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A fine novembre il capoluogo trentino sprizza effervescenza, il protagonista assoluto diviene il Trentodoc, lo spumante italiano che probabilmente in questi ultimi anni si è più evoluto sia in termini di qualità che di bottiglie prodotte. L’occasione per scoprirne i progressi è rappresentata ormai da otto anni da “Bollicine su Trento“, la manifestazione organizzata per il sesto anno consecutivo da Camera di Commercio e Provincia Autonoma di Trento, in collaborazione con Trentino Marketing SpA e con la partecipazione delle Strade del Vino e dei Sapori del Trentino. A ospitarla dal 24 novembre all’11 dicembre sono state ancora una volta le storiche sale di Palazzo Roccabruna, la casa del vino e dei prodotti trentini, un gioiello architettonico del sedicesimo secolo arricchito da inizio anno di un locale con tanto di cucina a vista per permettere di assaporare al meglio le eccellenze enogastronomiche di questa regione. Per diciotto giorni nelle sale dell’Enoteca provinciale del Trentino si potranno degustare ben 56 etichette diverse del “metodo classico di montagna” per antonomasia, dalle versioni Brut “base” fino alle prestigiose annate con la dicitura Riserva, dove il periodo di permanenza sugli lieviti possono arrivare a sfiorare il decennio. A conferma del grande interesse e business che ruota in questo periodo attorno alle “bollicine” italiane, anche l’edizione 2011 ha visto l’ingresso nella “grande famiglia” del Trentodoc di nuove case spumantistiche, ovvero Cantina Rotaliana di Mezzolombardo, Gaierhof di Rovere della Luna e Concilio di Trento, che fanno salire a 35 il numero delle aziende produttrici, un balzo in avanti notevole considerando che sono quasi raddoppiate nell’ultimo decennio.
Purtroppo quest’anno non è stato possibile degustare la nutrita e variegata schiera di Trentodoc “alla cieca”. Gli organizzatori hanno dato giustamente maggior spazio ai produttori, allestendo nella giornata inaugurale un più tradizionale banco di degustazione. Ma, se da un lato ha permesso di conoscere di persona gli artefici di questi prodotti e svelare enigmi e curiosità legate al vino degustato, alla cantina o al territorio d’origine delle uve, dall’altro ha reso difficoltoso, quasi impossibile, degustare tutte le etichette presenti, talvolta servite a temperature non ottimali, condizione che in sostanza ha condizionato assaggi e pareri. Personalmente però mai come quest’anno ho avuto la sensazione che il Trentodoc abbia intrapreso almeno tre percorsi differenti: una versione più accattivante, morbida, immediata, grazie soprattutto a residui zuccherini anche superiori ai 10 grammi/litro; una dotata di grande freschezza, mineralità e sapidità, molto legata alle caratteristiche climatiche e dei suoli di territori perlopiù montani; una di notevole complessità, ricchezza, struttura, un prodotto più ricercato, quasi di nicchia, frutto di selezioni che nascono dal vigneto, di vinificazioni delle uve in parte in botte e di lunghe fermentazioni in bottiglia, dove però non si coglie quasi mai un uso smisurato del famigerato “liqueur d’expedition”.
La degustazione
Dall’approccio immediato, invitante, di grande beva senza eccessive complessità il Monfort Brut 2008 delle Cantine Monfort di Lavis, in maggioranza Chardonnay con piccole percentuali di Pinot Nero e Pinot Bianco raccolti sulla zona collinare di Trento e Pergine Valsugana ad altitudini di 5-600 metri e un paio di anni di rifermentazione in bottiglia. Caratteristiche fresche, frutti rossi in abbondanza unita a una discreta sapidità per la versione Rosé 2008, stessa vinificazione del precedente di solo Pinot Nero.
Buone prospettive per la prima versione del 600 Uno Brut dell’azienda Concilio (il nome deriva dall’altitudine dei vigneti di Chardonnay raccolti sulle colline di Trento), penalizzato a mio avviso dalla ridotta permanenza a contatto con i lieviti in bottiglia di soli 18 mesi, che impedisce di esprimere appieno le sue potenzialità.
Giocato sulla freschezza il Brezza Riva Brut dell’Agraria Riva del Garda (ottimo rapporto qualità/ prezzo), l’azienda più a ovest del territorio del Trentodoc, un 100 % Chardonnay proveniente da vigneti a Tenno, i più vecchi coltivati a pergola semplice trentina mentre i giovani impianti sono con il sistema guyot, con piacevoli note citrine aggrumate unite a una buona mineralità di base.
