I racconti di Alda: Il grande chef. Un amore

È lui, penso. Lo riconoscerei dovunque e in qualsiasi momento della mia vita, questa mia vita da anni, ormai, senza di lui. È una serata bellissima, l’estate è già un ricordo, è ottobre, eppure l’aria è dolce, più primaverile che autunnale e il mare, di fronte a noi, è calmo e solenne. Il mare di Fregene. Siamo in tanti in questo stabilimento aperto fuori stagione solo per una grande occasione, la festa per il matrimonio della figlia di un noto regista e produttore. Io sono qui come giornalista e lui, l’uomo seduto con altre due persone a un tavolo di fronte al mio, è probabilmente uno dei tanti invitati. Ci separa un’improvvisata pista da ballo. Pochi metri, allungo la mano e ti raggiungo. Ricordi quando abbiamo ballato insieme la prima volta, entrambi un po’ impacciati e io che già mi stavo innamorando di te?
Non so che pezzo potrò mettere insieme su questo avvenimento se continuerò a starmene qui, inchiodata a questa sedia, persa nel suo volto e nei miei ricordi. Menomale che Miriam, la mia collega e amica, si sta occupando delle foto, almeno spero, perché è sparita nello stesso momento in cui siamo entrate qui dopo una corsa sulla spiaggia, i sandali in mano per evitare che si riempissero di sabbia, tanti progetti di allegria e il cuore sottosopra. Il mio. Anni che non tornavo a Fregene, anni che rimanevo tenacemente lontana da questo posto, dal suo mare, i suoi negozi, le sue estati piene di luci, di vita notturna, le sue promesse non mantenute. Era troppo per me, faceva male anche solo pensarci. Graffi sul cuore, sulla pelle. Perché è finita, perché?
I camerieri cominciano a servire gli antipasti, caviale, salmone affumicato, paté, sfogliatine al burro, minifrittate alle erbe, cocktail di scampi, aperitivi, vino bianco, delizie di ogni genere. Musica dal vivo, canzoni. Ricordi. Questi sono soltanto miei, non spalmabili su crostini caldi. Primi anni ottanta. Pomeriggi d’estate e poi le notti, il juke-box, la sua villa, la mia giovinezza, la differenza d’età, non eccessiva, ma che in qualche modo contava, forse per il nostro diverso vissuto. L’unico grande amore della mia vita. La nostra canzone.
Mi alzo, raggiungo il pianista, sto per chiedergli di suonare “I’m in the mood for love” ma mi trattengo. Tutti e quattro i componenti dell’orchestra sono piuttosto giovani e le loro musiche lo sono altrettanto. Anche se noi avevamo scoperto quella canzone molti anni dopo, risale agli anni cinquanta. Non possono averla in repertorio, per quanto sia un pezzo classico, mai dimenticato, come tanti altri di quell’epoca. “The Man I love”, “Unforgettable”, “My Way”. E come cancellare dalla memoria “My Funny Valentine” e il suono struggente della tromba di Chet Baker? Così mi decido e la chiedo, poi torno al mio tavolo senza guardarmi indietro. Se lui sentirà la nostra canzone si ricorderà di me, mi noterà e mi riconoscerà, io l’ho riconosciuto, il tempo è stato generoso con noi. Le sue braccia, i suoi occhi, la sua risata, il suo modo speciale d’intrattenermi anche in cucina, dove si esibiva in piatti eccellenti.
“Potresti essere un grande chef”, gli ripetevo spesso, quasi a incoraggiarlo su quella strada. Era una delle sue passioni, come lo erano la musica e la pittura, ma lui aveva invece seguito la tradizione di famiglia, architetti e costruttori. Le sue torte erano davvero opere architettoniche, in quel modo si gratificava e a noi quasi dispiaceva distruggerle per soddisfare la nostra golosità. Cene per me e per i suoi amici.
Perché è finita tra noi? Quante volte me lo sono chiesta durante tutti questi anni. Il tempo di un’estate, tanto è durato il nostro grande amore, ma io di quei tre mesi ricordo tutto, ogni particolare, ogni momento diviso con lui. Consumata l’intera estate è sparito, partito per chissà dove, senza una parola, un biglietto, una qualsiasi spiegazione. Silenzio totale. Qualcuno, in seguito, mi ha detto di aver sentito parlare di lui, che si era sposato e aveva un figlio.
Sono passati trentasette anni da quell’estate. Io no, non mi sono mai sposata. Ho avuto altri uomini, di qualcuno ho creduto anche di essere innamorata, ma poi c’era sempre un momento, qualcosa che mi spingeva indietro, verso di lui, l’unico, indimenticabile. Nessuno era in grado di guarirmi da quella ferita. Avrei potuto farlo soltanto io, ma forse c’era una parte di me che non voleva liberarsi. Quante volte l’ho cercato. Nelle strade, in un cinema, in un caffè. Quante volte una nuca, un modo di camminare, di girarsi di scatto, di muovere le mani me lo ricordavano creandomi ansia, speranza e la delusione era, sempre, come un pugno nel cuore. Ed ora eccolo qui, a pochi metri da me, in questo luogo, davanti a questo mare, nel posto dove si sono consumati i giorni più vivi e più veri della mia vita. Mi domando come sia possibile che in tanti anni non sia riuscita a dimenticarlo, a farmi una ragione di quella fine inaspettata. Ma forse è proprio per questo, come se fosse rimasta una porta aperta su una storia incompiuta. Mi rimane un accendino di marca regalatomi da lui, una foto ormai sbiadita e i versi di una poesia di Gozzano: “Non amo che le rose che non colsi, non amo che le cose che potevan essere e non sono state”. Ma io non sono così.
Mi accorgo ad un tratto che i ragazzi stanno eseguendo “I’m in the mood for love”. Non succede niente, lui continua a mangiare, a bere, a chiacchierare con i suoi amici. Nessuna particolare emozione sul suo viso. M’ignora totalmente. Nessuno stupore, nessun interesse. Il suo sguardo scivola su di me indifferente. Sono cambiata così tanto? Certo, un poco lo sono, come lo è lui. Siamo diversi. “Noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi” penso citando Neruda. Che faccio? Mi alzo e vado da lui disinvolta, sorridente, ehilà sono io, proprio non mi riconosci? Dicevi che ero l’amore della tua vita, già ma poi sei sparito.
Non mi muovo, avverto la pressione di una mano sulla mia spalla destra, quella più dolorante. Sì, perché il tempo mi ha risparmiato chili e rughe di troppo, ma non mi ha risparmiato l’artrosi.
“Che diavolo fai incollata a questa sedia? Io ho già scattato tante foto, ma ho l’impressione che tu non abbia fatto ancora un bel niente, che ti è preso?” Miriam mi guarda preoccupata. “Stai bene?”
“Osserva il tavolo di fronte a questo” suggerisco “Quei tre uomini, uno è lui, l’amore della mia vita. Lo riconosci?”
Miriam volge distrattamente lo sguardo verso il tavolo. “Tu sai che non può essere lui, tu sai che si tratta solo di una somiglianza che ti ha confusa e turbata, tu sai che lui è…”
“Morto”, concludo io. Quindici anni fa, un breve articolo su un giornale, poche righe scritte da un amico giornalista. “Morte di un grande chef”.
Così lo chiamavano gli amici più intimi. Così, ridendo ubriaca d’amore e di vino, a volte lo chiamavo anch’io. Come potevo aver rimosso la sua morte? Colpa di una serata come questa, di questo stabilimento addobbato a festa, di Fregene, del mare, di una vecchia canzone. O forse ho voluto aggrapparmi all’illusione che lui fosse ancora vivo, la sua morte un errore. O, magari, ho soltanto voluto giocare con il dolore. Un dolore che mi è rimasto addosso, nonostante altre storie, altri incontri, altre speranze. Nonostante la vita che io amo e continuerò ad amare. Sempre.


