La scomparsa di Beppe Rinaldi, il ricordo commosso di un amico

Potevi parlarci per ore di Toots Thielemans e di Giovanni Arpino. Un attimo dopo potevi ascoltarlo sviscerare le vicende storiche del Barolo e delle Langhe con il graffio della sua voce vagamente rauca e quello sguardo arguto che sapeva modulare in accordo alle sue parole su una sterminata varietà di toni: sempre ammaliante, ora beffardo, poi guizzante di una intelligenza e di una intensità senza limiti. Sapeva raccontare con dovizia di dettagli e vivacissima ispirazione ogni sua esperienza. Colorandola spesso di luci oblique, di aneddoti, di licenziose amenità. Non ricordo di aver mai udito da lui una sola banalità. Mai. E potevi anche berci un bicchiere, suo o di altri, sulla terrazza della sua casa-cantina senza troppo soffermarsi sul vino, svolazzando tra argomenti seri e faceti, in discorsi però sempre pullulanti di impegno, di tensione, di verità. Rimpiango di non avere avuto mai abbastanza argomenti sulle incisioni, i coleotteri e le lambrette per trovare con lui anche scambi su questi temi. E chissà su quanti ancora. Aveva infinite risorse dialettiche, sapeva accoglierti ogni volta con una domanda tra il retorico e il tediato, tipo: “da dove vieni?”. “arrivo da Parma”. “… ah… la mia mamma era originaria di Busseto, una Porcari…” e da lì in poi investirti di racconti sterminati di sapienza, fino a far tardi, tagliare una toma, bere ancora un goccio. Poteva scardinare ogni feritoia del linguaggio, aprendosi una breccia. Veterinario di vacche e incantatore di spiriti, oltre che vignaiolo affabulatore con la sensibilità e le parole di un letterato. Giuseppe Rinaldi, detto Citrico (fu Tino Colla a scuola a mettergli un soprannome così pertinente da diventare pressoché anagrafico) se n’è andato. E non è giusto! E non è giusto!
Piango e sono incazzato.
La prima volta che sono stato a casa sua era il 2000, quando erano ancora (o di già) i tempi di Resistere! Resistere! Resistere! secondo lo slogan che aveva riunito Bartolo Mascarello, Baldo Cappellano e Giuseppe Rinaldi sotto un’unica tenda bianca al Salone del Vino di Torino, quando imperversavano sulle guide e le pubblicazioni i vini di altri e altri generi di Barolo. E non erano ancora i tempi dei Vini Veri.
Da allora non ho mai smesso di ascoltarlo, di ripetermi le sue parole, di raccontarle ai miei allievi, anche se ci si incontrava sempre di meno. E non ho mai smesso di bere. E di ritrovarlo.
Un Brunate Le Coste 1998 stappato alla fine di una degustazione di rossi di Borgogna con Guido e la Mariella, per ristabilire le distanze, tra loro e lui. Un gigante.
Out to Lunch di Eric Dolphy. E bere.
Una cassa intera di Cannubi San Lorenzo 1999 bevuta con Giovanni e Alessandro e Valle, per fare mattina.
E ogni sorso era un abbraccio. A lui, alla grande e storica tina, a qualche sua espressione fulminante da rammentare ebbri e contenti di averlo visto, di averlo incontrato. E ogni sorso sarà ancora un abbraccio. Commosso.
Qualche vino poteva pure insegnarmi la ricchezza, la densità, la larghezza, i vini di Beppe ci insegnano la profondità.
Speravo di arrivare al 17 settembre per avere ancora la scusa del suo compleanno e fargli arrivare il messaggio che gli voglio bene. So che sempre gliene vorrò.
So, e chiunque sa di vino lo sa, che le figlie Marta e Carlotta “hanno mangiato abbastanza pane e volpe” per portare avanti al meglio la storica cantina di famiglia come già accadeva da qualche anno. Mi stringo a loro e alla signora Annalisa, a tutti i suoi cari e a chiunque gli è stato vicino in questi ultimi tempi così difficili.
Chi l’ha conosciuto sa bene che la sua mancanza apre una voragine, ognuno che l’ha conosciuto dovrebbe provare a colmarla tenendone vivo il ricordo.
Per sempre.
Piero Gorgoni



