Fabio Mecca, enologo ma prima di tutto profondamente umano

“Ho sempre saputo che avrei fatto l’enologo, le mie origini sono legate alla famiglia Paternoster e fin da bambino giocavo con la testa girata verso i vigneti“. Con queste parole ha aperto l’incontro l’enologo Fabio Mecca al quale la Fondazione Italiana Sommelier di Roma ha dedicato una giornata, lo scorso 8 maggio.

“Tutto il mio tempo libero lo trascorrevo in cantina, anche rimandando le gite e gli appuntamenti con gli amici, quando ero a scuola non vedevo l’ora che suonasse la campanella per andare in vigna“. Una vita vocata all’enologia, un richiamo primordiale che gli ha fatto fare giri immensi per tornare al punto di partenza, Paternoster, l’azienda di famiglia. Ricco di esperienza e di intuito raffinatissimo per la vite e la viticoltura, Fabio Mecca ha frequentato il liceo per volontà del padre ma dopo ha intrapreso gli studi in enologia a Conegliano Veneto, spinto da una forza innata. Leggeva i libri di testo, ma già sapeva tutto, la sua era una conoscenza data da un’esperienza inesauribile.

Terminato il percorso di laurea, ha voluto intraprendere la strada dei nonni, allontanandosi però dall’azienda dove tutto aveva avuto inizio. La sua scelta è stata quella dell’indipendenza e della crescita personale, in autonomia, fatta di profonda consapevolezza nelle sue capacità. Ha trascorso periodi difficili, collaborando con aziende che poi lo hanno lasciato nei momenti più duri, come quando stava per diventare papà e il produttore per cui lavorava all’epoca gli dette il ben servito. Non dimostra rancore ma solo gratitudine per chi gli ha comunque permesso di affinare le sue conoscenze.

Ha ricominciato accettando consulenze con stipendi bassissimi e costretto a percorrere centinaia di chilometri, spinto solo dalla passione. “Volevo sentirmi vivo e portare il mio essere nel vino“, dice quasi con una vena di commozione. “Sono diventato sempre più forte, ho insistito e alla fine tanti sono i riconoscimenti, sapevo che sarei arrivato fin qui“.
Lo stile? Lo ha costruito con tanti assaggi continui, ascoltando i produttori e intuendo quanto si sarebbero voluti mettere in gioco, ha sempre seguito la loro voce, senza sovrastarla ma costruendo un percorso in crescita.

I vini in degustazione
Quello che dicono di Fabio Mecca i produttori è che lui è “uomo, prima di tutto, dopo enologo”. Con ogni cantina ha costruito sempre un rapporto profondamente umano.

Vigna del Vulcano 2023 Villadora, da uve Caprettone e Falanghina. Il lavoro si è concentrato su terreno sabbioso e piante a piede franco, che non hanno mai conosciuto la fillossera. Mecca lo definisce “un vino che ha bisogno di rimanere tranquillo per esprimersi, con l’attesa fa uscire il meglio di sé”. Le due varietà vengono lavorate insieme e costituiscono un vero e proprio uvaggio già suddiviso in vigna nelle percentuali. Il risultato è un colore oro verde brillante, al naso un’eleganza raffinata che quasi ricorda il nord. Arriva la parte vulcanica del fumé, a seguire erbe fresche e nota floreale. Al sorso la sensazione è vellutata, per terminare con un trionfo di salinità.

Gratena Nero 2019 Fattoria di Gratena, una cantina dove Mecca dice che “non si finisce mai di imparare”. Siamo in Toscana e mosso dall’entusiasmo ha voluto provare con il Gratena Nero. Un progetto unico nato in collaborazione con il prof. Scienza, con uve che nascono su di un poggio bellissimo a cui si giunge attraversando un bosco. Il colore è violaceo, rimanda alla balsamicità dei francesi, i frutti sono scuri, note boschive, erbe fini, spezie e infine torrefazione. Il tannino vellutato si fa sentire, una vena minerale sostiene il sorso. Percepiamo le caratteristiche delle uve da cui deriva il Gratena Nero, il Cabernet Franc che dona la scia vegetale e la Barbera che regala acidità.

Unus 2016 Cantine Decanto, Nero di Troia. Azienda fondata nel 2010 con il reimpianto del Nero di Troia, riprendendo la tradizione del nonno. Il lavoro è stato un momento corale di collaborazione di tutta la famiglia, le vendemmie a mano sono un momento di festa e tutti partecipano a un momento in cui vecchie e nuove generazioni si incontrano. Hanno aspettato i momenti migliori del Nero di Troia che soffre molto l’umidità, ma il risultato è eccellente. La sensazione immediata, alla visiva e poi all’olfatto, è quella di frutto scuro maturo, che si affaccia a note di prugna secca, salamoia e scia minerale. In bocca rimane fine, minerale, fresco, dinamico nonostante i dieci anni di età. Questo vino rappresenta una Puglia alternativa.

Terra Aspra 2015 Tenuta Marino, Primitivo. Siamo nel Parco del Pollino, un territorio lucano che mette insieme tanti caratteri in poco spazio, la parte meno nota, nel cuore di una Basilicata vera e aspra. I vigneti si trovano a 500 metri slm., l’affinamento avviene per 24 mesi in barrique e altri 12 mesi di acciaio, poi matura 24 mesi in bottiglia. Il tessuto cromatico è fitto, denso, la tinta è granato tendente amaranto. Il naso è garbato, ricco di erbe disidratate, timo secco, cuoio, prugna in gelatina, molto complesso. Il gusto è balsamico, mentolato, tagliente e teso, vino da riflessione.

Don Anselmo 2013 Paternoster, Aglianico. Da dove tutto è partito, qui Mecca è tornato, da protagonista assoluto. Interprete di un Aglianico magistrale, da uve del podere che era del nonno Anselmo e che vendemmiano ancora manualmente. La 2013 è un’annata perfetta, e l’Aglianico rimane sempre sé stesso, non si piega ai gusti. Al primo impatto il naso è chiuso, ritroso, poi si sveglia e si apre a note minerali di ghisa, passa al frutto secco, pot-pourri, legno, coppale, miele scuro, incenso, sottofondo vulcanico. Al gusto è fresco, sapido, figlio di terziarizzazione ed evoluzione consolidate.

Morrone 2012 Tenuta Santa Lucia, Syrah. Siamo a Poggio Mirteto, in provincia di Rieti. 45 ettari plasmati dalla mente del prof. Scienza. Il vino fa 24 mesi di barrique di rovere francese, poi 12 mesi di acciaio, e due anni di maturazione in bottiglia. Il colore tende al marrone aranciato, arrivano subito note di frutto scuro e pepe nero. Le spezie si evolvono, sopraggiunge la nota erbacea, il fumé, l’humus, il legno, il tannino ancora vispo, sapido sul finale. Un sorso gagliardo e non stanco.

Don Raffaele 2021 Baroni Capoano, Gaglioppo. Altra cantina con cui Fabio ha un rapporto profondamente umano e il titolare lo ribadisce al suo arrivo in sala. L’azienda ha nobili origini e il Don Raffaele è dedicato a chi è arrivato a Cirò nel 1270 per prendere il feudo. Il Cru è di 80 anni, vicino alla Sila, in una zona ricca di micro-ventilazione dove le uve abbracciano tutto il sale del mare. 12 mesi di acciaio e poi 14 mesi di barrique di rovere francese. Un concentrato di spezie delicate ed esaltanti. Il Gaglioppo regala una tannicità vibrante, il vino è un compendio di profondità al sorso e finale salino. Elegante e di gran carattere. Forse il miglior sorso della giornata che racconta come Mecca sa calarsi nel territorio, interpretarlo e riportarne la voce nella bottiglia.

Mastro Terenzio 2013 Feudo dei Sanseverino, Moscato di Saracena. Siamo in provincia di Cosenza, l’azienda è stata fondata nel 1999, all’oggi cinque ettari per 5mila bottiglie. Il Moscato di Saracena, vitigno raro, fa un appassimento naturale e poi va a contatto con le bucce per 50 giorni. Frutto di una fermentazione spontanea, il vino mostra un perfetto equilibrio tra componente alcolica, residuo zuccherino e acidità. Il colore ambrato, elegante, al naso emergono spezie, erbe disidratate, non è mai stucchevole e ricorda i sapori del Natale, dalla frutta secca al torrone, panforte e frutta candita. Una progressione aromatica che arriva a richiami di arancia e chinotto. Un vino evocativo fatto per essere assaporato intorno a una tavola, un omaggio al territorio e a chi lo ha valorizzato con questo calice.

Originario di Barile (Potenza), Fabio Mecca ha negli anni inanellato premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Gambelli nel 2022, lavora con oltre venti aziende di spicco in tutta Italia, valorizzando territorio e vitigni autoctoni. Volto storico dell’azienda Paternoster in Basilicata, è tornato alle origini per portare tutta l’esperienza maturata in 20 anni di instancabile attività.
Susanna Schivardi




