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Incontro con Dominique Genot, enologo biodinamico di Caiarossa

Dominique GenotSono passati quattro anni da quando feci il mio primo incontro con la realtà di Caiarossa a Riparbella. Allora a dirigere l’azienda e i vigneti c’era Jan Theys, ex produttore disco-cinematografico belga che aveva mollato tutto per dedicarsi con nuova passione al vino, ma non in modo tradizionale, bensì puntando ad applicare rigorosamente la filosofia biodinamica, in vigna come in cantina. Il proprietario era da poco divenuto Eric Albada Jelgersma, gentleman olandese, che da anni dedica larga parte della sua attività al vino e possiede, infatti, anche Château Giscours e Château du Tertre in Francia, due Grand Crus classé in Margaux, Bordeaux, di cui ho avuto il piacere di apprezzare alcune annate.
Oggi, al posto di Jan Theys, è subentrato Dominique Genot (nella foto), giovane enologo laureatosi presso l’Università di Digione nel 2003, ma che aveva già iniziato a lavorare nel settore nel 2000 a Bordeaux. Successivamente ha ampliato le sue esperienze lavorando in Napa Valley e in Nuova Zelanda. Al suo rientro in Francia si è laureato anche in agronomia con specializzazione in viticoltura. Anche Dominique Genot porta avanti la filosofia biodinamica, pertanto i vini di Caiarossa non subiranno drastici cambiamenti ma solo la naturale evoluzione di un processo di ricerca e di assestamento ambientale e territoriale. È stato piacevole incontrarlo a Roma, insieme ad Emilio Mancini, responsabile della gestione finanziaria e amministrativa dell’azienda.

Il luogo migliore per chiacchierare ed assaggiare i vini che avevano portato, non poteva essere che un ristorante accogliente dalla cucina di territorio leggermente rivisitata; sto parlando del Grappolo d’Oro, sito in Piazza della Cancelleria, 80, una vecchia conoscenza di cui ho totale fiducia e che si è dimostrato perfettamente all’altezza della situazione, fra l’altro in una giornata del tutto tranquilla, che ci ha consentito di apprezzare i piatti sempre buonissimi, preparati da Fabrizia Cenci (conosciuta da tutti come Cheffina). Qui le materie prime sono fondamentali, sempre di prima scelta, dai pistacchi di Bronte al caciocavallo podolico, i formaggi d’alpeggio, le ottime carni fornite dall’azienda di Jolanda de Colò di Udine, il cioccolato Valrhona…va bene, chiedo scusa, mi sono lasciato prendere la mano, torniamo a Caiarossa.

Quando, nel 1998, Jan Theys si innamorò di questo luogo circondato da boschi, Caiarossa si chiamava Podere Serra all’Olio, tant’è che uno dei vini prodotti fu denominato La Serra. Oggi, i vini proposti sono quattro, il Caiarossa Bianco, ottenuto da viognier e chardonnay in egual misura, il Pergolaia, un sangiovese in prevalenza con un piccolo contributo di cabernet franc e merlot, il Caiarossa, vino di punta ottenuto da una miscela di tutte le uve a bacca rossa presenti in azienda (merlot, sangiovese, cabernet franc, cabernet sauvignon, syrah, petit verdot, mourvedre e grenache) e l’Oro di Caiarossa, una vendemmia tardiva di petit manseng davvero interessante. Questo vitigno proveniente dal Jurançon, dagli acini minuti e la buccia spessa, ha le caratteristiche ideali per poter rimanere in pianta a lungo (il processo di appassimento è detto passerillage), ma è una varietà che va seguita con una certa attenzione perché è soggetta a colatura, e può essere attaccata da peronospora e oidio.

Non dovete stupirvi se a Riparbella sono stati impiantati tanti vigneti alloctoni, perché Eric Albada Jelgersma li conosce molto bene e sa quanto siano adatti a quella dorsale che dai 250 metri di altitudine digrada fino a valle. Dominique crede molto in questo territorio e, soprattutto, ha molta fiducia nell’applicazione biodinamica, non vi dovete stupire quindi se, andando a visitare l’azienda, troverete un dinamizzatore per l’acqua, che insieme a fertilizzanti come il “500” (sterco biologico di mucca fermentato in corna di mucca) contribuisce in modo determinante a rinforzare le radici delle piante, che tendono a svilupparsi verticalmente, raggiungendo profondità assai maggiori rispetto a quelle non trattate biodinamicamente. La mano di Genot si può percepire nei due vini bianchi, poiché il Caiarossa 2004 e 2005, così come il Pergolaia 2005 sono ancora “figli” di Theys. Con Dominique ed Emilio si è parlato, fra l’altro, dell’andamento del mercato e delle strategie che l’azienda intende portare avanti in questo momento non proprio roseo. Si è discusso anche di costi, il prezzo dei vini è piuttosto elevato, soprattutto quello del Caiarossa, non perché non lo valga, ma piuttosto perché non è così semplice proporlo non avendo una denominazione altisonante che lo renda facilmente riconoscibile (vedi ad es. Brunello di Montalcino), ma al momento non è possibile diminuirlo a causa delle forti spese e investimenti che sono stati fatti. Parlando di vini rossi a mio parere, in questo momento, sia per il prezzo che per le caratteristiche del vino, il Pergolaia mi sembra quello con maggiori possibilità di trovare un forte interesse, grazie alle sue doti di grande bevibilità non senza una struttura e una complessità da vino di rango, il tutto ad un prezzo accessibile.
Ma veniamo alla degustazione in dettaglio:

PergolaiaPergolaia 2005
sangiovese 90%, merlot 7%, cabernet franc 3%
gradazione 13,5%
Tonneaux di 2° e 3° passaggio, barrique per 12 mesi, poi un breve ritorno in vasca per poi riposare in bottiglia alcuni mesi. Molto gradevole al naso, floreale di viola, terroso, sfumature pepate, coriandolo, timo, venature balsamiche e leggermente vegetali, fruttato di ribes rosso e lamponi. In bocca si offre di struttura solida ma non debordante, giocata sulla bevibilità e l’eleganza, c’è un bel ritorno fruttato di ciliegia, lampone, marasca, ottimo apporto di sapidità e finale di quelli che ti convincono sulla necessità di averne a disposizione qualche altra bottiglia.

CaiarossaCaiarossa 2004
merlot 30%, sangiovese 25%, cabernet franc e sauvignon 30%, syrah 6%, petit verdot, mourvedre e grenache 9%
gradazione 15%
16-18 mesi in barrique e tonneaux per una produzione di circa 35 mila bottiglie. Presenta un colore rubino intenso e di bella concentrazione, con venature granate all’unghia. L’impatto odoroso è denso e compatto, chiede tempo a schiudersi e dilatarsi nelle numerose sfaccettature espressive; l’attacco iniziale è di pepe rosa e cacao, poi si apre a frutti di bosco in confettura, mirtillo, mora, prugna, e ancora tabacco, sfumature di cuoio, cardamomo, grafite, china.
Al palato mostra tutta la sua forza, per certi aspetti anche troppa, un’energia difficile da contenere, alcol, frutto in confettura e spezie avvolgono con intensità tutta la bocca, mentre i tannini sembrano già ben amalgamati. La potenza è notevole, così come la persistenza che appare quasi infinita, una concentrazione non voluta ma figlia di un’annata ricca dove sembra non mancare nulla se non nella incontenibile carica, che rende un po’ più faticosa la beva se non accompagnata dal pasto. Vino che trova senz’altro la sua migliore espressione con piatti a base di selvaggina da pelo, va benissimo il cinghiale come il capriolo.

Caiarossa BiancoCaiarossa Bianco 2006
viognier 50%, chardonnay 50%
gradazione 15%
Più di novemila piante per ettaro, allevate a cordone speronato su suoli in parte argillo-calcarei e in parta composti da sabbia ferrosa e sassi. La resa sembra quella di un vino passito, 35 ettolitri ad ettaro. La pressatura si svolge con i grappoli interi, la fermentazione alcolica in barrique, tonneau e acciaio con lieviti indigeni per circa un mese con frequenti batonnage. L’affinamento avviene in barrique e tonneau per altri 10 mesi. Soltanto 1400 bottiglie di questo vino ottenuto in parti uguali da viognier e chardonnay, dal colore giallo dorato chiaro con venature verdoline.
L’attacco al naso non nasconde il supporto del legno, con quelle sfumature delicatamente burrose e dolci, ma l’effetto non dura a lungo, lasciando spazio a sentori più complessi e suggestivi, chiede tempo per schiudersi completamente e una temperatura superiore a quella prevista per i vini bianchi giovani, almeno 13-14 °C; ecco allora apparire un’elegante nota di agrumi, cedro e pompelmo, ma anche susina bianca, ananas, albicocca, lime, note di erbe e fiori selvatici, sfumature di finocchio, erba limoncella, miele millefiori, componenti pietrose e minerali. In bocca ha una grande spinta espressiva, il sapore è intenso e pervaso dal frutto, c’è molta eleganza e un legno calibratissimo, tutto sorretto da una bella acidità e da una materia minerale spiccata. Gran bel vino, con la misura che solo i francesi, salvo rare eccezioni, riescono a dare così bene al legno.

Oro di CaiarossaOro di Caiarossa 2006
petit manseng
gradazione 13,5
bottiglia da 500 ml
È proprio il genere di passito che piace a me, dolcezza contenuta, buona dose di freschezza e una complessità e armonia di notevole livello. Presenta un colore giallo dorato molto luminoso, profumi che variano dal miele di acacia alla scorza di cedro candita, albicocca, mela golden tritata e matura, spezie orientali, zafferano, gelsomino, richiami mentolati, legno di cedro del libano, passion fruit. Al palato convince subito perché maschera magnificamente la dolcezza grazie alla notevole spinta acida, un vino dolce-non dolce, praticamente abboccato, ma con una carica e una verve espressiva di sicuro impatto.

Roberto Giuliani

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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