue capre e mucche. Ma Gianluca non è solo questo, è anche l’unico essere umano (ma ne siamo proprio sicuri?) che ha da subito deciso di avere a La Capuccina una carta dei vini assolutamente territoriale, tanto da aver raggiunto oggi il ragguardevole numero di 350 etichette. Nessun altro può vantare tanti vini dell’Alto Piemonte. Basta? No! Gianluca è un vulcano sempre attivo, così pochi anni fa ha approfittato della messa all’asta delle vigne di Dessilani (do you remember?) per acquistarne circa 4,5 ettari e mettersi a fare vino. E che vino! Il suo Opera 32 è un signor nebbiolo (ma devo dire che anche la Vespolina non scherza), profuma di frutta composita e rose, è fresco e con un tannino di grana finissima, ogni sorso è una goduria, non dico altro.

▪ Colline Novaresi Nebbiolo Mötziflon 2014 – Francesco Brigatti: un’altra azienda di Suno, uno dei comuni più vocati delle Colline Novaresi, che vanta una tradizione secolare legata alla viticoltura. Francesco Brigatti, figlio di Luciano, è riuscito in pochi anni a mettere a fuoco una linea di vini di notevole interesse, che trova nel Mötziflon uno dei punti di forza.
Della versione 2014 si sente l’annata nella spinta acida, bouquet decisamente floreale e con guizzi fruttati, bocca non grassa ma lineare e godibile, tanta mineralità, qualche anno in più per esaltare le sue caratteristiche non gli farà male.
▪ Colline Novaresi Nebbiolo Giulia 2011 – Enrico Crola: consulente informatico convertito alla vigna, Enrico Crola ha acquistato 6 ettari nel comune di Mezzomerico nel 2006. Da allora si è dedicato anima e corpo a un progetto che si è appena concluso con la costruzione di una cantina progettata con criteri ecosostenibili, dove il legno occupa il 90% della struttura e il fotovoltaico fornisce tutta l’energia necessaria. Enrico ha messo al centro della sua attenzione il nebbiolo, con il quale dà vita, fra l’altro, ad uno dei migliori spumanti metodo classico di tutto l’Alto Piemonte.
L’assaggio del Nebbiolo Giulia 2011, dedicato a sua figlia, ha rivelato dei problemi di tappo, che mai come in questi ultimi anni si stanno verificando con grande frequenza in molte denominazioni. Per fortuna lo avevo già recensito e, visto che non è certo sua responsabilità se il tappo gli ha ucciso il vino, potete leggervi la descrizione giusta →qui.

▪ Colline Novaresi Nebbiolo Valentina Vendemmia Tardiva 2011 – Il Roccolo di Mezzomerico: quella del Roccolo di Mezzomerico è una storia che affonda nei secoli, l’edificio fu costruito nel ‘700 sui ruderi di un’antica fortezza e fu adibito a tenuta di caccia, ma ben presto anche alla coltivazione della vite, che nel 1891 furono conferite in gran parte alla Cantina Sociale Intercomunale di Oleggio, la più antica d’Italia, oggi Cantine dei Colli Novaresi. Fra i fondatori di quella cantina c’era il bisnonno di Pietro Gelmini, attuale proprietario del Roccolo di Mezzomerico, che un decennio fa ha deciso di tornare alle proprie radici con la moglie Margherita e le figlie Valentina e Francesca. Questa vendemmia tardiva si stacca da tutti gli altri vini degustati, poiché è l’unico vino con queste caratteristiche, per certi versi spiazzanti e difficilmente collocabile: naso di frutto appassito, ciliegia, lampone, amarena; bocca corrispondente, un po’ pungente nell’alcol, non manca di verve acida e lunghezza.
▪ Colline Novaresi Vespolina 2017 – Guido Platinetti: due famiglie, Fontana e Platinetti, da oltre un secolo legate nell’attività vitivinicola, iniziata con Gaudenzio Fontana nel primo dopoguerra, quando, come tutti i ghemmesi, usava vendere direttamente il “vassel” (botte) ai grossisti, che radunavano il prodotto delle colline di Ghemme e, tramite la ferrovia, lo facevano arrivare anche in Svizzera dove era molto apprezzato. Con l’arrivo dell’industria tessile negli anni ’60, l’azienda subì un lento declino, i giovani abbandonarono i campi per un lavoro sicuro e apparentemente più facile. Ma neanche vent’anni dopo, Mario, figlio di Gaudenzio, decise di riprendere le redini della cantina e insieme al suocero Guido Platinetti, fondò l’azienda omonima. Oggi sono i figli di Mario, Stefano, Andrea e Maria Fontana a portare avanti l’attività, lavorando la vigna senza uso di diserbo e chimica di sintesi, ma con un impiego mirato dei prodotti anticrittogamici (lotta guidata).
