I racconti di Alda: Tra acqua e fuoco

E poi arriva il momento della foto. Un disastro. Un tempo mi piaceva essere ritratta, non solo perché ero giovane e anche bella (forse, almeno così dicevano), ma soprattutto perché allora si usavano soltanto le macchine fotografiche, c’era la possibilità, per chi scattava, di consigliare un’espressione, un atteggiamento e di aggiustare ombre e luci. Perfino le istantanee erano meno brutte e impietose delle foto scattate ora con i cellulari. E poi i selfies. Quei maledetti primi piani. E infatti eccolo lì il mostro, con quelle deformanti borse che sembrano inghiottire gli occhi, quella brutta macchia scura sul sopracciglio sinistro, il piccolo porro tra naso e bocca che, nella foto, sembra un bitorzolo scippato alla faccia della befana. Quel viso devastato da rughe che neanche lo specchio, spesso spietato, evidenzia in modo così traumatizzante. Un pugno nello stomaco, un colpo alla mia vanità, alle mie piccole gratificazioni, a volte forse superflue, ma che in alcuni momenti aiutano. Vanità, affermazioni e tanta autoironia. È proprio di questo che avrei bisogno in questo momento.
“È orribile, da cancellare, questa non sei tu, non sei così” ammette lei sincera. O misericordiosa.
“È proprio necessario farne altre? chiedo e più che una domanda la mia sembra una supplica. È una supplica!
“Riproviamo” insiste lei “possiamo fare di meglio”.
“Va bene, se proprio ci tieni, ora mi trucco, chissà che…”.
Non ho completato la frase, non credo che un po’ di finzione riesca a migliorare l’effetto horror, ma non voglio contraddirla anche se, oltre tutto, questo nostro ultimo dell’anno, noi due da sole, non mi sembra qualcosa da immortalare in una brutta foto. Che io sia sola è una realtà che mi appartiene ormai da anni. Non è stato sempre così. Ci sono stati altri 31, altra musica, altre voci e risate, altri brindisi, spensieratezza e baci sotto il vischio. Tutto questo io l’ho avuto in abbondanza nel corso della mia lunga vita, lei no, è ancora giovane per poter affermare di averne avuto abbastanza. Alla sua età il “mi accontento” è ancora prematuro, sa di resa, alla mia età lo chiamano saggezza. Ne avrà ancora di anni buoni, ne sono sicura, già il prossimo lo sarà, ma per il momento così è. Io non me ne lamento. Abbiamo mangiato bene: lasagne, parmigiana di melanzane, la sbriciolona di Mantova e, a mezzanotte, il brindisi. Con l’acqua. Non avevamo spumante, birra, coca cola. Niente. Pazienza, è il gesto che conta, il suo significato. È il sentimento. Ci siamo abbracciate, ci siamo augurate un buon anno nuovo. Le ho fatto una carezza sul viso ed è stato per me un momento di grande tenerezza, quella stessa tenerezza per lei che è entrata nel mio cuore e che lì è rimasta fin dal suo primo giorno di vita.
Io non avrei avuto problemi a rimanere a casa mia ad ascoltare musica, a guardare film già visti, a saltare da un canale all’altro osservando gente nota o sconosciuta ballare, cantare, scatenarsi, divertirsi. L’avrei fatto, senza invidia e senza rimpianti, ma per me essere qui con lei è comunque una festa. Lei no, non dovrebbe essere qui con me, non questa sera, non questa notte, tra i silenzi del cuore e il rumore assordante dei botti, quest’anno ancora più violenti. Un bombardamento aereo. Magari è anche bello da vedere. Presto, metti le mani sulle orecchie, guarda soltanto, sì forse è bello, ma a me ricorda la guerra, anche se ero piccola allora.
Torna subito quel pensiero. Forse non se n’é mai andato. Lei dovrebbe essere con gli amici, con i suoi coetanei, con un compagno. Non qui, nella sua casa, senza neanche i ragazzi per poter respirare giovinezza e allegria. I figli crescono, se ne vanno, si riuniscono nelle case, adolescenti con adolescenti, giovani con giovani e la telefonata della mezzanotte per urlare “buon anno” nel frastuono generale è tutto quello che danno. Ed è giusto così.
“Aspetta un momento per la foto, se proprio vuoi piazzarla su whatsapp lascia almeno che mi trucchi”.
Passata la mezzanotte mi era sembrato più comodo infilarmi il pigiama e struccarmi. Ricominciamo. Un tocco di fard, una linea nera sulle palpebre, il rossetto e nessuna illusione. Infatti il risultato è appena un po’ meno agghiacciante. Colpa di quel primo piano tra luci e ombre sbagliate. Lei non dice niente, ma chiude il cellulare. Sollievo. Rispondiamo alle telefonate di auguri, poi c’incolliamo alla finestra per osservare ancora quei lampi e quelle finte stelle che continuano a guizzare davanti ai nostri occhi.
“Che cosa fa tutta quella gente in mezzo alla strada?” chiede a un tratto e, senza aspettare una risposta che non saprei darle, apre la portafinestra.
Usciamo sul balcone, ci accorgiamo che tutte quelle persone guardano verso l’alto e vediamo le fiamme e una spirale di fumo sempre più densa.
“Scendiamo” suggerisce “sta bruciando qualcosa nel palazzo, potrebbe essere pericoloso”.
Faccio appena in tempo a sostituire i pantaloni del pigiama, a indossare il giaccone e siamo già fuori della porta, in ascensore. È quasi l’una, nella strada il freddo è uno schiaffo in pieno viso. Qualcosa brucia sul balcone della colonna a fianco alla nostra. Non sono agitata, ma la notte è notte, il freddo è freddo, un anno se n’è andato, un altro è arrivato e noi siamo nella strada. Profughi improvvisati. Adesso ci sono i pompieri e un gran movimento. Voci, rumori, l’odore acre del fumo. Mi sto congelando. Lei è calmissima.
Passa mezz’ora. Le fiamme sono state spente. Tutto circoscritto a quel balcone. I pompieri escono, noi rientriamo.
“Bella avventura” commenta lei. E sorride.
Finalmente. Ma poi chissà, forse è soltanto una proiezione della mia mente e dei miei sentimenti tutta quella tristezza che mi sembra di intuire in lei. Chi può dire di conoscere a fondo il cuore di un’altra persona, sia pure quella a noi più vicina e più cara? È così difficile conoscere anche noi stessi.
Siamo di nuovo a casa e tutto si ripete. Cambio dei pantaloni, via il trucco dalla faccia ancora fredda. Ho sete. Sul tavolo è rimasta la bottiglia con l’acqua e ci sono i nostri due bicchieri. Li riempio.
“Facciamo un altro brindisi prima di andare a dormire” propongo.
Brindiamo. Un altro abbraccio, un’altra carezza ed è così che diamo il benvenuto all’anno nuovo. 2019. Tra acqua e fuoco.
Alda Gasparini



