Statistiche web
Anteprime

Alba Wines Exhibition: emozioni e impressioni su alcuni Barolo 1999


L'arco che porta al Castello Falletti di BaroloCinque giorni di serrate degustazioni, passando dal Nebbiolo ’01 al Roero e al Barbaresco ’00, per terminare con un’ampia carrellata di Barolo ’99 (oltre 200). Mancava qualche produttore di spicco, come Giacomo Conterno, Elio Altare, Aldo Vajra, Giuseppe Mascarello, Bruno Giacosa, Roberto Voerzio, Giacomo Borgogno, Enzo Boglietti, per citarne alcuni, ma il panorama dei vini era assolutamente sufficiente da consentire di avere un quadro chiaro dell’annata e del livello medio della produzione. E’ stato indispensabile rivedere con calma le degustazioni che avevo effettuato durante la full immersion albese, per poter descrivere con maggior cura alcuni dei vini che mi hanno maggiormente colpito. Insisto a voler sottolineare come sia assurdo e prematuro valutare vini come il Barolo e il Barbaresco, che nella fase iniziale non esprimono che una piccola parte del loro reale potenziale. Ancora più assurdo è sottoporre ad impietoso esame campioni che stanno ancora affinando in botte, con il rischio ben più elevato di sottovalutarne o sovrastimarne le caratteristiche. Da tempo mi domando se sia davvero corretto impartire voti a qualcosa che è in continua metamorfosi. Il vino si trasforma, muta continuamente, è vivo, come tale non può e non deve essere incasellato come un oggetto inanimato. Per questo motivo ho preferito parlare di alcuni Barolo che,a prescindere dai centesimi ottenuti, non meritano in alcun modo di passare inosservati. Ce ne sono molti altri, come quelli di Famiglia Anselma, Scavino, Cascina Ballarin, Elio Grasso, Cordero di Montezemolo, ma per ragioni di spazio e leggibilità preferisco rimandarli ad un prossimo articolo.

Barolo – Eraldo Viberti (La Morra – Frazione Santa Maria)
Uno dei più eleganti a La Morra, classico nel colore, granato abbastanza intenso e profondo, fine al naso, con note di fiori appassiti, viola in particolare, frutta in confettura e sotto spirito (mora, ribes, ciliegia), accenni di tabacco, liquirizia, caramello, pepe rosa. Al palato non delude, proponendo un tannino fitto, giovane ma molto fine, man mano assorbito dal frutto abbondante e rotondo, addolcito dalla ricca presenza di alcol; nel susseguirsi di sensazioni emerge una piacevole sapidità che si protrae per tutto il lungo, appagante finale. La giusta filosofia di Eraldo Viberti è quella di far confluire in un unico vino le uve nebbiolo provenienti dai diversi appezzamenti, ciascuno dei quali sarebbe troppo piccolo per dare una produzione sufficiente a giustificare una pluralità di etichette (la somma dei vigneti supera di poco i 5 ettari). Il risultato, oltre a facilitare il consumatore, conferisce al vino una maggiore complessità e finezza.

Barolo Vigna Giachini e Rocche dell’Annunziata – Fratelli Revello (La Morra – Frazione Annunziata)
I Revello, oltre ad una straordinaria Barbera d’Alba (Ciabot du Re), producono un Barolo base, il Vigna Conca, il Vigna Gattera, il Rocche dell’Annunziata e il Vigna Giachini. Quest’ultimo ha colore granato con riflessi rubini, sprigiona un bouquet molto particolare e intrigante, con note di ribes rosso e mentolo, prugna e ciliegia sotto spirito, cannella, un leggero richiamo vegetale su un sottofondo balsamico di notevole fascino; la presenza del rovere, nonostante il vino sia giovanissimo, è molto contenuta. Al gusto è intenso  e di bella struttura, il tannino è forte e vigoroso, ma di grande pulizia estrattiva; tornano le sensazioni percepite all’olfatto, qui ancora più marcate dalle spezie. La persistenza è molto lunga, con il balsamico che si mescola al rovere e alla liquirizia. Un Barolo dalle caratteristiche moderne, ben lavorato, capace di grande longevità e progressione evolutiva. Il Rocche dell’Annunziata si fa apprezzare per un colore granato scuro e più concentrato; al naso parte deciso con un bel ribes rosso marcato, accompagnato in minor misura da mora di gelso, seguono cioccolato e caffé, pepe e bacche di ginepro, liquirizia dolce e leggero balsamico. All’assaggio non delude, proponendo un tannino elegante e setoso, una struttura decisa ma non austera; il frutto si espande rotondo garantendo, in compagnia delle spezie, un bel finale lungo e appagante.