La Vespolina 2017 è vinificata in modo tradizionale, solo acciaio, al naso richiama la ciliegia, il lampone appena maturo, pepe e altre sfumature speziate; bocca fresca, speziata, con acidità spiccata e tannino deciso ma non spigoloso.
▪ Colline Novaresi Croatina 2016 – Davide Carlone: unica croatina degustata, quella di Davide Carlone, che nel 1989 ha ridato vita all’azienda che il bisnonno aveva avviato nel lontano 1880. La filosofia di Davide è improntata sul rispetto ambientale, in vigna non opera diserbo e segue i dettami della lotta guidata e integrata, i pali sono in castagno e i tralci vengono legati con lacci di salice per non produrre materiale non degradabile. La sua Croatina 2016 ha naso leggermente vegetale e un frutto quasi croccante, al palato c’è una bella freschezza e una certa rusticità tannica, ma il vino si fa apprezzare per la sua schiettezza.

₪₪₪₪ COSTE DELLA SESIA ₪₪₪₪
▪ Coste della Sesia Nebbiolo Castleng 2015 – Cascina Preziosa: un’assoluta e piacevole scoperta questa piccola azienda di Gianni Selva Bonino, situata in Frazione Castellengo a Cossato, in provincia di Biella. Prima annata in produzione la 2014, la vigna a nebbiolo è giusto un ettaro, la fermentazione avviene in modo naturale con lieviti autoctoni per 22 giorni, il vino sosta in legno grande da 15 ettolitri per 13 mesi, cui segue un affinamento in bottiglia di 6 mesi.
Nel calice sprigiona profumi floreali di viola e rosa in parte essiccate, il frutto si apre successivamente a note di ciliegia, poi arriva una speziatura delicata, ma è al palato che al momento dà il meglio di sé, con un frutto più espresso, un tannino verace ma non invasivo, una freschezza e una mineralità che innalzano la piacevolezza e la profondità.
▪ Coste della Sesia Nebbiolo Villa Era 2015 – Villa Era: questa piccolissima realtà è un chiaro esempio di come la viticoltura di molte aree dell’Alto Piemonte fosse composta da tanti piccoli appezzamenti di altrettanti proprietari. Oggi si cerca di recuperare parte di quei 40 mila ettari che erano distribuiti nelle varie province, ma lentamente, poiché le vigne sono davvero frammentate e bisogna fare accordi e contratti con tanti soggetti, ognuno con esigenze e disponibilità diverse. Qui a Villa Era, nel comune di Vigliano Biellese, esisteva un vigneto storico di un ettaro, incastonato in un grande giardino, nel 2006 Silvia Rivetti lo ha restaurato e ha dato vita a questo nebbiolo che porta il nome della storica villa, dal colore scarico molto classico, profumi di rosa, viola, ciliegia, bocca fresca, piacevole, corrispondente con finale di liquirizia. Da seguire con la massima attenzione!
▪ Coste della Sesia Nebbiolo Vallelonga 2015 – Fabio Zambolin: un altro esempio di piccola realtà, siamo nuovamente a Cossato, il giovane Fabio Zambolin ha coltivato la sua passione lavorando i 2000 metri quadri di vigna a nebbiolo del nonno Feldo, ai quali ha poi aggiunto un ettaro. Il suo Vallelonga 2015 è molto giovane e un po’ rigido, sfiora la ciliegia e piccoli fiori, al palato ha tannino ancora nervoso ma c’è vitalità in questo vino, non merita di essere giudicato ora, è evidente che è solo all’inizio del suo cammino, credo che migliorerà molto, spero di poterlo riassaggiare fra almeno un anno.

▪ Coste della Sesia Nebbiolo Castellengo 2013 – Centovigne: quella di Alessandro Ciccioni è sicuramente fra le aziende più storiche del comprensorio nord-piemontese, vanta le origini nel 1657, si tratta di un vero e proprio castello d’epoca, con sale arredate ancora con i mobili e oggetti di allora. Anche la viticoltura ne ha sempre fatto parte, con le uve tipiche del territorio, nebbiolo, croatina, vespolina ed erbaluce. il Castellengo 2013 ha un naso ben definito e piacevole, fiori e frutti con delicati avverbi speziati, al palato ha buona struttura, freschezza, dinamicità, davvero molto buono e scorrevole.
▪ Coste della Sesia Nebbiolo Montecavallo 2011 – Castello di Montecavallo: Maria Chiara Reda e Andrea Manfrinati conducono questo bellissimo agriturismo a Vigliano Biellese e la viticoltura è uno dei cardini della loro attività. Lavorano in biologico le vigne che sono state di proprietà della famiglia di Maria Chiara da secoli. Il Montecavallo 2011, nebbiolo in purezza, ha naso maturo, comincia a manifestare note terziarie, ma anche ciliegia sotto spirito, confetto, una vena balsamica e di sottobosco. Al palato ha ancora una buona freschezza e un tannino appena rustico ma abbastanza integrato.

