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Storie di cantine, uomini e luoghi

25 anni di Corte Sant’Alda fra biodinamica e grandi Valpolicella

Incontro sul biodinamico a Corte Sant'AldaNon è sempre facile essere giovani a vent’anni. Non ricordo a quando risalga l’appunto di questo aforisma, perso fra tanti altri. So solo che quando ho pensato all’incipit di questo pezzo, mi è tornata alla mente questa frase di Giovanni Soriano, tratto dal libro Maldetti, una raccolta di aforismi. Non è sempre facile esserlo, ma c’è chi sembra non volersi dare né l’aria troppo giovane di chi vuol stare sulla cresta dell’onda (o della moda?) né quella di qualcuno che ha secoli di storia alle spalle, e che per questo può guardarti dall’alto di uno scranno.
Sto parlando di Marinella Camerani e della sua Corte Sant’Alda, che quest’anno festeggia i venticinque anni dalla fondazione dell’azienda, risalente al 1986.
Arrivo a Mezzane, lunedì scorso, 13 giugno, un po’ in ritardo, tanto che dalla fretta mi passa sotto al naso la vietta stretta che porta all’azienda. Inversione poco più avanti e su per la collina: sembra una normale stradina, con le siepi di caprifoglio ai lati, e invece sali velocemente sul fianco. Diventa sterrata, ed anche molto ripida.
Finalmente parcheggio la macchina tra gli ulivi. È proprio bella la nuova cantina di affinamento, con le volte di pietra che creano ombre e giochi di luce. Saliamo fra le botti, e subito troviamo i tavoli dove stanno disponendo gli ultimi vassoi pieni di piccole gioie della gola per accompagnare i vini. Che troviamo nella spaziosa sala che dà sul terrazzo.
Lì, mentre saluto Alda, figlia di Marinella e colpevole di avermi fatto sapere di questa giornata, e guardo la carta con tutti i vigneti, assaggio il Soave Vigne di Mezzane: Garganega, Trebbiano ed un pizzico di Chardonnay (che viene allevato in alta quota e poi elevato – l’unico – in legno) per un bianco coinvolgente: profumi di agrumi, dolci, di mandorla, forse un tocco di vaniglia, molto leggero, piacevole. In bocca è snello: vivace e fresco, con una giusta morbidezza e alcolicità discreta (12,5°). Un bianco da manuale: un ettaro e mezzo di vigneto condotti secondo gli insegnamenti della biodinamica, ottanta q.li/ettaro di resa, fermentazioni spontanee, filtrazioni leggere. Niente chimica (un po’ di solforosa a parte), ça va sans dire.

Panorama con tramonto dall'azienda Corte Sant'AldaPrendo una manciata di ciliegie (duroni della val di Mezzane: erano sanguigni nella polpa succosa, dolce, croccante: trovarne di ciliegie così!), e poi scappo ad assaggiare il Valpolicella Cà Fiui, forse il meno ambizioso dell’azienda, ma sicuramente un Valpolicella espressivo, personale, che non sia risultato dello scarto che non può finire nell’Amarone, né un marmellatone che gli vuole assomigliare. “Base” così buoni ne ho trovati pochi sinora, davvero.
Questo vino, ci ha spiegato il cantiniere durante il tour, è l’unico che, dopo la svinatura, ritorna nei tini tronco-conici da 40 hl usati in fermentazione, e vi rimane ad affinare fino alla nuova vendemmia, circa. Il rovere, in effetti, non si sente per nulla, ed emergono note (classiche) di ciliegia, marasca, e piccoli frutti rossi. In bocca si dimostra un piacevole rosso, asciutto e fresco, ma con una elegante personalità: senz’altro un buon compagno della tavola. Il pomeriggio, dopo la visita e questi assaggi liberi, prosegue con una piccola lezione sulla biodinamica, con Carlo Triarico, filosofo e storico della Scienza, esperto di Agricoltura biodinamica, docente all’Università di Firenze.
“Cos’è la biodinamica?” è l’interrogativo che lascia Marinella Camerani, dopo averlo presentato. E il professor Triarico ci prova, a spiegarlo cos’è. Partendo da lontano, dai Greci, dai Romani, dalla mitologia così carica di simboli e significati, apparentemente assenti ed invece solo celati, da essere sempre fonte d’insegnamento. Secondo Triarico, la biodinamica è segnale eclatante di un’inversione di tendenza, per l’uomo, nel suo rapportarsi alla natura: dall’emancipazione da essa, ad un ritorno all’ascolto. “Occupiamoci di ciò che finora ci è stato pesante“, intendendo che per secoli abbiamo cercato di governare la natura, e forse, guardandoci attorno, vedendo quali disastri accadono, e quali rischi corriamo, è tempo di tornare a fare parte di essa. O quantomeno a non volerla domare, a mio avviso.