Barolo Bussia Vigna Munie – Armando Parusso (Monforte d’Alba – Località Bussia)
La filosofia dei fratelli Marco e Tiziana Parusso è completamente diversa da quella di Eraldo Viberti. Qui, dai sei ettari di vigna a Barolo, nascono cinque distinti cru: Bussia Vigna Rocche, Bussia Vigna Munie, Bussia Vigna Fiurin (prima annata 1998), Mariondino (Castiglione Falletto) e Piccole Vigne (Monforte d’Alba e Castiglione Falletto). Per tutti e cinque i vini l’affinamento previsto è di 24 mesi in barrique e 8 mesi in bottiglia. Il Vigna Munie ’99 si presenta di un bel colore rubino-granato profondo, scuro e abbastanza concentrato. Il bouquet è ampio e moderno, con toni che spaziano dal floreale (rosa canina e viola passita) al frutto di bosco maturo (mora di gelso, ciliegia, marasca e una sfumatura di fragola), per proseguire con bacche di ginepro, cacao in polvere, accenni vanigliati e di caffé. Impatto al gusto importante, con tannino che si sta già amalgamando con il frutto dolce e rotondo; è ancora alla ricerca dell’equilibrio e della massima espressione, ma ciò dipende soprattutto dall’annata, più strutturata e meno pronta della ’98. E’ evidente che lo stile dei Parusso guarda più in avanti che alle radici del Barolo, almeno per quanto riguarda il Vigna Munie (il Vigna Rocche meno), ma non c’è estremismo nella loro scelta, semmai la volontà di offrire un prodotto che possa attutire certe asperità nebbiolesi, non per tutti esaltanti.

Barolo nei Cannubi e Costa Grimaldi – Poderi Luigi Einaudi (Dogliani – Borgata Gombe)
Più e più volte mi sono riguardato le degustazioni dei due Barolo della famiglia Einaudi. Premesso che è una delle aziende che maggiormente mi hanno emozionato in questa kermesse albese, sono rimasto incerto fino all’ultimo su quale dei due vini (davvero molto vicini) fosse più meritevole delle cinque chiocciole. Nella versione ’98 il Cannubi mi era sembrato prorompente, impetuoso, ma scomposto e con una nota vegetale di troppo, non del tutto celata dal pur abbondante frutto. Ma la ’99 è un’annata grande, potente, per certi aspetti più vicina alla ’96 – la materia prima era ancora chiusa nel bozzolo ma bisbigliava ai più attenti “sappiate aspettare, vi stupirò” – che alla ’97, calda, travolgente nel frutto, consensiente ai capricci di palati bulimici, ma certamente meno elegante e signorile. Ed ecco che con forza i Cannubi ci avvertono di aver trovato (almeno con questa vendemmia)  una nuova dimensione, un carattere meno goliardico e più saggio. Ma ciò che alla fine mi aveva quasi convinto a dare quel punto decisivo è stata la grande persistenza aromatica, nel primo più decisa e prolungata, nel secondo, il Costa Grimaldi, leggermente sotto tono rispetto alle premesse. Il Barolo nei Cannubi si offre con un colore rubino-granato cupo e compatto, naso intenso e spesso, un bel frutto di bosco tendente al maturo (prugna, mora, mirtillo, ciliegia, lampone), note di caffé e liquirizia dolce su un delicato sfondo floreale di viola. Al palato sforna un tannino come sempre potente ma molto fine, ben distribuito, subitaneo è il soccorso della rotonda alcolicità e del frutto che riappare copioso, abbracciato alle sottili note di rovere e alle spezie, china e caffé. Il finale, come già detto, è lungo ed equilibrato. Il Costa Grimaldi mostra un colore simile ma appena meno profondo, al naso è superiore, mostrando una mineralità da grande terroir, nuances balsamiche, fiori passiti e note fruttate di visciola, mora e ribes, accompagnate da una sottile vena di liquirizia. Al gusto è splendido, avvolgente, con tannino levigato e frutto carnoso e maturo che si distende su un fondale delicatamente sapido e affascinante, il tutto pervaso da finezza ed equilibrio. La persistenza è appena un po’ più corta del Cannubi, ma alla fine continuo a preferirne la maggior classe.