₪₪₪₪ VALLI OSSOLANE ₪₪₪₪
▪ Valli Ossolane Nebbiolo Superiore Prünent 2015 – Cantine Garrone: ricordo molto bene quanto mi piacque, a Taste Alto Piemonte dello scorso anno, il Prünent 2013 di questa storica cantina che raccoglie le uve da una sessantina di vignaioli del territorio ossolano. Fu un caso? Non direi, anche questa volta ho avuto impressioni molto positive: un naso delicato e fine di rosa canina, ciliegia e macchia mediterranea fa spazio ad un palato fresco, di buona struttura, godibile e con un tannino già abbastanza integrato; un nebbiolo di notevole qualità che non dovrebbe mai mancare in una tavola imbandita.
▪ Valli Ossolane Nebbiolo Superiore Ca’ d’la Volp 2015 – Eca: siamo a Villadossola, negli anni ’80 Alessandro Bonacci decide di recuperare il vecchio vigneto di merlot abbandonato dal padre; gli anni ’90 determinano il successo del vino ottenuto da quel vigneto e nel 2000 Alessandro decide di realizzare una nuova cantina e di impiantare un secondo vigneto, ma a nebbiolo. Il Ca’ d’la Volp è il frutto di questo vigneto, mostra una trama olfattiva delicatamente floreale, note di lampone e ciliegia, ciò nonostante ha un approccio severo, ancora poco disponibile; in bocca è più aperto, buona struttura e qualche lascito amarognolo sul finale.
₪₪₪₪ FARA ₪₪₪₪
▪ Fara Barton 2014 – Gilberto Boniperti: torniamo nel novarese, per la precisione nel comune di Barengo, dove ha sede l’azienda di Gilberto Boniperti fondata nel 2003 dopo aver reimpiantato il vecchio vigneto del nonno “Barton” di quasi un secolo fa. Gli ettari vitati sono 4, a nebbiolo, vespolina e barbera. Il nebbiolo di questo vino proviene dal comune di Fara Novarese, che insieme a Briona condivide la Doc Fara. L’annata 2014 non è a livello della 2012 che tanto apprezzai l’anno passato, ma non sfigura assolutamente mettendo in evidenza un naso molto fine, pulito, con note di rosa, ciliegia, tabacco, liquirizia, pepe, bergamotto; bocca di livello, minerale, ferrosa, con un tannino nobile e bell’allungo speziato. Sicuramente Gilberto ha fatto una selezione accurata, il risultato è notevole e ci pone di fronte a un vino tutt’altro che immediato e poco longevo.

▪ Fara 2013 – Francesca Castaldi: ogni anno sempre più convincente il Fara di Francesca Castaldi, lei dice che è tutto merito di suo figlio Marco e io non ho motivo di dubitarne, anche se credo che ogni figlio erediti sempre qualcosa dal genitore. Bella pulizia espressiva, rosa e ciliegia da manuale, anche viola e lampone, minerale; bocca fresca, di buona struttura, elegante, molto progressiva.
▪ Fara Vigna di Sopra 2012 – Vigneti Valle Roncati: Corrado Grosso e la moglie Cecilia hanno fondato l’azienda nel 1997 seguendo la tradizione vitivinicola iniziata dal nonno Giuseppe Fassa. I vigneti sono distribuiti tra Briona, Sizzano e Ghemme, le uve allevate sono nebbiolo, vespolina, uva rara, barbera ed erbaluce. Il Fara Vigna di Sopra è ottenuto da nebbiolo al 70%, vespolina 20% e uva rara 10%, vinificato in acciaio e maturato in rovere francese. Al naso si sente la ciliegia in confettura, la liquirizia, leggero ginepro, sfumature boisé; al palato ha buona freschezza, ritorno fruttato pieno, buona tessitura tannica, chiude piacevole e pulito.
₪₪₪₪ SIZZANO ₪₪₪₪
▪ Sizzano 2013 – Cantina Comero: un’altra azienda fresca fresca, nata nel 2011 per mano di Paolo Cominoli in quel di Sizzano, ma già in grado di offrire vini di assoluto interesse, come questo 2013 ottenuto da nebbiolo al 70% e vespolina, vinificato in acciaio dove permane un anno, per poi sostare in botte grande per altri due. Ha naso austero, profondo, con note di selva, timo, spezie fini, liquirizia, cardamomo, effluvi balsamici; bocca coinvolgente, importante, strutturata e con un frutto che si apre molto bene compensando perfettamente acidità e tannino.
