Collio Doc, un marchio unico per un territorio ricco di diversità
Intervista a Luca Raccaro, Vicepresidente del Consorzio Collio

Abbiamo intervistato Luca Raccaro, vicepresidente del Consorzio Collio, subito dopo il 10 dicembre, quando l’Assemblea del Consorzio ha dato una delibera su due punti che potrebbero cambiare il panorama della Doc.
Eventuali modifiche del disciplinare con l’inserimento della specificazione “vino da uve macerate” nella Doc Collio. Il comitato tecnico del Consiglio di Amministrazione, alla luce di quanto emerso dal tavolo di lavoro cui hanno potuto partecipare tutti i produttori della denominazione, ha proposto l’introduzione di questa specifica per identificare i vini ottenuti attraverso la macerazione fermentativa di almeno sette giorni. Questa categoria, accompagnata da criteri come la classificazione cromatica tramite scala Pantone e un profilo di acidità volatile adeguato, mira a ridurre l’ambiguità nelle valutazioni e garantire una standardizzazione tra le commissioni. La mozione è stata approvata con il 72% dei voti favorevoli.

La creazione di una nuova categoria di vino bianco da inserire nel disciplinare, ottenuto esclusivamente dalle varietà Tocai Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana. Il tavolo tecnico istituito lavorerà per definire le caratteristiche, le percentuali di assemblaggio e il nome di questa nuova espressione del territorio. L’Assemblea si è così espressa: favorevoli 3974 voti, astenuti 138 voti, contrari nessuno. La mozione viene approvata con il 97% dei voti favorevoli.
I numeri sono importanti, in questo caso, a dirimere due questioni che per anni hanno animato il Consorzio e le posizioni tra conservatori e innovatori, se così si può semplificare una storia complessa e varia come quella del Collio. Terra di tradizioni storiche e culturali estremamente diversificate, questa mezzaluna disegnata su un terreno marnoso detto Ponca, comprende 1.300 ettari vitati e un Consorzio fortissimo di 178 soci per 270 aziende tra produttori e imbottigliatori, e una produzione di 7 milioni circa di bottiglie, secondo gli ultimi dati. Nato nel 1964 il Consorzio ha da sempre rappresentato la tradizione dei viticoltori e delle generazioni successive, nel nome di una competenza data dalla pratica e poi dagli studi e dalle esperienze di tanti protagonisti. Finora, forte dei suoi 60 anni di vita, si è destreggiato tra spinte innovative e resistenze nel fare e nel cercare di assecondare le mode, per restituire un quadro di estrema complessità.

“Il passo compiuto oggi – commenta Luca Raccaro, vicepresidente del Consorzio Collio – vuole togliere ogni dubbio. Il territorio è ricco nella sua diversità e il suo mix culturale deve essere una ricchezza e non un impedimento. A livello mediatico questa di oggi è una notizia perché avere le due categorie di vini, i macerati e il bianco dalle tre varietà tradizionali, sotto lo stesso cappello non può che assicurare qualità”.
Luca Raccaro è oggi vicepresidente del Consorzio ma ancora prima titolare dell’omonima cantina a Cormons, insieme al fratello Paolo e al padre Dario e, forte di questa esperienza, conosce bene il territorio e le sue varietà. “È stato molto interessante partecipare ai tre tavoli tecnici – racconta Raccaro – durante i quali abbiamo fatto gli assaggi con i calici neri, per nascondere il colore chiaramente, tentando di riconoscere i vini tra i macerati e i classici. Ebbene – conclude – per alcune varietà le differenze erano evidenti ma per altre, come il Tocai Friulano, non c’è stato uno scarto così netto. Questo ci ha portato in assemblea ancora più convinti di inserire i vini macerati sotto il marchio Collio, anche perché nel nostro territorio questi vini sono una tradizione”.

Qual è la fascia di consumatori dei vini macerati?
“Si va da quelli a cui piace moltissimo a quelli che invece non ne vogliono sapere. La fascia degli estimatori si distingue in particolar modo grazie ai giovani che, attenti alle mode e alle novità, sono curiosi di assaggiare vini diversi dai classici. I numeri dei macerati non sono altissimi, rispetto alla produzione totale rappresentano un 8%”.
Con questo risultato, a che cosa si punta?
“Sempre al consumatore finale, è questo il nostro ultimo obiettivo perché l’acquirente potrebbe trovarsi sullo stesso scaffale i vini macerati che non sono Doc e accanto i bianchi della Doc Collio. Invece, mettendo in evidenza un’unica etichetta, sicuramente avremo maggiore chiarezza.”

Collio Bianco, da uve autoctone e/o internazionali. Siamo arrivati a una soluzione?
“La discussione è aperta da anni e risale alla nascita del Consorzio, quando già era contemplato il Collio Bianco fatto da uve tradizionali, ma con una precisazione: le parcelle dei terreni che, per fare Collio Bianco, dovevano prevedere una sola vigna, dichiarata dal produttore, con all’interno le tre varietà, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Tocai Friulano, da cui provenissero le uve. Negli anni ’90 sono poi entrati gli internazionali nel disciplinare per il Collio Bianco per seguire anche le mode del momento che richiedevano un certo tipo di vini”.
Questo però non è andato a snaturare la tipologia di bianco qui prodotto. Ricordiamo che gli internazionali sono presenti in Collio già dalla fine dell’Ottocento, e sono stati decisivi nel periodo post fillossera, salvando il mondo vinicolo. Da allora hanno sempre fatto parte del patrimonio enoico della zona.
Qual è stato l’iter di questa decisione?
“Dall’introduzione degli internazionali si è discusso molto sull’identità del Collio Bianco che, anche senza le tre varietà tradizionali, avrebbe mantenuto il suo carattere identitario, proprio grazie ad un territorio che marca fortemente i vini. Negli anni si è pensato ad una Docg, soluzione che però non è mai passata. Noi giovani all’interno del consiglio non abbiamo mai lasciato perdere la questione. Grazie a un rinnovamento generazionale, le due istanze, compresa quella dei macerati, sono state sempre in primo piano e sono molto contento del tavolo tecnico che è stato avviato. È stato emozionante quando, nonostante i contrasti degli ultimi anni, le due istanze sono passate con quasi l’unanimità dei voti, il 72% per i macerati e il 97% per il bianco”.

Perché aspettare tanto tempo?
“Intanto è difficile mettere d’accordo tante teste e poi questa staticità dipende da molti fattori. Dapprima, la paura di fare errori, perché in passato ne sono stati fatti, ma adesso siamo in grado di convincere anche le generazioni non più giovani, perché rimanere fermi è molto peggio che cambiare”.
Quindi, ora che succede?
“Adesso il messaggio che emerge è molto identitario, di unità, maturità, un vero cambio di marcia. Siamo tutti insieme per metterci in gioco con tavoli tecnici in cui sarà decisivo discutere su come fare questo Collio bianco, esclusivamente da varietà tradizionali, e come chiamarlo. L’importante è avere rappresentatività territoriale, gestire le differenze e il cambiamento. Il motivo dell’istanza è proprio per avere un vino apripista dove ci presentiamo uniti e facciamo chiarezza”.
Sappiamo che da queste parti il territorio stratificato di arenaria e marne marca moltissimo il vino e, vuoi per fortuna o per sfortuna, i vini vengono comunque bene.

“Vogliamo far vedere il territorio anche attraverso gli autoctoni che hanno scritto la storia di questo paese. Se pensiamo al dialetto, un bicchiere di vino si dice tai, che rimanda direttamente alla varietà tra le predilette qui da noi, il Tocai Friulano e quando chiedevi un tai, sapevi già che cosa ti sarebbe arrivato. Bisogna mantenere viva questa identità anche storica che vale la pena di raccontare a chi beve i vini del Collio”.
Oggi sono sette le aziende che aderiscono al progetto di Collio Bianco da Uve autoctone e che si sono messe insieme in anni recenti, senza alcun tipo di formalità scritta, per portare avanti un discorso “identitario”. Di loro se ne è parlato e forse adesso, con questa possibile revisione del disciplinare, ci sarà modo per ricompattare le parti. Nel frattempo, “c’è chi ha creduto nel progetto andando di pari passo col Consorzio e chi, invece, ha preso strade autonome. Fare contenti tutti è impossibile, l’importante è il risultato, e il territorio è unito in questa strada, il territorio deve esprimersi e soprattutto abbiamo capito che finché se ne parla c’è dell’interesse”.
Susanna Schivardi