Barolo – Bartolo Mascarello (Barolo)
Quattro sono i cru da cui nasce questo grande vino: Cannubi, San Lorenzo e Rué nel comune di Barolo, Torriglione a La Morra. Se si vuole conoscere il Barolo, quello che contiene nelle sue cellule la vera natura del nebbiolo, allora acquistate quello prodotto da Bartolo Mascarello. E’ un vino che si fa beffe delle modernizzazioni, non dà concessioni, non è docile e mansueto, non si svende, non è sornione. O ti piace o non ti piace. Qui non c’è posto né per la barrique, né per i concentratori, né per aggiunte truffaldine. Questo Barolo ti parla della sua terra, del nebbiolo, senza fronzoli, senza “addomesticamenti”, senza cercare di ammansire più di tanto l’irruenza tannica, senza “colorire” con sfumature tostate, caffeose o di frutto dolciastro. Ed eccoci di fronte al colore granato medio, non concentrato, leggermente cedevole all’unghia di un Barolo onesto. All’olfatto si esprime progressivo e chiaro, con eleganti note di fiori in fase di appassimento, violetta e rosa, mentolo, chiodo di garofano, poi arriva il frutto di bosco, mora, prugna, ciliegia sotto spirito, il tutto molto equilibrato e fine. In bocca è ancora duro, potente, aggressivo (“Per amare il nebbiolo bisogna amare i tannini”, diceva Angelo Gaja), meno pronto della ’98, ma la materia prima è grandiosa, in grado di confutare ogni dubbio se solo le si darà il tempo di esprimersi. Si, è un Barolo, rude ma pieno di preziosa dignità, di coerenza, di fascino. Custoditene qualche bottiglia in cantina, lasciatelo crescere, sappiate concedergli il respiro di cui ha bisogno e poi…assaporatelo!

Barolo Brunate Le Coste – Giuseppe Rinaldi (Barolo)
Beppe Rinaldi, altro discendente di una delle famiglie storiche di Barolo, dispone di quattro eccellenti cru, che dal 1993 ripartisce in due preziose etichette: Brunate-Le Coste e Cannubi San Lorenzo-Ravera. Purtroppo ad Alba ha presentato solo il primo, probabilmente perché l’unico dei due ad essere stato imbottigliato. Purtroppo per modo di dire, perché il Brunate-Le Coste è senz’altro un grande Barolo, dal colore granato mediamente intenso; il bouquet si articola su più fronti, passando da un bel floreal-fruttato, dove si mescolano in grande armonia profumi di rosa appassita e viola, mora, ciliegia matura e cassis, a note balsamiche, di anice stellato e speziate miste (pepe rosa, ginepro, cuoio, liquirizia). L’impatto gustativo è pieno, di bella struttura ed eleganza, importante e tecnicamente ben fatto, con ritorno ampio e corrispondente della massa aromatica, che si sviluppa in un lungo finale, molto “barolista”, di classe.

