Antonelli San Marco, nel cuore dell’Umbria

Secondo uno stereotipo ampiamente diffuso i luoghi umbri dovrebbero immancabilmente suscitare stati d’animo meditativi. Già, credo sia piuttosto vero, anche perché nel solo dirigermi verso lo splendido paesaggio di Montefalco ho avuto la sensazione di transitare in un’atmosfera un po’ sospesa, o ancora meglio, di essere totalmente attorniato da una percezione, al contempo, di lentezza e leggerezza. D’altronde, esistono precise ragioni per cui le città del centro Italia, e in particolare le città umbre, esprimono alti indici di vivibilità e conservano cadenze che probabilmente non farebbero rimpiangere troppo a Milan Kundera i piaceri della lentezza di altri tempi.
Il colle di Montefalco, dal quale la vista si spalanca sul Clitunno e sul Topino, sui Monti Martani come sul Subasio e gli Appennini, su Spoleto, Trevi, Bevagna, Giano dell’Umbria e gli altri centri della vallata, regala, non a caso, un paesaggio mozzafiato, ricchissimo da un punto di vista storico e culturale, caratterizzato dal solco della vite e dal puntinismo degli olivi.

Ed è proprio qui, nel cuore della denominazione del Sagrantino, che il simpaticissimo artigiano-imprenditore Filippo Antonelli, tanto geniale quanto sarcastico, conduce una delle più significative cantine non solo del comprensorio montefalchese, ma anche dell’intera regione.
Le origini della sua tenuta si ritrovano in alcuni documenti medievali, che ricordano San Marco de Corticellis come corte longobarda e territorio fra i più vocati, per l’appunto, alla coltivazione della vite e dell’olivo: dal XIII al XIX secolo, appartenente al Vescovo di Spoleto nel 1881, per poi, nello stesso anno essere da ultimo acquistata proprio dalla famiglia Antonelli.
Oggi l’azienda si estende per circa 175 ettari, di cui una decina dedicati agli uliveti e una cinquantina a vigneto (Grechetto, Trebbiano Spoletino, Sangiovese e Sagrantino) concentrati in un corpo unico al centro della DOCG Montefalco. Un’altitudine media di circa 350 metri slm con esposizione prevalente dei versanti collinari a sud e a ovest.

A fronte dell’occasione, rappresentata dalla conclusione dei lavori di rinnovamento della cantina, frutto di anni di impegno, che armonizzano e collegano il nuovo corpo all’edificio storico che conserva integro il fascino delle tenute patrizie di campagna, la famiglia Antonelli ha organizzato due intriganti verticali, rispettivamente di Trebbiano Spoletino e Sagrantino, dove si è potuto notare con piacere la sintesi del loro profilo aziendale: uno standard qualitativo elevato con punte di particolare originalità espressiva. Mai eccessivamente strutturati o boisé i rossi di casa, pur senza tradire i tratti vigorosi della denominazione; mentre i bianchi sono risultati freschi e caratterizzati da un’acidità/sapidità sferzante. Entrambi comunque dinamici, saporiti e molto gustosi. E aggiungo piuttosto longevi…

Trebbiano Spoletino DOC (2007-2021)
2007: all’inizio naso un po’ velato, in riduzione, successivamente si presenta con spiccate note di mela cotogna e papaya. In bocca è comunque equilibrato con un frutto abbastanza maturo che ricorda la pesca e la buccia di mela; il sorso prosegue poi lievemente speziato con tocco di mandorla, per una valida spinta conclusiva.
2010: evidenti note di tartufo e mango al naso. In bocca l’equilibrio non è dei migliori, mancando anche un po’ di grip e di espansione.
2013: l’impasto aromatico suggerisce ricordi di grano maturo e miele d’acacia, ma anche di mela e albicocca. Fresco, elegante, sapido: una bella complessità con un nitido finale che a tratti ricorda l’anice.
2016: delicata nota nocciolata, grano, fiori, spezie dolci e sottile traccia fumé. In bocca la trazione acida convive con una densità quasi cremosa. Finale salato ma poco profondo.
2019: freschi profumi floreali e fruttati. La bocca salina e acida elargisce segnali di slancio e ritmo. L’annata è di quelle promettenti!
2021: francamente la sua giovinezza si fa sentire, eccome, dove comunque l’impronta aromatica di marca floreale annuncia qualche spigolo di troppo. L’acidità è un po’ granulosa, ma il finale è reattivo e scattante.

Sagrantino di Montefalco DOCG (1988-2016)
1988: terziario intrigante di sottobosco, humus, tabacco e cacao. Ancora integrato, lievissima ossidazione. Una succosità abbastanza sorprendente con un buon rilancio sul finale delle componenti acide, tanniche e sapide.
1996: un che di salmastro, di macchia mediterranea, di cereali, ancora una volta di tabacco dolce, ma anche ciliegia sotto spirito. Più sapido che fresco, slanciato, appoggiato su una certa durezza e con un grande alleato: l’alcol. Una spinta di fuoco che vuole farsi ricordare nel tempo: reattivo. Gran bel vino!
1999: poca terziarizzazione. Cenni di dattero, vinile, catrame, ma non arriviamo ai ranghi elevati dei suoi fratelli. Un olfatto quindi non troppo definito, così come il tannino appena disarmonico: sottotono!

2001: boschivo, silvestre, balsamico, una freschezza quasi alpina al naso. In bocca la sua manovra è piuttosto deliziosa: ottimo.
2008: complesso all’olfatto, accompagnato da evidenti cenni di scorza d’agrume e rabarbaro. Palato di grande impatto, dal rilievo un po’ rugoso, energico in chiusura.
2016: invitante all’olfatto, ricco di aromi di prugna, ciliegia, arancia rossa e liquirizia; sapore pieno, si “scioglie” in bocca nonostante la giovanile rigidezza tannica.
Lele Gobbi




