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Enrico Rava, dialogando tra vino e jazz

Fotografie di Andrea Boccalini

Enrico Rava e la sua tromba - Fotografia di Andrea BoccaliniIl nostro uomo ha quasi settant’anni ma porta i capelli lunghi, gira per il mondo e ascolta i Rolling Stones. I capelli non ha nessuna intenzione di tagliarli e non è affatto stufo di viaggiare. Gli Stones ha iniziato ad ascoltarli da poco: strano, per uno che da cinquant’anni si guadagna da vivere facendo il musicista. Dunque: il nostro musicista suona la tromba e sa farlo bene, tanto che il suo nome campeggia spesso fuori dai jazz club più prestigiosi del pianeta. La fama, però, non gli impedisce di eseguire uno standard o di cimentarsi con una canzoncina melodica con il medesimo spirito, qualcosa a metà strada tra la curiosità di un bambino e l’impudenza del sovversivo.
Si reca spesso a New York, una città che per la musica jazz significa molto e che è stata per alcuni anni, a partire dallo scorcio finale dei sixties, la sua casa. Qualche mese fa ha deciso di tornare alle atmosfere di quei tempi con un disco – intitolato non a caso “New York days” – giocato su equilibri fragilissimi e strutture raffinate nella loro linearità; un lavoro nel quale ricerca e rievocazione convivono al fine di tracciare una sorta di “geografia emozionale” della grande metropoli. Non dovete stupirvi se ascoltandolo vi capiterà di tanto in tanto di imbattervi in una melodia in qualche modo familiare o di avvertire un po’ di disorientamento di fronte all’alternanza di nuovo e conosciuto, di spiazzante e rassicurante, di armonia e dissonanza, perché tutto ciò rappresenta il marchio di fabbrica del musicista. “Io non ho mai rifuggito la tradizione né la melodia, direi piuttosto che ho sempre sperimentato con i piedi nella tradizione – spiega – e trovo che questa sia una cosa profondamente jazz. Del resto questo genere musicale si è sviluppato proprio grazie a quelle radici fortissime che gli hanno consentito di crescere e svilupparsi come una grande quercia. Personalmente non mi sono comunque mai autocensurato, non ho mai voluto precludermi nessuna strada e di certo non mi fermo: per essere contento devo sentire che sto andando avanti, che progredisco“. Ma allora perché rievocare i giorni di New York proprio adesso? “E’ un modo per guardarsi indietro allo scopo di rileggere una fase importante della mia vita e della mia formazione alla luce dell’esperienza. E poi si tratta anche di un atto d’amore nei confronti di un luogo per me importantissimo“.

Enrico Rava - Fotografia di Andrea BoccaliniQuando il nostro uomo ci arrivò da Buenos Aires – dove si era fermato per qualche tempo con Steve Lacy – New York era la città del jazz per antonomasia, una metropoli in fermento nella quale la ricerca delle avanguardie free – delle quali il musicista fece parte a pieno titolo – conviveva con mille altri impulsi creativi. “Fu un po’ come trovarsi catapultato di botto in mezzo all’enciclopedia del jazz – ricorda – perché in quegli anni a New York facevano base proprio tutti. Così ebbi modo di conoscere e frequentare personaggi che per me erano dei miti, dei modelli, e di suonare insieme a loro. Tra gli altri naturalmente Miles Davis, ma anche Thelonious Monk, Joe Henderson, Cecil Taylor e Archie Shepp, che in quel periodo girava con il suo gruppo straordinario con due tromboni”. Per il nostro musicista fu anche un modo per conoscere questi personaggi nella loro quotidianità, con tutti i loro problemi dunque in tutta la loro umanità: parlare di quei tempi con lui significa venire a conoscenza di aneddoti davvero interessanti. “A colpirmi fin dal primo momento fu il fatto che molti di questi grandi artisti erano costretti, per una ragione o per l’altra, a tirare la cinghia per andare avanti. Quando conobbi Gil Evans seppi che l’anno precedente aveva guadagnato in tutto venticinque dollari perché aveva difficoltà a far convivere l’attività da musicista con la gestione del figlio: nessuno gli guardava il bimbo e lui non poteva andare in tournée o in sala di incisione. Andò a finire che io e mia moglie diventammo i suoi baby sitter. Una cosa simile accadde con la mia amica Carla Bley (una delle figure di riferimento del free, ndi) che aveva una figlia, Karen, deliziosa ma gelosa del pianoforte al punto da non lasciarla comporre: finì che mi trovai a fare lunghe passeggiate con la bimba a Central Park. Mi successe anche si incontrare protagonisti del jazz nei luoghi e nei ruoli più imprevedibili. Mi imbattei per esempio in Pete La Roca, un batterista molto apprezzato, quando salii a bordo del suo taxi; Kenny Dorham, grandissimo trombettista bebop, era invece il commesso di un negozio di strumenti musicali nei pressi di casa mia. Tutto questo non ebbe l’effetto di ridimensionare questi musicisti ai miei occhi, al contrario: la mia stima nei loro confronti divenne ancora maggiore“.