Barolo Parafada e Margheria – Vigna Rionda (Serralunga d’Alba)
La famiglia Massolino produce quattro tipi di Barolo: il base, il Vigna Rionda, il Parafada e il Margheria. Quest’anno ho di poco preferito il Parafada al Vigna Rionda (per errore, nel precedente articolo avevo invertito le valutazioni) per alcune caratteristiche, a mio avviso, di maggior pulizia ed eleganza, a cominciare dai tannini che, nel Margheria, ho trovato un po’ troppo asciuganti e leggermente polverosi. Ma veniamo alle degustazioni: il Parafada si presenta di colore granato cupo di buona concentrazione, appena cedevole all’unghia. Sulla parete del calice mostra una bella consistenza, archetti fitti e lacrime molto compatte. Al naso sprigiona note di cassis, mora matura, legno aromatico, vaniglia, liquirizia e cacao; in bocca, pur mostrando tannini forti e ancora indomati, esprime una struttura importante, una buona forza acida, frutto equilibrato, maturo e avvolgente. Il finale è progressivo, con ricordi di liquirizia dolce. Il Margheria mette in risalto un colore granato medio con vaghi ricordi rubini. I profumi sono molto puliti e ben espressi, con note floreali e frutto dolce, lampone, mora e prugna, che lasciano poi spazio a pepe, caffé, leggero mentolato. In bocca perde qualcosa, è meno coinvolgente, forse complice il tempo, il tannino non riesce ancora ad integrarsi con le componenti morbide, lasciando una sensazione di leggera insoddisfazione. Un vino che mi piacerebbe riprovare più avanti, quando certe asperità saranno meno evidenti.

Barolo Cannubi Boschis – Luciano Sandrone (Barolo)
Non c’è dubbio sullo stile di Luciano Sandrone, che nel Cannubi Boschis trova la sua massima espressione. I suoi vini sono tendenzialmente morbidi e fruttati, tecnicamente quasi perfetti (quest’anno il Nebbiolo Valmaggiore ’01 mi ha convinto meno), ricchi di personalità, moderni ma rigorosamente legati al territorio e alle qualità intrinseche dei vitigni. Il Barolo Cannubi Boschis mostra un bel colore granato scuro e profondo, con qualche ricordo rubino (che presto scomparirà). Al naso è intenso, con un frutto rigoglioso che si espande veloce (amarena, ciliegia, lampone), avvolto in un delicato velo fumé; il bouquet si arricchisce di note speziate, fra cui affiora il ginepro. Nell’assaggiarlo si percepisce la rotondità, la finezza del tessuto tannico, la buona struttura, l’equilibrio già notevole. La persistenza è lunga e nitida, con accenni di liquirizia dolce. Mi viene naturale fare un’osservazione: da una vigna di valore assoluto, come il Cannubi di Barolo, mi aspetterei però un po’ più di complessità, quel tocco magico che dovrebbe rendere questo vino inimitabile. Per carità, si tratta di un grande vino, ma forse, anche in virtù dell’annata, mi aspettavo qualcosa di più.

Barolo Giachin e Ciabot Manzoni – Silvio Grasso (La Morra – Frazione Annunziata)
Dei tre cru presentati ad Alba, è stato il Bricco Luciani a sembrarmi un po’ sotto tono, con profumi non pulitissimi e un tannino piuttosto aspro. Mentre il Giachin si è espresso a livelli davvero elevati, molto vicino al Ciabot Manzoni, ma un po’ troppo avanti nelle sue caratteristiche, che non mi aspettavo da un vino che deve ancora uscire. Il colore è granato medio con unghia leggermente tendente all’aranciato (e questo è già un primo sintomo); il bouquet è decisamente rivolto al terziario, con note quasi di goudron, sensazioni minerali, pepe, tabacco e, solo alla fine, un accenno di frutto maturo (prugna, mora). Al palato si presenta molto bene, con tannino levigato, struttura elegante (e qui mi è piaciuto molto); il frutto si esprime meglio nell’impatto gustativo, mostrando una bella rotondità e carnosità, seguita da nuances di legno di liquirizia. Il finale è notevole. Il Ciabot Manzoni si offre alla vista di colore granato più profondo e abbastanza compatto, senza cedimenti all’unghia. Al naso è intrigante e moderno, mostra un bel frutto morbido e ammiccante, con note di mora e ciliegia matura, ben fuse con i toni balsamici del legno, su un manto floreale di rose. In bocca propone un bel tannino e sensazioni di caffé e liquirizia, grande armonia e una bella vena di freschezza a renderlo vivo e promettente. Due Barolo di alto livello, da non far mancare nella propria cantina.

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio