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L’industria alimentare: opportunità o minaccia?

Immagine da Current TVUna delle poche emittenti televisive che trasmette programmi intelligenti, la satellitare Current TV, proprio qualche giorno fa ha mandato in onda un documentario dall’eloquente titolo “Food Design“, in cui veniva dimostrato come spesso gli elementi secondari del cibo, come il colore, la forma e la consistenza, risultano essere spesso più importanti, per il consumatore, del gusto stesso. Se infatti le patatine non fossero così croccanti, o se i famosi cioccolatini M&M’s fossero tutti dello stesso colore, o se il succo d’arancia acquistato al supermercato non fosse di quel rosso così acceso, probabilmente nessuno acquisterebbe questi prodotti, a prescindere dal gusto che hanno.
Negli ultimi anni si sta assistendo ad una vera e propria rivoluzione alimentare: le nostre case sono letteralmente invase da alimenti cotti, tagliati, preparati e confezionati dalle industrie alimentari.
Soltanto qualche decennio fa se avessimo detto ad una casalinga che un giorno sarebbe stato possibile preparare il pranzo per la sua famiglia in pochi minuti, probabilmente avrebbe valutato questa eventualità come una delle conquiste sociali più importanti degli ultimi secoli. E forse aveva anche ragione.
Non che il fenomeno della trasformazione alimentare sia un fatto proprio recente. Risale infatti al 1937 il lancio pubblicitario della Kraft dei maccheroni al formaggio, con cui annunciava una rivoluzione in cucina con lo slogan “Un pasto per 4 in 9 minuti”; e solo due anni più tardi invece la Nestlè, con Nescafè, portò il caffè istantaneo in milioni di case in tutto il mondo. E anche in tempi più antichi, laddove vi era la possibilità, si preferiva delegare qualcun altro per la preparazione dei cibi quali il pane o il formaggio. Ma fu solo verso gli anni cinquanta, o sessanta, che la preparazione ed il confezionamento delle derrate alimentari smise di essere un’attività svolta principalmente nell’ambito delle mura domestiche.
Quale sia la situazione oggi è sotto gli occhi di tutti. Grazie ai piatti pronti, agli alimenti surgelati e ai cibi in scatola, la trasformazione delle materie prime in vivande, cosa che volgarmente viene definita “cucina”, è stata completamente demandata all’industria alimentare, e per mettere a tavola 4 persone oggi sono sufficienti una decina di minuti ed un forno a microonde.
Ma procediamo con ordine e cerchiamo di riflettere innanzi tutto su cosa ha determinato questa rivoluzione alimentare, e valutare poi se i benefici che ne abbiamo tratto sono stati o meno superiori ai danni che abbiamo subito.

Scelta del packagingA seguito della Rivoluzione industriale e della diffusione della tecnologia, la meccanizzazione dei lavori e l’utilizzo di fertilizzanti sintetici hanno fatto sì che la produzione agricola subisse un’impennata produttiva senza precedenti, e se fino ad allora occorrevano decine di uomini per produrre pochi quintali di prodotto, da quel momento una o due persone erano sufficienti a mandare avanti un’attività produttiva di diverse centinaia di quintali. Si assistette così ad una sensibile riduzione della domanda di manodopera che convogliò una schiera di braccianti rurali in esubero verso le città, dove cominciarono a dedicarsi all’attività di operai, artigiani e commercianti.
Tutte queste persone che prima provvedevano in prima persona alla produzione del cibo, si ritrovarono sprovvisti persino del tempo necessario per cucinare, e con l’esigenza di reperire alimenti che fossero immediatamente disponibili e soprattutto veloci da preparare. E fu proprio l’industria alimentare ad andare incontro a quella esigenza: la produzione seriale delle catene di montaggio, l’utilizzo di tecnologie avanzate per il confezionamento e la refrigerazione degli alimenti, unitamente allo sviluppo delle reti di comunicazione, si traduceva nella possibilità di produrre grosse quantità di cibo, in maniera economica e di livello qualitativo accettabile. Ovviamente il gusto non era uguale a quello preparato in casa, ma la praticità, l’economicità e la relativa sicurezza sopperivano a tale mancanza, al punto da indurre i consumatori ad apprezzarli.
Fu così che diversi imprenditori, sia americani come Gail Borden (inventore del latte condensato) e William Kellogg (fondatore dell’azienda ancora oggi leader nella produzione dei cereali da prima colazione), che europei come lo svizzero Henry Nestlè (fondatore di quella che oggi è la più grande multinazionale che opera nel settore dell’alimentazione), cominciarono ad investire grossi capitali per l’installazione di impianti che provvedessero alla manipolazione del cibo e delle bevande, trasformando le materie prime come i prodotti ortofrutticoli o la carne in piatti pronti, conserve, dolciumi e così via.
Negli anni cinquanta la donna di casa impiegava mediamente due ore al giorno per cucinare per la sua famiglia. Fu grazie al boom economico del dopoguerra che sempre più donne vennero condotte fuori dalle cucine verso un impiego retribuito; e visto che non poterono più dedicare così tanto tempo alla preparazione dei cibi, il tempo divenne una merce talmente rara e preziosa che molte di loro cominciarono ad impiegare una parte del proprio guadagno per pagare qualcuno che si occupasse della preparazione dei pasti.

Macchinari per la colorazione degli alimentiDi fronte alla domanda sempre crescente di cibi pronti, aziende come Nestlè, Heinz, Kraft, Kellogg’s e General Food cominciarono a “sfornare” (e mai metafora fu più azzeccata) migliaia di nuovi prodotti che venivano proposti come alternative alla dispendiosa cucina casalinga, e grazie a sapienti strategie aziendali e di marketing, nonché ad ingenti investimenti per l’acquisizione di altre società già operanti nel settore della trasformazione alimentare, iniziarono la conquista del mercato globale del cibo. Come ci racconta Paul Roberts nel suo interessantissimo saggio La fine del cibo (Codice Edizioni, 2008), oggi un’azienda come la Nestlè (tanto per citarne una) è un gigante globale in frenetica espansione. Conta decine di migliaia di dipendenti e centinaia di stabilimenti, e soprattutto ha la sufficiente autorità per potersi comportare nel mercato come un price-maker, ossia colui che stabilisce il prezzo di compravendita, a danno degli agricoltori che invece sono dei price-taker, ossia coloro che il prezzo lo subiscono.
Ma il successo dell’industria alimentare ha determinato anche dei risvolti negativi in questa evoluzione sociale. Quanto più i consumatori sono diventati dipendenti dai cibi pronti, tanto più il settore ha puntato su tali prodotti, che sono via via divenuti il principale strumento per fare soldi, con la conseguenza che ci si è orientati sempre di più nella rincorsa al ribasso qualitativo. Infatti, affinché le aziende alimentari potessero massimizzare la produzione ed il profitto, spesso per alcune di esse è stato necessario alterare gli ingredienti per renderli più idonei ai processi di lavorazione industriale. E questa alterazione non sempre è stata eseguita nell’interesse dei consumatori.
Ormai anche il cibo è assoggettato completamente alle spietate regole del marketing, delle quote di mercato, della pubblicità, della creazione del brand e del ciclo di vita del prodotto; sembra ormai indubbio che se da un lato i consumatori si sono avvalsi dell’industria alimentare per riacquistare il tempo prezioso da dedicare alla propria famiglia, ai propri hobbies e ai propri interessi, dall’altro si è assistito ad un inesorabile declino della capacità, dei consumatori stessi, non solo di preparare ma anche di comprendere ciò di cui si nutrono.

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