Enrico Rava in un momento di pausa - Fotografia di Andrea BoccaliniDa allora a oggi è passato un sacco di tempo e sono accadute parecchie cose: il nostro musicista è diventato uno dei più importanti jazzisti europei, è tornato a vivere in Italia, ha scoperto e lanciato talenti (Paolo Fresu, Stefano Bollani, Gianluca Petrella e Fabrizio Bosso, tanto per fare qualche nome), si è cimentato con colonne sonore e ha spaziato dalla musica leggera alla classica. Ma quando parli con lui non hai l’impressione di conversare con uno che ha attraversato da protagonista un pezzo di storia della musica del Novecento; hai piuttosto la sensazione di avere a che fare con una persona estremamente serena, che cerca l’immediatezza nel rapporto con l’altro ed è capace di raccontare senza schermi protettivi sé stesso e le proprie passioni. Tra queste, il vino. Il nostro uomo traccia un parallelismo largamente condivisibile con la sua musica: “Ascoltare jazz significa avere a che fare con rimandi e con ricordi, un po’ come quando si degusta vino. Tutti sappiamo come una bottiglia cambi, si evolva nei mesi e negli anni; lo stesso accade con un pezzo jazz, che varia di volta in volta risultando sempre diverso da sé e che comunque è destinato ad assumere una veste differente con il passare del tempo. Non è un caso se il mio ultimo disco contiene pezzi come “Lulu” e “Outsider”, scritti molti anni fa e ripresentati in una veste completamente differente: sentivo che avrebbero potuto funzionare ancora proprio perché, per utilizzare un termine enologico, si erano “evoluti”nel modo giusto. Credo che lo scopo ultimo di un musicista e di un viticoltore sia in fondo lo stesso, quello di trovare un’armonia tra gli elementi che si hanno a disposizione. E credo che la fruizione del jazz abbia delle finalità molto simili a quella del vino“.

Il rapporto del nostro uomo con il mondo enologico è fatto di esibizioni in luoghi legati alle denominazioni più prestigiose, di conoscenza diretta con diversi produttori, ma anche di consumo critico; sulla sua tavola passano spesso i bianchi del nordest – a partire dalle etichette di Felluga – più raramente i grandi rossi da invecchiamento toscani o piemontesi. “Consumo con moderazione e attenzione, nel senso che bado alla digeribilità e al fatto che non ci siano trucchi: pur senza essere un esperto ho sentito parlare di trucioli, concentratori e cose simili e cerco di stare alla larga da quel tipo di prodotto. Mi piacciono molto i rossi del Piemonte in genere, a partire ovviamente dal Barolo. Però non ho pretese eccessive: amo anche i vini semplici e diretti, magari frizzanti e non troppo impegnativi come la Bonarda, il Freisa e il Lambrusco, con una predilezione per quello mantovano, un vino a mio parere troppo poco apprezzato che io abbino spesso a salumi genuini“.
Reduce da una serie di esibizioni al Birdland di New York, il nostro musicista sta girando Italia ed Europa con un tour che lo porterà anche in Canada e si chiuderà in settembre all’Auditorium del Lingotto di Torino per Settembre musica. Un tour davvero speciale, con il quale si trova a celebrare contemporaneamente i settant’anni di vita e i cinquanta di carriera. Stanco? Ma figuratevi: ha appena cominciato ad ascoltare i Rolling Stones, Enrico Rava.

Marco Arturi

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