Improntata su un’invitante bevibilità e grande equilibrio la gamma dei Trentodoc di Balter di Rovereto, a partire dalla versione Brut, con la percentuale di Chardonnay che passa dal 100% all’80 per la Riserva per poi scomparire del tutto per lasciare il posto al Pinot Nero nel Rosé, con almeno un quarto delle uve che hanno fermentato in barrique. Date le caratteristiche prettamente artigianali dell’azienda, sia il remuage sia lo sboccamento manuale, che arriva a toccare punte di 2-3 volte al mese, viene ancora effettuato dal titolare Francesco, manualità – ci confida – che conferiscono spesso differenze nelle note e caratteristiche dei loro spumanti da una bottiglia a un’altra.
Equilibrio, eleganza, pienezza e persistenza che si ritrovano puntuali nel Millesimato 2007 dell’azienda Revì, piccola realtà di Aldeno gestita dal giovane Giacomo Malfer tra le mie preferite nel panorama del Trentodoc. Un equilibrio ricercato già nel vigneto, dove si cerca di preservare l’ecosistema naturale con trattamenti biologici unicamente a base di rame e zolfo. Fragranti sentori fruttati che vengono mantenuti nella vinificazione in acciaio dello Chardonnay (presente per i tre quarti) e del Pinot Nero e nel basso dosaggio zuccherino al momento della sboccatura, mai superiore ai 6 grammi/litro. Maggiore vinosità e sapidità nel Rosè 2007, dotato di sapidità e di un tannino morbido che lo rendono ideale a pasto, al pari del “fratello maggiore” Dosaggio Zero 2006, prodotto in poco più di un migliaio di bottiglie, preludio all’attuale progetto che vedrà la luce forse già nel 2012 di una Riserva probabilmente a base di solo Chardonnay.
La territorialità del prodotto sono veramente intrinseche nel Trentodoc Opera Brut 2007 dell’Opera Vitivinicola in Valdicembra, caratterizzato da nette note citrine, crosta di pane, marcata acidità che ne consigliano qualche mese di riposo in più in bottiglia, così come nel Pisoni Millesimato 2007 dal gusto pulito, leggere note mandorlate e un pizzico di dolcezza nel finale, prodotto dall’omonima storica azienda di vignaioli e distillatori di Pergolese, biodinamica dal 2004 e certificata dal 2010, in piena Valle dei Laghi, zona caratterizzata da un microclima davvero speciale, per certi versi addirittura “Mediterraneo”, considerando che trovano habitat ottimale non solo la vite, ma anche l’ulivo e il leccio.
Crescendo di sapidità e mineralità, note aggrumate e buona persistenza nell’esordiente Siris Brut 2007, prodotto in circa 14.000 esemplari dall’azienda Gaierhof, nota soprattutto per il loro Teroldego Rotaliano, frutto della vinificazione in acciaio di uve Chardonnay provenienti da vigneti coltivati su suoli prettamente argillosi a Sorni, Pressano di Lavis e in Alta Val di Cembra.
Non tradisce le ovvie aspettative la gamma dei Trentodoc della blasonata Ferrari dei Fratelli Lunelli, anche se, probabilmente complice un’infelice bottiglia, nel Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2001, proveniente da un unico vigneto posto a 400 metri di altitudine a Maso Pianizza, ho riscontrato la mancanza di un pizzico di eleganza e freschezza, caratteristiche invece presenti appieno nel Ferrari Riserva Lunelli 2004, dal gusto fragrante e avvolgente, prossimo forse a “sorpassare” addirittura il blasonato antagonista.
Intensità al naso e opulenza in bocca che si ritrovano puntuali nel Maso Nero Riserva 2006 dell’Azienda Agricola Zeni di Grumo, uno Chardonnay in purezza al 60% fermentato e maturato in legno, dove si percepisce sempre di più la mano in cantina del giovane Rudy, figlio di Roberto, nel recente passato presidente dei Vignaioli del Trentino, fervente credente del progetto Maso Nero, dal cui invidiabile appezzamento collinare nasce anche il Rosé 2006, al suo secondo anno di vita composto dal 60% di Pinot Nero e dal 40% di Chardonnay, dove prevalgono gli aromi di piccoli frutti rossi e un morbido e asciugante tannino. Ancora in gestazione ma di indubbio grande interesse e curiosità il Trentodoc a base unicamente di Pinot Bianco raccolto e lasciato appassire in cassette per un paio di mesi prima di essere pigiato e fermentare in legno, dove matura quasi un anno prima di essere imbottigliato ed essere pronto alla presa di spuma, per quindi essere degorgiato non prima di 60 mesi.