▪ Sizzano 2013 – Paride Chiovini: ho conosciuto quest’azienda nel 2009, allora assaggiai il Sizzano 2004 e ne ebbi un’ottima impressione. Questa versione ha una trama olfattiva sussurrata, giocata su sfumature floreali e di piccoli frutti; al palato è ancora un po’ sbilanciato, bisognoso di tempo per equilibrarsi, con un tannino non del tutto integrato e qualche lascito amaro sul finale.

₪₪₪₪ BRAMATERRA ₪₪₪₪
▪ Bramaterra Cascina Cottignano 2014 – Colombera & Garella: sono due ragazzi svegli Giacomo Colombera e Cristiano Garella, ambedue enologi, la loro cantina a Masserano si chiama Cascina Cottignano ed è stata fondata dal papà di Giacomo, Carlo Colombera (che ho avuto il piacere di conoscere, persona terragna, molto schietta e al contempo di forte sensibilità), fattore in un’azienda di riso in provincia di Vercelli fino al 1996, poi trattorista da Antoniolo ma anche viticoltore, tanto che poco dopo prende in gestione 5 ettari vitati nel comune di Roasio, appartenuti a Morino Perazzo, uno dei vecchi viticoltori della zona, e 1 ettaro nel comune di Lessona. Ora l’azienda conta su quasi 10 ettari vitati e sta crescendo in modo evidente. Il 2014 ha naso di rosa, ciliegia, amarena, sfumature di chiodo di garofano e pepe; in bocca si sente il carattere dell’annata, corpo snello e acidità vibrante, un altro po’ di bottiglia gli farà sicuramente bene.
▪ Bramaterra 2014 – Le Pianelle: ci spostiamo a Brusnengo, in un’area dove i vigneti sono davvero fazzoletti di terra ripartiti fra decine di viticoltori. Dieter Heuskel e Peter Dipoli, innamorati di questi luoghi, decidono nel 2004 di acquistare i vari appezzamenti, uno a ridosso della cantina e l’altro a Roasio, ma trattandosi di ben 45 singole particelle, ci sono voluti 5 anni per realizzare un unico appezzamento, per un totale di 4 ettari. Ma chi gli dà una mano nella produzione dei vini? Nientemeno che Cristiano Garella, il giovane enologo che sta già spopolando in Alto Piemonte. Il Bramaterra 2014 ha un bel colore rubino con vaghi cenni granati, un naso che sprigiona abbondanti note fruttate, lampone, ciliegia, fragolina di bosco, toni minerali e di sottobosco; in bocca ha buona dinamica, anche qui l’acidità ha un ruolo evidente, anche perché la materia non è certo opulenta, potrebbe apparire un limite, invece si giova di una lodevole serbevolezza.
▪ Bramaterra 2013 – Odilio Antoniotti: che coppia Odilio e il figlio Mattia! Bisogna conoscerli, il primo è un punto di riferimento nella storia del Bramaterra, il secondo un ragazzo pieno di energia e passione, con tanta voglia di fare ma senza mai abbandonare la testa. Il loro Bramaterra non passa inosservato, ha frutto generoso sia al naso che al gusto, c’è buona grassezza, sapidità, tannino importante, finale appena asciugante ma di qualità, un vino pieno di energia che evolverà a lungo.
▪ Bramaterra 2013 – Roccia Rossa: nasce nel 2011 dalla passione del suo titolare, Gianni Boscolo, per il territorio locale e dalla volontà di riprendere le tradizionali colture. L’azienda prendendo in carico vigne vecchie di 20 anni e creando nuovi impianti ha un totale di 4 ettari di vigneto, situati in frazione Pianelle a Villa del Bosco e cantina a Brusnengo. Questo Bramaterra è ottenuto da nebbiolo all’80%, vespolina 15% e croatina 5%, vinificato in acciaio e maturato in botti di rovere da 25 ettolitri per due anni, a cui seguono altri due anni di affinamento in bottiglia. Ha nota decisa di viola, lampone e ciliegia maturi, speziatura fine, sfumature di nocciola; in bocca ha buona grassezza, ancora un po’ teso nel tannino ma di ottima fattura.
▪ Bramaterra Riserva 2011 – La Palazzina: ennesima piccola realtà, situata a Roasio, costituita nel 1986 da Leonardo Montà, che conta su 4 ettari vitati a nebbiolo, croatina, vespolina e uva rara, con una produzione che si aggira sulle 8mila bottiglie annue. La Riserva 2011 ha colore granato classico, naso di marasca sotto spirito, sfumature di arancia sanguinella, speziatura fine, rosa essiccata, effluvi balsamici; bocca corrispondente, ottima tessitura, fresco e dinamico non sente minimamente i 7 anni dalla vendemmia, anzi, trova un perfetto equilibrio per compiacere il palato.

₪₪₪₪ LESSONA ₪₪₪₪
▪ Lessona 2014 – La Prevostura: se ci potessimo trasformare in un semplice ma utilissimo drone, scopriremmo che le doc e docg che caratterizzano l’Alto Piemonte sono tutte in un perimetro circoscritto. È per questo che troverete molte aziende produrre vini da più denominazioni, come accade anche con La Prevostura, che ha sede a Lessona, ma produce anche il Bramaterra. Il Lessona profuma di una miscellanea di fiori in parte appassiti e in parte essiccati, frutti di bosco, non manca quella punta agrumata di arancia rossa, piuttosto frequente in molti vini di queste zone. Anche qui l’annata viene espressa in modo chiaro nella freschezza decisa e nel profilo asciutto e diretto.
▪ Lessona 2012 – Tenute Sella 1671: se c’è un’azienda che rappresenta in modo inequivocabile il trait d’union tra l’industria tessile e la viticoltura, questa è sicuramente Tenute Sella. Sono quasi tre secoli e mezzo che le numerose generazioni che hanno guidato l’azienda, hanno sempre mantenuto uno spazio alla gestione del vigneto acquisito a Lessona nel 1671 da Comino Sella. Oggi le Tenute Sella dispongono di oltre 22 ettari vitati sotto la guida di Marco Rizzetti, amministratore delegato, cugino di Pietro e Federico Sella. Il Lessona 2012, dopo una leggera riduzione, poi si apre a tonalità mature ed eleganti, petali di rosa, ciliegia quasi in confettura, erbe aromatiche, leggero tabacco e liquirizia, pepe, noce moscata; al palato segue un percorso di buona profondità, sapido e con un tannino preciso, non invasivo, finale avvolgente.
▪ Lessona Riserva 2012 – Massimo Clerico: alle spalle di Massimo Clerico si cela una lunga storia legata al vino sin dal ‘700. Fu il papà Sandrino ad avere l’onore della matricola n.1, ottenuta all’atto dell’iscrizione all’albo del Lessona Doc presso la CCIAA di Biella. Oggi Massimo ha ristrutturato completamente la cantina, lavora i suoi 2,5 ettari vitati in conduzione biologica per una produzione media di 13mila bottiglie annue. La Riserva 2012 ha colore molto classico, granato netto, profuma di ciliegia sotto spirito, note boschive, spezie fini; sorso elegante, profondo, trama molto bella, con tonalità vive e ricche di energia, espressivo fino in fondo.

▪ Lessona Tanzo 2011 – Pietro Cassina: ho avuto modo di visitare l’azienda di Pietro Cassina a Lessona, le uve provenienti dai suoi 6 ettari di proprietà vengono portate in cantina e il processo di lavorazione sfrutta la gravità lungo 3 diversi livelli interrati, senza utilizzo di pompe. Per la maturazione dei vini vengono utilizzate botti ovali di rovere austriaco e svizzero. Il Tanzo 2011 ha colore granato classico, inizialmente i profumi sono turbati da leggera riduzione (che ci sta, dopo anni di bottiglia), poi si apre a spezie fini, tabacco, fiori appassiti, terroso e minerale; al palato ha struttura, profondità, tannino molto pulito, finale ricco e di buona lunghezza, decisamente stimolante.
₪₪₪₪ BOCA ₪₪₪₪
▪ Boca Il Rosso delle Donne 2014 – Cantine del Castello Conti: una delle primissime cantine della zona che ho conosciuto, una dozzina di anni fa; Elena, Paola e Anna Conti accolsero me e Alessandro Franceschini e ci fecero assaggiare praticamente tutte le annate di Boca a partire dagli anni ’80. Fu una bellissima esperienza che mi permise di comprendere le potenzialità di questa piccola azienda situata a Maggiora. Allora gestivano appena un ettaro, oggi sono arrivate a tre, nel frattempo l’azienda è riuscita a produrre anche alcuni vini senza aggiunta di solforosa con risultati molto buoni. Il Boca 2014 si apre poco alla volta puntando prima ad una bella florealità, poi arriva la liquirizia, la ciliegia, le sfumature agrumate e minerali; al palato è fresco, piacevolissimo, si sente l’annata ma ne è un’eccellente espressione.
