Statistiche web
Letture istruttiveNotizie e attualita

I racconti di Alda: Alla fine della strada

Auto d'epoca

La ricordavo bene, lunga, contorta. Faticosissima. Arrivavamo in cima, Franchina ed io, affannate, sbuffanti e quasi soffocate dal fiatone e dalle risate. Allora era così facile per noi scoppiare a ridere, bastava un niente… a volte anche soltanto per qualcuno che ci chiedeva un’informazione, l’ora, il nome di una strada e poi guardarci negli occhi o… capitava che non riuscissimo nemmeno a rispondere e ce ne andavamo quasi di corsa. Due svitate. Questo era sicuramente l’effetto che facevamo. Eravamo giovani, appena sfiorate dai mali del mondo in cui ci muovevamo, nonostante tutto, con tanta voglia di vivere accarezzando la vita con il sorriso e la speranza nel cuore. Era bello passeggiare tra i viali di villa Borghese, andare a una mostra, al cinema, a teatro. Ma sì, in tempo di magra anche nelle ultime file o nel loggione. Con Franchina al Caffè Greco, magari soltanto per un caffè al banco. Quei bei quadri alle pareti, quell’atmosfera, quell’odore di antico e di nuovo nello stesso tempo. E poi i ragazzi: Spesso ci prendevano in giro per quel nostro modo di vivere e anche per le risate, i nostri gusti, i nostri interessi. “Le due ridarole intellettuali” dicevano. Eravamo noi. Franchina ed io.
E poi la salita, una delle nostre mete preferite. Alla fine della strada entravamo nell’estrema periferia con i palazzi che sembravano casermoni tutti uguali, anche se ingentiliti dalle piante che occupavano i davanzali delle finestre e là dove c’era qualche balconcino. E poi i bambini che giocavano nei cortili. Un paesino, o meglio, una borgata buttata là, come per caso, da un architetto svogliato, senza gusto né fantasia e infine, per noi giovani, c’era il baretto. Era soprattutto dalla musica che si riconosceva. Attirava come le sirene ai tempi di Ulisse. Un richiamo irresistibile. Gli intramontabili Pooh e ei Beatles che resistevano al tempo e alle mode, Pino Daniele e Elton, Mia Martini e Giorgia. E noi entravamo. Il proprietario era un giovane alto, con gli occhiali più da intellettuale che da gestore di un piccolo bar. Non era facile trovare posto, eppure qualcuno riusciva anche a ballare in quello spazio limitato. Non c’erano sedie, soltanto qualche sgabello intorno al banco a ferro di cavallo e, appoggiato contro una parete, un divanetto lungo e stretto, forse buono per tre persone. Stringendosi un poco. Le danzatrici di Degas formavano la tappezzeria.
Franchina ed io eravamo frequentatrici, quasi abituali, della domenica, ma poi cominciammo a rallentare. Il periodo della scuola era finito ed era indispensabile capire, in pratica, quali erano i nostri progetti reali e come poterli realizzare in un mondo e una società fondati soprattutto sull’immagine, il denaro e il successo a tutti i costi. Con qualsiasi mezzo e modo. Qualcuno ci riusciva, a volte illegalmente o con appoggi e spinte varie e non ci sarebbe stato niente di male se, alla fine ci fosse stata una dimostrazione di serietà, capacità impegno e talento. E a volte tutto questo c’era. L’Università, sì va bene e intanto? E poi?
Franchina aveva già iniziato a scrivere e anch’io. Piccole cose. Io e la mia cartellina di racconti e poi anche di romanzi che diverse riviste cominciavano ad accettare e pubblicare. Franchina voleva diventare giornalista, ne aveva tutte le qualità. E ci riuscì. Andammo avanti bene anche se nel tempo ci furono per entrambe salite e discese, ma era quella la nostra strada.
Poi arrivò anche l’amore. Ci vedevamo meno spesso ma ci sentivamo quasi tutti i giorni. In seguito fu proprio Franchina a rallentare incontri e telefonate, proprio nel periodo in cui mi stavo preparando al mio matrimonio con Michele. Eravamo cresciute, cambiavamo. Ero talmente gasata durante quei giorni. Mi sembrava di vivere qualcosa di incredibile. Michele. L’UOMO della mia vita. LUI. Ogni tanto pensavo a Franchina, mi mancava, l’avrei voluta accanto a me, ma poi tutto sfumava. La chiamerò domani, pensavo, ma quel domani si allontanava sempre più dai miei pensieri. Non sapevo che la mia vita avrebbe seguito un altro percorso. Un’altra storia. E noi, quelli di allora non saremmo più stati gli stessi.
Eccomi. Ho quasi superato la salita. Mancano soltanto pochi passi. Franchina non aveva partecipato al mio matrimonio, era improvvisamente andata via. Sparita. E poi in realtà non c’era stato nessun matrimonio. Michele non è mai arrivato in chiesa. Al suo posto mi è stato consegnato un biglietto: “Mi dispiace, non posso. Non odiarmi”. È ormai passato tanto tempo. Non credo di averlo odiato, ma la ferita è stata dolorosa e lenta a guarire.
Ora qualcuno mi ha detto che Franchina è tornata, per questo sono qui. Mi hanno anche detto che alla fine di questa salita, proprio dove mi trovo adesso io è tutto cambiato. Ora c’è un quartiere residenziale e Franchina dovrebbe trovarsi in una di quelle belle ville ma… eccolo lì il dubbio, pensiero. segreto, mai affrontato, mai risolto… Forse … Franchina e Michele?
“Chiudi una lampo sul passato”. Faccio un passo. Due tre. Sto scendendo.

Alda Gasparini

Alda Gasparini

Musicista e scrittrice, da sempre amante di tutto ciò che è bello e trasmette emozioni, si è diplomata in pianoforte e per un certo periodo della sua vita ha eseguito concerti. Poi si è dedicata al giornalismo, scrivendo recensioni e critiche musicali; successivamente ha iniziato a scrivere romanzi e racconti, pubblicati su numerose riviste di settore, ha collaborato con autori importanti come Scerbanenco e Morante. Ancora oggi scrive racconti, brevi e avvincenti, toccando molti aspetti della natura umana.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio