Contenuto o contenitore? Questo il focus “messo in campo” da Blend, la terza edizione per la rassegna enoculturale di Bellenda

“Accettare le sfide, Ricercare sempre, Rompere gli schemi, Accontentarsi mai”, queste le parole chiave che riassumono lo stile e la filosofia dell’azienda vitivinicola Bellenda.
Siamo in Veneto, tra le suggestive colline in località Carpesica, frazione di Vittorio Veneto (TV), borgo che è passato alla storia come teatro dell’ultima battaglia tra l’esercito italiano e le truppe austro-ungariche nella Prima Guerra Mondiale. Qui la famiglia Cosmo, da sempre appassionata e attiva nel settore agricolo, ha fondato nel 1986 l’azienda vinicola Bellenda.
Una realtà dinamica e concreta, che presenta “Blend simmetrie enoiche”, la rassegna enoculturale giunta alla sua terza edizione. Il tema del dibattito dal titolo provocatorio: “Dov’è il vino?”, ha voluto mettere in rilievo quello che sta diventando un interrogativo diffuso su quanto il contenitore usato, vuoi solo per affinamento o per l’intero processo produttivo, incide sulla percezione stessa del contenuto.
Durante il dibattito si è cercato di comprendere quanto il vaso vinario usato in fase di fermentazione e affinamento è determinante nel definire l’identità di un vino, quanto è capace di giocare un ruolo sempre più importante anche nella distribuzione e nella comunicazione di prodotto stesso.

Come sottolineato da Umberto Cosmo, co-titolare di Bellenda: “Blend nasce dalla nostra viscerale passione per il vino, che ravviviamo costantemente attraverso lo studio e il confronto con produttori sensibili e competenti. Il vino, così come il dibattito intorno a esso, è in continua evoluzione. Momenti come questo aiutano i partecipanti ad ampliare le proprie prospettive sul prodotto e sulle dinamiche nazionali e internazionali che lo influenzano, per uscirne tutti più arricchiti e incuriositi”.
Una tavola rotonda moderata dal giornalista enogastronomico Antonio Paolini, che ha visto coinvolti diversi protagonisti del mondo dell’enogastronomia, dalla produttrice Elisabetta Foradori (Azienda Agricola Foradori di Mezzolombardo (TN)), a Giuliano Boni (tecnico vinicolo e titolare della società Vinidea), da Pietro Pellegrini (presidente dell’azienda di distribuzione Pellegrini) a Slawka Scarso (docente di marketing del vino alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa).
Ma torniamo al valore dei termini, punto di partenza del dibattito è infatti proprio la terminologia fatta di neologismi, nati per indicare o specificare i contenitori che in un certo senso caratterizzano il prodotto. Da qui la prima disamina proprio sul termine “anforato” che sta diventando un termine utilizzato in modo importante, così Antonio Paolini sottolinea che: “ci sono tanti termini abusati, come “naturale”; ma naturale o meno il vino è frutto di un concepimento, è natura viva e come tutti gli esseri viventi ha bisogno di un “utero” che in questo caso è il vaso vinario, e la scelta di questo “utero” è ovviamente fondamentale”.

La parola va a Elisabetta Foradori, dell’Azienda Agricola Foradori di Mezzolombardo (TN), la quale ha condiviso la sua esperienza di produttrice e i perché delle sue scelte.
“Vorrei andare al senso del nostro lavoro, che non è altro che portare il proprio territorio nella bottiglia. Negli anni ho avuto e affrontato vari percorsi, da enologo convenzionale e poi 20 anni fa il cambiamento e la volontà di applicare i metodi biodinamici alla vigna, dove l’obiettivo era proprio la purezza del messaggio del territorio nella bottiglia. Noi produciamo un frutto che diventa vino, che deve essere accolto in un contenitore e che a mio avviso non dovrebbe essere neanche nominato. Non c’è un vino biodinamico, ma una coltivazione in tal senso. Il contenitore fa parte di una scelta ma non è determinante e non influenza la purezza del nostro messaggio.
Le epoche storiche che hanno portato a usare diversi contenitori che si differenziano soprattutto per questioni pratiche. Va comunque considerato che più il frutto è vitale, meno ha bisogno di addizioni. Il punto di partenza è quanta vitalità ha la mia uva in vigna e il contenitore deve solo permettere al suo potenziale di moltiplicarsi”.

È stato poi il turno di Giuliano Boni, che si è concentrato sulla genesi del vaso vinario in termini di esigenze e funzionalità, confrontandolo con altre tipologie di contenitori, con un accenno anche a quello che si sta facendo in Francia e in particolar modo in Champagne. Come sottolineato: ”La geometria delle vasche è ovviamente funzionale ad alcuni aspetti; un parametro da considerare è quale vino voglio ottenere. La scelta va fatta in funzione degli obiettivi e delle caratteristiche intrinseche dei vasi vinari, inerzia termica o chimica giusto per citare alcuni parametri”.
Pietro Pellegrini, Presidente dell’azienda di distribuzione Pellegrini S.p.A., ha invece posto l’accento su come le mode di mercato sono capaci di influire, non sempre positivamente, sulle scelte produttive. “Il ruolo del distributore è il tramite tra il produttore e il mondo del consumo. Oggi è quasi più difficile vendere che produrre, l’importante è produrre bene. Oggi il ruolo della distribuzione è fondamentale perché il produttore può concentrarsi nella sua produzione”.
Chiude il dibattito Slawka G. Scarso che porta l’attenzione nuovamente sul linguaggio e sulle strategie di prezzo.

Riguardo il tema del linguaggio si sofferma su quello usato nella comunicazione di prodotto, che bisogna calibrare in base al pubblico di riferimento, orientandosi sulla comprensibilità rispetto ai tecnicismi. Come sottolineato da Slawka: ”Vendere oggi è difficile perché prodotti di qualità ce ne sono tantissimi; il produttore che lavora bene compete con tantissimi produttori. Cercare di distinguere anche a livello di comunicazione non solo verso il consumatore finale, ma anche verso la distribuzione. Non ci dimentichiamo che il consumatore finale è incuriosito da alcune parole chiave, ma al tempo stesso vuole vedere l’effetto.
Bisogna lavorare sulla comunicazione per passare il messaggio e sdrammatizzare il termine tecnico. Ricordiamoci che i consumatori non sono sommelier; ben venga lo storytelling per raccontare la scelta fatta, ma in modo vero, perché il consumatore attento poi viene conquistato e spende di più”.

Va bene quindi comunicare il procedimento, ma è importante raccontare il vino, per cui diventa fondamentale non solo il ruolo di chi il vino lo produce, ma di chi il vino lo vende, dagli agenti di vendita al personale di sala.
Un bel confronto che si è poi concluso anche con un riscontro tangibile, infatti Bellenda non è solo un’azienda di audaci e impegnati vignaioli, ma anche una realtà di importatori curiosi e attenti. La famiglia Cosmo ha avviato l’attività nei primi anni duemila, dandole una spinta propulsiva a partire dal 2015. Il perché risiede nell’approccio al vino di Bellenda, che non si limita alla sfera del fare ma si allarga all’esplorare, per nutrirsi di nuovi stimoli, migliorarsi e condividere quanto scoperto. Negli anni i fratelli Cosmo hanno intessuto una rete di relazioni con una selezione di aziende del territorio nazionale ma soprattutto internazionale, che spazia dalla Francia alla Croazia, per giungere alla Spagna.
Come ribadito da Umberto Cosmo: “Il confronto fa progredire, la nostra idea infatti è scoprire altre aziende di cui condividiamo la filosofia e l’etica del lavoro è sempre affascinante e ci dà la possibilità di confrontarci con altri metodi, ispira in noi il desiderio di migliorare ed imparare antichi modi di fare il vino. Abbiamo deciso di far conoscere queste nostre scoperte a chi ama i nostri vini e condivide la nostra visione del vino”.

Dagli Champagne Roger Coulon, i cui vigneti si trovano in 5 villages, sulla Montagne de Reims; poco meno di cento differenti particelle, tutte Premier Cru, ai vini di Domaine des Carlines, realtà che si trova nel piccolo villaggio di Menétru-le-Vignoble, parte della denominazione “Château-Chalon”, Grand Cru dei Vin Jaune, ai vini spagnoli, nello specifico in Castilla y León, dove nel cuore pulsante della Rueda – terra di Verdejo – nasce Menade. I tre fratelli Sanz amano il loro ambiente speciale e unico, mantenendo un indissolubile legame con la natura. Dall’Europa occidentale si migra nella cantina di Iločki Podrumi, l’azienda è un gioiello dell’enologia croata, situato nella zona viticola considerata il grand cru della Slavonia, dove dal 1700 producono e imbottigliano il Riesling Italico e il Traminac.
Bellenda si dimostra una realtà produttiva che si distingue per l’importante lavoro di ricerca e sperimentazione, non solo sui suoi prodotti, ma anche sulla rete di produttori che ha intercettato e inserito nel suo catalogo.
Fosca Tortorelli
Bellenda srl
Via Gaetano Giardino, 90 – 31029 Carpesica (TV)
www.bellenda.it




