Van Volxem: la rinascita della Saar tra storia, visione e Riesling d’autore

La storia di Van Volxem è inseparabile dalla storia stessa della Saar, la più fresca e slanciata sotto‑regione della Mosella. Qui, dove il fiume disegna anse spettacolari tagliando arenarie rosse e quarziti, la vite si arrampica su pendenze d’Europa che sfidano la gravità, aggrappata a una terra antica, nata dalle convulsioni di un bacino sedimentario preistorico.
Più di otto chilometri di rocce sotterranee, ricche di memorie di carbone e antichi vulcanismi, oggi stratificate in spettacolari arenarie e ardesie. Un suolo poverissimo, quasi primordiale, che costringe le radici del Riesling a una disperata, profonda e salvifica discesa verso il cuore della terra.

I primi documenti che citano i vigneti di Wiltingen risalgono all’epoca romana; nel Medioevo, le parcelle più vocate erano gestite da monasteri che riconoscevano nel Riesling della Saar un vettore di purezza e longevità.
Nel XIX secolo, i vini della Saar erano tra i più costosi d’Europa, serviti nelle corti e nelle grandi capitali. Poi, un lungo declino: il Novecento porta con sé il buio delle guerre, le crisi economiche e il progressivo, doloroso abbandono di quei muretti a secco che sorreggevano la bellezza.

La rinascita arriva nel 2000, quando Roman Niewodniczanski, erede della famiglia Bitburger,
intuisce che sotto quei rovi e quei terrazzamenti dimenticati pulsa ancora il cuore della viticoltura mitteleuropea.
Rileva la storica tenuta Van Volxem e avvia un progetto che molti, all’epoca, giudicano folle, ma che in realtà è pura visione: riportare la Saar al suo antico splendore.
Il Rinascimento di Van Volxem si regge su un manifesto rigoroso, quasi monastico, fondato su tre pilastri. Il primo è il dogma del Riesling trocken: un vino interpretato nella sua veste più nuda e cristallina, senza residui zuccherini, per evitare che la dolcezza mascheri la voce del terroir.

Il secondo è una viticoltura che sa di artigianato eroico: gestione biologica, lavorazioni esclusivamente manuali su pendenze vertiginose, biodiversità salvaguardata e il restauro certosino dei muretti a secco storici.
Il terzo pilastro è una scommessa sul tempo: una “garanzia di invecchiamento” che promette almeno dieci anni di splendida evoluzione anche per le etichette d’ingresso.
Una promessa che la critica internazionale ha ampiamente controfirmato, celebrando vini capaci di unire un’acidità vibrante a una complessità aromatica tridimensionale.

Questa filosofia ha trovato casa: la nuova cantina di Wiltingen è un monumento contemporaneo sospeso tra modernità e tradizione: un edificio scenografico, luminoso, che con le sue grandi vetrate dialoga con i filari e domina la valle. È un luogo essenziale dove il paesaggio sembra entrare direttamente nel calice.
Nella sala di degustazione panoramica, la teoria si trasforma in rivelazione, specialmente incontrando due dei cru più iconici della tenuta.

Il cru Geisberg, la rinascita vitivinicola sulla Saar, dove un leggendario vigneto abbandonato è stato strappato all’oblio per produrre un Riesling dall’energia radiosa e ardesia quarzitica.
Il vino si distingue per un’acidità aristocratica unita a note di agrumi maturi e spezie, simbolo del recupero storico guidato da Roman Niewodniczanski.

Al polo opposto si colloca il Volz, un Grand Cru storico ottocentesco dominato dall’ardesia grigia. Il Volz è pura grazia cesellata, il suo profilo è affilato, etereo, giocato su note di pesca bianca, fiori e pietra focaia, prima di chiudersi in un finale salino di spaventosa finezza. È l’archetipo della verticalità della Saar.
Il sorso finale dei vini Van Volxem lascia un’eco precisa: energia, tensione, precisione.
Più eterei della Mosella classica, salini e tesi, profumano di zenzero, agrumi e freschezza alpina. Sono vettori di luce e roccia, testimoni di un bellissimo ritorno dei vini della Saar.
Rachele Bernardo


