Alla scoperta del Teroldego Rotaliano

Il Teroldego, vitigno con forte espressione territoriale coltivato quasi esclusivamente nella provincia di Trento, in particolare nella Piana Rotaliana, chiamato anche Campo Rotaliano, da cui si estrae l’omonimo vino, poco presente nelle carte dei vini di ristoranti e enoteche al di fuori del territorio d’origine. In questa pianura alluvionale, tra il Torrente Noce e il fiume Adige, al cospetto della Paganella a formare l’imbocco della “melosa” Val di Non, se ne coltivano oggi circa 480 ettari sia sotto forma di pergola trentina che di guyot, divisi tra i comuni di Mezzolombardo, Mezzocorona e la frazione Grumo del comune di San Michele Adige.
Abbiamo recentemente approfondito la conoscenza di questo vino all’interno di un focus organizzato in occasione della presentazione del catalogo dei vini (e dei produttori) dell’azienda di distribuzione Proposta Vini che si è svolta a gennaio all’interno del Montresor Hotel Tower di Bussolengo. E’ stata un’esperienza veramente importante e utile per scoprire e valutare vini di cui l’industria ha di fatto snaturato e omologato, smarrendone spesso i tratti distintivi originari, come nel caso ad esempio del Lambrusco di Sorbara dell’azienda Paltrinieri, il Custoza di Albino Piona o il Vermentino di Sardegna di Quartomoro, a cui va il merito di aver riportato alla luce vitigni pressoché scomparsi come il bianco Semidano o i rossi Cagnulari e Muristeddu, opera eseguita anche dall’azienda La Chimera a Chiomonte, nella piemontese Valle di Susa, nel caso dell’Avanà.

Dialogando con Rudy Zeni, attuale generazione dell’omonima azienda di San Michele all’Adige fondata dai fratelli Roberto e Andrea Zeni, ho scoperto che in realtà la coltivazione del Teroldego iniziò in collina e che solo dopo la bonifica del territorio si spostò in pianura. Tutt’oggi quindi non è affatto inusuale imbattersi in vigneti a 5-600 metri di altitudine.
Il professor Attilio Scienza attribuisce l’origine di quest’uva al Mediterraneo orientale e la parentela stretta con il Syrah, il Lagrein ed il Marzemino. Del vino se ne scrive già nel 1480 in diversi atti di vendita (“…per 22 ragnesi di buona moneta meranese un livello terriero perpetuo di due brente di vino teroldego…”) e se ne “magnifica il vino” nel corso del Concilio di Trento nel 1673.

Il disciplinare del Teroldego Rotaliano vede la luce il 18 febbraio 1971, dopo che dal 1948 al 1954 il Consorzio del Teroldego aveva gettato le basi per la sua salvaguardia e valorizzazione. La prima D.O.C. varietale riconosciuta in Trentino in verità non limita però la nota vigoria del vitigno, ammettendo ben 170 quintali per ettaro, lasciando quindi all’operato e agli obiettivi di ogni singola azienda sfruttarne appieno o meno la produttività. Germogliamento precoce che lo rendono vulnerabile alle gelate tardive, notevole vigoria produttiva, grappolo compatto: questi i tratti salienti del vitigno che hanno stimolato una selezione clonale per ridurre la produzione ed avere grappoli più spargoli, obiettivo raggiunto anche grazie al passaggio a un tipo di allevamento a spalliera, utile anche per favorire una miglior maturazione.
Le tipologie ammesse sono quattro, ovvero la classica versione Rubino, quella Rosato, detta anche con accento teutonico “Kretzer”, la Superiore e la Riserva, con affinamento minimo di 24 mesi e con uve spesso appassite 3-4 settimane per ammorbidire e arricchire il gusto, evitando comunque residui zuccherini che ne snaturerebbero il carattere.

Negli ultimi anni il Teroldego Rotaliano può far leva sulle forze ed ambizioni di nuovi piccoli produttori per crescere in termini di qualità, limitando ad esempio le rese al di sotto dei 100 q/ha, e contrastare la quantità prodotta dalle grandi aziende, una delle caratteristiche del Trentino vinicolo: basti pensare che i 10.200 ettari complessivi di vigneto, l’80% di Doc e il 20% di IGT, in gran parte coltivato ancora a pergola, circa il 75% è in mano a conferitori di cantine sociali o a grandi aziende.
Se fuori dal Trentino il Teroldego fatica a farsi spazio sui tavoli dei consumatori, il mercato estero pare gradire questo vino ricco di antociani, con un gusto severo e un tannino deciso, in particolare in Germania, a Londra e negli States, mentre pare che il Nord Europa prediliga vini morbidi con grado zuccherino più marcato (vedi Amarone).
Nei Teroldego Rotaliano delle aziende presenti a Bussolengo (oltre a Zeni, Casata Monfort di Lavis, Fedrizzi Cipriano di Mezzolombardo e Vindimian Rudi di Lavis) che ho degustato dopo il piacevole excursus teorico con Rudy, seppur ognuno caratterizzato in maniera netta e inconfondibile dal “marchio di fabbrica” aziendale, ho riscontrato diverse affinità, a cominciare banalmente dalla sua intensa e profonda tonalità di rosso, che la leggenda paragona al colore del “sangue di drago”, sicuramente tra i più scuri del mondo vinicolo. Discorso analogo per il profumo, con netti sentori di frutti rossi e neri, dalla mora selvatica in armonia con la fragranza del mirtillo e la dolcezza del lampone, con accenni floreali di viola e balsamici di menta.
Un vino nel complesso che meriterebbe senza dubbio maggiore popolarità e diffusione, dai nobili trascorsi storici offuscati da produzioni in larga scala con poca attenzione alla qualità, nettamente rivalorizzato ed ora salvaguardato da questo gruppo di giovani aziende che hanno intenzione e carte in regola per guadagnare posizioni su posizioni nella graduatoria qualitativa dei vini rossi italiani da vitigni autoctoni, tipologia oggi più che mai ricercata ed apprezzata dagli appassionati consumatori, stranieri in testa.



