InvecchiatIGP: Lugana Superiore Madonna della Scoperta 2011 Perla del Garda

Non rammento di preciso quando fu istituita questa rubrica, ma non c’è dubbio che fin da subito ci occupammo anche di bianchi belli datati. E che, anzi, già da prima della sua nascita avessimo dedicato anche come Garantito IGP molti articoli ai bianchi agée, anticipando così un trend che oggi sta prendendo piede pure presso chi, per default, era convinto che certi vini andassero bevuti subito e che certi vitigni fossero poco vocati alla serbevolezza. Di questa progressiva inversione di tendenza, sia chiaro, non rivendichiamo alcun merito. Ma ci rallegriamo, o almeno io mi rallegro molto. Consapevole che, come sempre succede quando si affaccia sulla scena una nouvelle vague, poi c’è un mercato pronto a cavalcarla.
Si fa presto però a parlare col senno di poi. E il pensiero va allora a chi, talvolta tra scetticismi e ironie, in tempi non sospetti si è molto speso (e ha speso molto) per dimostrare che certe bottiglie di bianco avevano davvero prospettive di invecchiamento serie. O ha almeno avuto il coraggio di dare loro delle chance di invecchiare tranquillamente in cantina, per vedere poi, alla Jannacci, l’effetto che fa.
Ci ho ripensato assaggiando di recente questo sorprendente Lugana Superiore “Madonna della Scoperta” Dop 2011 di Perla del Garda – quasi quindici anni! – planato nel bicchiere per accompagnare più che degnamente – chez Vito Mollica – una suprema di faraona arrostita con crema di zucca e tartufo nero.
L’uva è ovviamente Turbiana, alias Trebbiano di Lugana, coltivato in biologico tra i 100 e i 250 metri slm sulle colline moreniche tra Pozzolengo e Sirmione. “Solo acciaio in fermentazione e acciaio e legno in affinamento”, spiega Giovanna Prandini, che col fratello Ettore porta orgogliosamente avanti le tradizioni agricole di famiglia. “Agricole e non solo vinicole”, precisa, “perché abbiamo sì aperto la cantina nel 2006, ma prima vendevamo l’uva raccolta nelle vigne piantate negli anni ’80 e prima ancora producevano latte”. Insomma agricoltori e imprenditori a tutto tondo.
Oggi l’azienda, che ha proprietà anche in Valtenesi, ha 48 ettari di vigneto (oltre alla Turbiana, ci sono Merlot e Cabernet Sauvignon) ed è l’unica a coprire, con otto etichette, tutte le cinque tipologie previste dal disciplinare della doc Lugana, perché “ci teniamo molto a sottolineare la versatilità e la longevità del Lugana”, insiste lei.
E veniamo alla nostra bottiglia.
Il vino è di un oro giallo, carico e intenso. Al naso l’impatto è lento ed esilissimo, poi pian piano si percepiscono, quasi a strati, varie sfumature di caffè: dal cioccolatino farcito al caffè freddo fino dalla polvere di caffè appena macinata, che lentamente sfuma nei classici sentori compositi di certi toffees inglesi e infine chiude con una nota retrolfattiva di pietra focaia, olio minerale e “ingranaggi” (perdonate la poca tecnicità e la molta memoria olfattiva d’infanzia). Al palato l’età del vino è più evidente, ma il sorso è comunque netto, pieno, sostenuto da una residua acidità e da ondate di sapidità che lo arricchiscono, con un finale profondo che accenna all’amarognolo e ben si sposa con la morbida complessità della pietanza.
Con quindici anni sul groppone siamo al limite?
Difficile da dire. Resta il fatto che, prima di assaggiarlo, in pochi, me compreso, avrebbero creduto nella tenuta per tre lustri di questo vino, destinato come minimo a una funzione di testimonianza.
PS: abbiamo assaggiato, in magnum, anche l‘acclamata 2017, che forse era perfino migliore. Ma in un bianco uno scarto di cinque anni può equivalere a venti per un cristiano, ammettiamolo. E quindi W il 2011.
Stefano Tesi