Un calice di ValpolicellaQuesta non è nostalgia (anche se forse un po’ di nostalgia per certi aspetti dei tempi andati la provo) ma è constatazione del bisogno di fare qualcosa di nuovo, recuperando qualcosa di “vecchio” come il testimone dei nostri avi: cercare di prendere il meglio del nostro passato e tradurlo in un presente che possa lasciare qualcosa al nostro futuro.
E chi fa vino, poiché esso è prodotto fermentato, deve scegliere se voler fare questo atto sociale così importante. Non so se la biodinamica sia la ricetta giusta, non so quale sia la ricetta giusta: forse lo sono tutte. Quel che so, di certo, è che far vino è sempre un atto ideologico, e non assumersene la responsabilità, è un atto di viltà nei confronti del nettare di Bacco.
Dicevo che il vino, in quanto prodotto di una fermentazione, ha in sé questa forza, e questo vale anche per i formaggi, ad esempio. Questo perché il cibo fermentato sveglia la coscienza, in modo da disporci a cogliere l’essenza di un frutto, di un luogo, del genio di quel luogo (genius loci …ma anche “terroir” va bene!) che quella stessa fermentazione ha fatto sì che fosse comprensibile.
Ho apprezzato questi riferimenti storico-filosofici molto più della spiegazione tecnica, a tratti troppo semplificata, quando mi sarebbe piaciuto approfondire nel merito e nel metodo i preparati, la vitalità del suolo, fondamentale per un vino di terroir, e minerale (termini abusati oltremodo). Ma forse non saremmo stati in tanti a riuscire a seguirlo.
Prima di scappare a casa, visti i tempi stretti, ho avuto l’onore di provare qualche vino con alcuni anni alle spalle, e ho avuto la conferma della grandezza della Valpolicella declinata Corte Sant’Alda.
Superiore Ripasso, annata 2000. O della bellezza della Valpolicella. Granato maturo, brillante, ciliegia sotto spirito al naso, al primo impatto, subito lo assaggio e sento una materia sottile, vivace e integra, poi riporto il calice al naso, e riconosco (riconosciamo) liquirizia, e a seguire note di cacao e balsamiche profonde e travolgenti. Bellissimo, davvero.
Mithas ’98. Colore denso, compatto, unghia granata. Profumi più eterei, quasi di smalto, che il vino libera poi, lasciando una stravagante nota ematica, mentre sullo sfondo esce un vago ricordo di sottobosco. In bocca è meno denso e polposo del ripasso, mentre è maggiore il calore, e la forza. Alcuni dicono che sia da aspettare ancora un po’, ma non credo sarà mai paragonabile alla gentile forza travolgente del Superiore.
Chiudo con l’Amarone Mithas ’98, ma non credo nemmeno di riuscire a raccontarvelo, un vino bello così. Un sogno, di profumi mentolati, balsamici, profondi, di liquirizia e cacao, una densità ed una materia consistente in bocca, eredità di un rovere che ha elevato davvero una materia prima che si è lasciata dominare dal terroir, perdendo il carattere varietale. La vitalità del vino nel calice, mentre chiacchiero con Michele Lorenzetti, consulente per la biodinamica, anche lui in partenza, con Triarico, per Firenze, fa pensare ad entrambi che un vino così, che dopo tredici anni ha già tanto da dire, avrà ancora di più da raccontare se aspettato per un’altra decina d’anni. Riuscendo a resistergli!

Piove, a tratti, nel tramonto infuocato che mi accompagna sulla strada di casa. Così ripenso alle parole di Jorge Luis Borges, sbirciate alcune sere prima, e rilette purtroppo, quando quel tramonto stava svanendo, giunto a casa mia.
Vi lascio con quelle parole.

La pioggia
Bruscamente la sera s’è schiarita
perché cade la pioggia minuziosa.
Cade o cadde. La pioggia è qualche cosa
che senza dubbio avviene nel passato.
Chi l’ascolta cadere ha ritrovato
il tempo in cui la sorte fortunata
gli svelò un fiore chiamato rosa
e il bizzarro colore del granato.

Questa pioggia che adesso acceca i vetri
rallegrerà nei perduti sobborghi
le nere uve d’una vite in un
cortile dileguato. La stillante
sera mi porta la voce sognata
di mio padre che torna e non è morto
.

Andrea Fasolo

Aspirante agronomo, laurea in Scienze e tecnologie viticole ed enologiche e poi in Scienze agrarie, innamorato tanto della vite che del frumento, e tanto delle colture quanto della cultura che vi affonda le radici. Lo appassionano tutte le forme di agricoltura a basso impatto e ad alta fertilità, che mettono la terra al centro dell'agricoltura e del mondo che ruota attorno al più antico e nobile dei mestieri.

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