▪ Boca 2013 – Barbaglia: chi ha conosciuto Silvia, la figlia di Sergio Barbaglia, sa bene che il suo ingresso in azienda ha significato forti cambiamenti, soprattutto sul piano della comunicazione. I suoi occhi, oggi addolciti dall’essere diventata mamma, manifestano una solarità e un’energia decise, è caparbia, crede nella sua azienda di Cavallirio fortemente, tanto da avere convinto il padre, non senza fatica, a cambiare il marchio aziendale da “Antico Borgo dei Cavalli” a semplicemente “Barbaglia”, perché il cognome della famiglia è il miglior simbolo per una buona comunicazione. Il loro Boca è cresciuto di anno in anno, oggi è indubbiamente uno dei più apprezzati, la versione 2013 ha attacco con un frutto intenso e un bel contributo floreale, poi richiami alle erbe alpine, leggero cuoio e spunti agrumati; bocca materica, profonda, di classe, sapida, con una speziatura finissima e tanta mineralità.
▪ Boca 2012 – Poderi Garona: Renzo e Silvia Duella hanno dato vita a questa giovane realtà di Borgomanero una dozzina di anni fa, ma già più di un secolo fa il bisnonno Daniele era legato alla tradizione viticola. Due ettari e mezzo a nebbiolo, vespolina e uva rara destinate a questo Boca dall’impronta molto tradizionale, che dimora ben 30 mesi in botti di rovere di Slavonia. Attacca floreale, tanta rosa nelle sue diverse espressioni, poi frutto sotto spirito, si sente appena il legno, in bocca è ancora asciugante, teso, molto giovane, sarebbe interessante riassaggiarlo fra qualche anno.
▪ Boca Vigna Cristiana 2011 – Podere ai Valloni: quasi 40 anni di storia per quella che è stata la prima azienda iscritta all’Albo Vigneti di Boca. Ho conosciuto Guido Sertorio, docente universitario e avvocato, e sua moglie Cristiana Lombardi, architetto, nel 2006, ebbi l’impressione di entrare in un ambiente del tutto particolare, quasi aristocratico, molto lontano da quello dei Barbaglia o delle sorelle Conti. Ho avuto la possibilità di degustare alcune vecchie annate e sono rimasto piacevolmente sorpreso, soprattutto dal Boca Vigna Cristiana ’90, che ho recensito →qui, un vino di grande carattere e profondità. Devo dire, però, che nonostante le enormi potenzialità dell’azienda, oggi seguita dalla figlia Anna, ogni volta che degusto una nuova annata del suo Boca, trovo sempre un inizio faticoso, un velo sui profumi, ma anche al palato che offusca gli indubbi pregi che lo caratterizzano. Non ha fatto eccezione la versione 2011, che pur presentando la consueta personalità, ho trovato imprecisa, come ammaccata, ed è un peccato perché è molto territoriale, si sente che ha classe da vendere, freschezza, complessità. Forse anche in questo caso c’è bisogno di aspettare, del resto passa tre anni in legno, credo più di tutti i Boca in circolazione.

₪₪₪₪ GHEMME ₪₪₪₪
▪ Ghemme Santa Fé 2013 – Ioppa: ci spostiamo a Romagnano Sesia, nel novarese, qui la famiglia Ioppa si occupa di vitivinicoltura da ben sette generazioni; fu Michelangelo Ioppa, nel 1852 ad acquistare i primi appezzamenti vitati nei territori collinari più vocati. Nel 2003 l’azienda si è trasferita in una nuova struttura tra i vigneti della frazione Mauletta, dotata di tutto il necessario per produrre vino di qualità, oggi è seguita da Andrea Ioppa.
Il Ghemme Santa Fé 2013 sosta ben 48 mesi in botti di rovere di Slavonia da 25 e 30 ettolitri, per poi affinare in bottiglia almeno due anni. È uno di quei vini concepito per durare nel tempo, infatti migliora e si equilibra negli anni, ma già ora ha un profilo ben definito, con attacco floreale, principalmente di viola, arricchito da un frutto pieno e rotondo, da spezie fini e afflati boschivi. Al palato ha freschezza, buona materia, tannino importante ma senza spigoli fastidiosi, ottima persistenza.
▪ Ghemme Ai Livelli 2013 – Tiziano Mazzoni: quella di Tiziano e Rita è una delle aziende che conosco meglio, i loro vini sono sempre stimolanti, molto veri, schietti, terragni, il Ghemme Ai Livelli su tutti. Il 2013 parte subito con grande eleganza, molto minerale e floreale, viola e rosa, poi fruttato di ciliegia, cenni ferrosi, liquirizia, arancia; bocca intensa, coinvolgente, di grande ricchezza, freschissimo, ancora alla ricerca dell’equilibrio perfetto ma molto promettente, da custodire con cura per anni senza paura.
▪ Ghemme Chioso dei Pomi 2012 – Rovellotti: non so quali siano le ragioni per cui dell’azienda di Paolo e Antonio Rovellotti ricordo più le vigne che la cantina, anzi forse sì: passeggiando tra i filari Paolo mi mostrò alcuni grappoli martoriati da una grandinata, era inizio settembre 2006, per fortuna si trattava di pochi filari. Oggi l’azienda di Ghemme dispone di 18 ettari con una produzione che si aggira attorno alle 80mila bottiglie annue. il Chioso dei Pomi 2012 ha naso ben definito, frutto preciso, leggera speziatura, al palato punta sull’etereo, frutto sotto spirito, poi torna la speziatura, liquirizia, appena rustico nell’esecuzione ma ben fatto.
▪ Ghemme 2012 – Torraccia del Piantavigna: quasi quaranta ettari vitati e una produzione annua di 250mila bottiglie collocano l’azienda ventennale tra le più grandi del territorio. “Torraccia” non è altro che l’appellativo dato ad una vecchia torre abbandonata, situata a ridosso dei filari di un vigneto collinare acquistato da Pierino Piantavigna (nomen omen…) negli anni ’50. Oggi la proprietà è ripartita in quote azionarie fra due grandi famiglie del territorio, Francoli e Ponti, la prima nota per le omonime distillerie (Alessandro è nipote di Pierino) e la seconda per la produzione di aceti e verdure conservate. Una piccola quota è andata anche al direttore della cantina, Nigel Brown, come riconoscimento per il suo forte contributo allo sviluppo futuro della società.
Naso giocato sul frutto e su un legno avvolgente ma non dominante, influssi di rabarbaro e tabacco, liquirizia e sottobosco. Al palato non sfugge la precisione esecutiva, pur restando un vino molto tecnico, ha personalità da vendere e una qualità che ha pochi rivali.
▪ Ghemme 2011 – Ca’ Nova: quella di Giada Codecasa è un’azienda ecosostenibile, non si fa solo vino ma anche ortaggi, una serra con i prodotti stagionali privi di trattamenti chimici, alimentata da fotovoltaico. I vigneti sono stati piantati tra il 1996 e il 2000, impostando da subito una viticoltura sostenibile, riducendo al minimo gli interventi. Il Ghemme 2011 ha naso un po’ dolce, molto fruttato, poi punta alle erbe aromatiche; al palato mostra una buona struttura, legno abbastanza integrato, polpa succosa, tannino non debordante, buona finezza d’insieme.
▪ Ghemme 2009 – Mirù di Marco Arlunno: da oltre un decennio Marco Arlunno porta avanti l’azienda fondata da papà Eugenio nel 1978, che dal 1986, in collaborazione con l’Università di Milano, opera limitando al massimo l’impatto ambientale con la tecnica della lotta guidata e integrata. Il suo Ghemme si propone di colore granato scarico, ha impatto floreale di viola e geranio, amarena e ciliegia, tamarindo e arancia quasi candita, tabacco; al palato offre una materia fresca e di buona intensità espressiva, senza aggressività tannica.

₪₪₪₪ GATTINARA ₪₪₪₪
▪ Gattinara San Francesco 2013 – Antoniolo: l’azienda fondata da Mario Antoniolo nel 1948 è oggi seguita dal nipote Alberto, enologo, e dalla sorella Lorella che, oltre a supportarlo in cantina, è direttrice del Consorzio di tutela Nebbioli Alto Piemonte e da anni punto di riferimento nella promozione del territorio.
Il Gattinara San Francesco si contende da sempre il ruolo di miglior vino aziendale con il Gattinara Osso San Grato. Il primo ha solitamente una maggiore prontezza, mentre il secondo tende a spuntarla sulla distanza, grazie ad una complessità e profondità a mio avviso superiori.
Il San Francesco 2013 ha naso finissimo, minerale, tanto fiore, frutto non banale, sbuffi di cacao, china, pepe nero, erbe aromatiche; bocca corrispondente, viva, profonda, elegante, calda e fresca allo stesso tempo, suggestivo il finale nei rintocchi speziati e aggraziati.
▪ Gattinara Vigna Molsino 2013 – Nervi: spesso si guarda con timore il passaggio di proprietà di un’azienda storica a persone provenienti da altri Paesi, ma in realtà è fondamentale comprendere quali sono gli intenti di chi prende le redini. In questo caso parliamo della cantina più storica di Gattinara, acquistata da un gruppo norvegese nel 2011: Erling Astrup ne è il principale azionista, alle famiglie Wicklund e Skjelbred è andato il resto delle quote. I principi sono quelli di una viticoltura sostenibile, senza uso di diserbanti, rese basse attorno ai 50q/ha, i vini maturano in botti da 10 a 76 ettolitri. L’enologo Enrico Fileppo è stato scelto per mantenere un approccio rispettoso della tradizione. Il risultato è nel calice: un bouquet che ha rintocchi austeri, frutta e spezie che si intersecano, mentre al palato è ancora piuttosto teso, tannico, sebbene sapido e fine, bisognoso di tempo, è certo, di stampo molto classico, minerale, in crescita minuto dopo minuto.