Non tradiscono le aspettative infine il Letrari Riserva 2007 e soprattutto il Letrari Dosaggio Zero 2008 dell’Azienda Letrari di Rovereto, dove anche in questo caso a forgiare questi due “tesori” della spumantistica italiana sono le giovani mani di Lucia, figlia del fondatore dell’azienda Leonello, al quale da alcuni anni si è affiancata nel delicato ruolo di enologo.
Tra i numerosi eventi che hanno animato la rassegna: “A tavola con il Trentodoc“, originali menu proposti da alcuni grandi chef selezionati da Enzo Vizzari, direttore delle Guide de L’Espresso; la presentazione del libro “Trentodoc, quando la montagna diventa perlage“, scritto a quattro mani da Nereo Pederzolli e Francesco Spagnolli; il convegno “Trentodoc, la sostenibile eleganza delle bollicine di montagna” sul futuro del vino e delle bollicine trentine (dal titolo di grande impatto ma da cui purtroppo sono scaturite poche idee o soluzioni su come affrontare questo delicato momento che sta vivendo l’enologia nazionale); un’eccezionale anteprima di Umbria Jazz Winter con il delizioso concerto di Greta’s Bakery all’interno della suggestiva Sala Conte di Luna di Palazzo Roccabruna; notevole richiamo e interesse ha riscosso la degustazione “Territori a confronto, Trentodoc e Champagne“, condotta con accortezza ma non senza una buona dose di timore reverenziale da Pierluigi Gorgoni, collaboratore della guida dei vini dell’Espresso, coadiuvato da Enrico Paternoster, enologo dell’Istituto Agrario San Michele all’Adige, al cospetto di una platea composta in larga maggioranza da produttori e da noti ed esperti degustatori e giornalisti del settore. Duplice a mio avviso la chiave di lettura dell’evento, che prevedeva l’assaggio “alla cieca” di quattro Trentodoc ed altrettanti Champagne: tentare di riconoscere il marchio territoriale di questi vini, cercando di individuare i vini italiani e quelli transalpini sulla base dei profumi, aromi, acidità, sapidità e mineralità, scatenando una mini-competizione tra chi riusciva a indovinarne il maggior numero. Oppure dare una valutazione al singolo vino, stilare un ordine di merito “al buio”, senza palesi condizionamenti di etichetta, in base alla sua piacevolezza o complessità. Personalmente ho preferito cercare di individuare la tipicità dei singoli spumanti, riuscendo a collocarne la maggioranza affidandomi in particolare alla maggiore acidità e verve citrina degli Champagne rispetto all’immediatezza, equilibrio e morbidezza dei Trentodoc, caratteristiche che però risultavano molto meno evidenti nei vini di annate e sboccature meno recenti. Per la cronaca i vini proposti erano il Riserva 2006 di Cantina d’Isera, l’Altemasi Riserva Graal 2004 di Cavit, il Riserva Methius 2005 di Metius e il Riserva Aquila Reale 2003 di Cesarini Sforza, Spumanti per la tipologia Trentodoc, mentre per gli Champagne venivano serviti dagli impeccabili sommelier dell’Ais Trento, l’Extra Brut Grand Cru Vielles Vignes de Cramant 2002 di Larmandier Bernier, l’Extra Brut Grand Cru Le Masnil sur Oger di Robert Moncuit, il Brut Cuvée St. Vincent 2000 di Legras e il Brut Grand Cru Avize 2002 di Jacquesson. Un paio di riflessioni finali: se da un lato prettamente passionale, preferenziale, di prestigio d’immagine o di gusto soggettivo (perché sempre di soggettività si tratta…) il giudizio spesso e volentieri penda a favore dei vini francesi, da quello più economico e consumistico è netto e insindacabile l’ottimo rapporto qualità/prezzo dei Trentodoc rispetto agli Champagne (che nel caso in esame superano tutti il centinaio di euro), sia che si tratti di produzioni di un numero cospicuo di bottiglie dei grandi spumantifici che delle piccole realtà prettamente artigianali dei vignaioli trentini.
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