▪ Gattinara 2012 – Luca Caligaris: altra giovane realtà, fondata dal nonno di Luca nel 1997, per alcuni anni le uve sono state conferite, successivamente la cantina è stata ristrutturata e la prima vinificazione risale al 2002. Due ettari vitati e 8.000 bottiglie annue, il Gattinara 2012 ha naso maturo, forse un pelo ossidato, c’è frutto e spezie in formazione, qualche sfumatura boisé; al palato mantiene lo stesso profilo, mi sembra mancare ancora di precisione stilistica e attendo ulteriori prove future per inquadrarlo meglio.
▪ Gattinara 2012 – Mauro Franchino: nasce nel 1940 ad opera di Marco Franchino, padre di Mauro, subentrato nel 1991. Oggi lo affianca Alberto Raviciotti nella conduzione dei 3 ettari di proprietà, la cantina si trova sotto l’abitazione in pieno centro storico a Gattinara. La Franchino è una delle pochissime aziende del territorio a lavorare solo con il nebbiolo. Il Gattinara 2012 ha naso di piccoli frutti, leggero floreale, erbe aromatiche, bocca un po’ alcolica, tanto che il frutto appare sotto spirito, è un vino dritto, va per la sua strada, senza compromessi, o piace o non piace, il carattere indomito mi ricorda il Brunello Vigna Soccorso di Tiezzi.

▪ Gattinara Riserva 2012 – Cantina Delsignore: dialogando con Stefano Dorelli ho avuto l’impressione di avere di fronte una persona orgogliosa della propria appartenenza, non ne nasconde il privilegio ma è consapevole anche della responsabilità che tale appartenenza implicitamente configura. L’azienda di famiglia è stata rimessa in piena attività nel 2009, tre ettari vitati per una produzione media di 18mila esemplari. Il Gattinara Riserva, figlio di un ottimo millesimo, sembra promettere una certa grassezza già cogliendone i profumi al naso, dove un frutto composito intenso si fonde a speziatura fine, tabacco, leggero cuoio, liquirizia, spingono su le sensazioni. Al palato ha una materia ricca, stimolante, ancora non del tutto espressa e definita, ma diamogli tempo, ne ha necessità e diritto.
▪ Gattinara Galizja 2011 – Il Chiosso: visto che sono arrivato quasi alla fine, mi lascio andare in una riflessione: sarebbe bello conoscere tutte le aziende vinicole, ma anche fossero solo quelle italiane non basterebbero due vite per visitarle tutte. Molto più semplice degustare i vini, puoi numericamente raggiungere anche le decine di migliaia all’anno, ma si perde qualcosa di fondamentale e non sempre considerato: l’elemento umano, che è poi cultura, storia, tradizione, filosofia e mille altre cose fondamentali per rendere il vino qualcosa di realmente completo. Nessuno mangerebbe un piatto di pasta senza condimento. Eppure con il vino molti lo fanno, convinti di poter comunque trovare la chiave di lettura giusta per assegnargli una valutazione. Certo, ma la sola valutazione, senza tutto il resto è davvero così veritiera e indispensabile?
Taglio e vado avanti.
Il Chiosso nasce nel 2007 dall’iniziativa di Marco Arlunno (lo stesso dell’azienda Mirù a Ghemme) e Carlo Cambieri, proprietario e conduttore di vigneti a Gattinara. Come molti altri nel territorio, anche Marco e Carlo hanno scelto di operare in vigna con la lotta guidata e integrata. Il nome Chiosso identifica il tipico vigneto circondato da muretti in pietra, trattamento riservato dai vignaioli locali a quelli che considerano veri e propri cru. Il Galizja 2011 parte con una leggera riduzione (prerogativa di più di un 2011 degustato durante l’anteprima), poi si apre lentamente a note boschive, cacao, liquirizia; al palato ha maggiore definizione, un bel gioco di frutta e spezie e una piacevole vena sapida gli donano carattere e profondità.

▪ Gattinara 2010 – Cantina Sociale di Gattinara: la storia di questa cantina cooperativa, che oggi conta una cinquantina di associati, attraversa le due guerre mondiali, durante le quali non ha mai subito interruzioni. Ha svolto un ruolo fondamentale per i viticoltori di Gattinara, assicurando loro di sopravvivere anche in tempi difficili.
Questo Gattinara 2010, non so se dipenda da una bottiglia sfortunata, non mi ha convinto; un filo ossidativo ha reso sfuggente sia la trama olfattiva che l’impatto gustativo, l’impressione generale è stata quella di un vino già al capolinea. Mi spiace non avere avuto il tempo di provare un altro campione.
Roberto Giuliani


