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Fuoco e fiamme nel Nuovo Mondo: il fumo arriverà anche da noi?

Francesco Dotti GibertiAccogliamo con piacere questo articolo di Francesco Dotti Giberti, studente di Viticoltura ed Enologia all’Università di Trento, che vorrebbe specializzarsi e lavorare nell’ambito marketing e import/export. Appassionato di vino e degustazioni ha frequentato l’ITAS G. Pastori, con indirizzo Viticoltura ed Enologia, in cui ha iniziato un percorso di studi tutt’ora in corso. Ha iniziato a scrivere articoli come attività per tenersi informato sul mondo del vino e mettersi alla prova. Gli piacerebbe che questo hobby fosse complementare alla sua, si spera, futura carriera.
E noi gli facciamo i nostri più sinceri auguri!


Chiunque si interessi del panorama viticolo mondiale sa che da qualche anno a questa parte Paesi come l’Australia e la California vengono colpiti sempre più frequentemente da incendi che vanno a creare danni enormi al settore agricolo, i quali sono causati non soltanto dalla distruzione diretta e dai problemi logistici che ne possono derivare ma anche, nel caso del vino, da una contaminazione del prodotto sempre più diffusa e dovuta per l’appunto al fumo.

Incendio in vigneto

Come ci spiega la coordinatrice della task force californiana costituita per studiare questo nuovo fenomeno, Anita Oberholster (in un’intervista diretta da Robert Vernick e Peter Yeung), si conosce ancora pochissimo sia dei composti che causano questo difetto nei mosti e nei vini sia dei test che possono essere svolti al fine di determinare almeno la probabilità che questa problematica insorga più avanti nei processi di affinamento e invecchiamento. Infatti, una cosa certa della classe chimica responsabile del cosiddetto “smoke taint”, i fenoli volatili, è che essa comprenda sia forme libere e percettibili già nel mosto ma anche forme combinate con zuccheri, inattive dal punto di vista sensoriale ma che potrebbero liberarsi durante la vinificazione o anche successivamente, ad esempio durante l’assaggio.
Dal punto di vista aromatico i descrittori più spesso abbinati a questa problematica sono quelli di cenere, mozzicone di sigaro, bruciato e, ovviamente, fumo. Il difetto in sé non è nocivo per la salute del consumatore ma oltre certe soglie rende il vino imbevibile e, di conseguenza, invendibile. Come se non bastasse ad oggi è estremamente difficile prevedere se le uve di un vigneto possano presentare o meno lo “smoke taint” perché il numero di variabili in gioco è elevato e non sempre la loro influenza è così chiara a chi le sta studiando: ci sono la direzione del vento, la densità del fumo e i materiali da cui esso si origina insieme al vitigno colpito e all’umidità superficiale del grappolo che viene “affumicato”.
Per ora gli addetti ai lavori non hanno ancora individuato delle strategie preventive oltre all’assicurazione sulla qualità del prodotto e a qualche prodotto spray i cui effetti si sono però rivelati incostanti per quel che riguarda la protezione dell’acino dalla penetrazione dei fenoli volatili. Anche in cantina il problema è tutt’altro che risolto e per ora sembra che il carbone attivo sia l’unico mezzo per rimuovere i composti interessati al prezzo inevitabile di un impoverimento, dal punto di vista aromatico, del vino.
In California il fenomeno degli incendi estivi non è una novità ma è dal 2015 che questo numero è in aumento così come sono cresciuti i casi di vini che presentano aroma e sapore sgradevoli e ricollegabili al fumo. Anche in Italia il problema dei roghi estivi esiste e sta continuando a crescere: un’analisi della Coldiretti su dati dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR) rivela come l’estate del 2020 abbia superato la media delle temperature storiche di 1,01 gradi Celsius e in contemporanea si è avuta una riduzione del 30% delle precipitazioni medie per i primi sette mesi dello stesso anno. Tutto questo ha causato oltre 500 incendi in un periodo compreso tra il 15 giugno e il 25 agosto, poco più di due mesi, e anche se il 60% degli incendi è di origine dolosa il loro numero non può che aumentare a causa del cambiamento climatico che innalza le temperature, abbassa l’umidità e rende più frequenti ondate di calore e forti venti che contribuiscono allo spargersi degli incendi.
Tutto ciò avviene in un Paese come l’Italia dove più di 1/3 della superficie nazionale è coperta da boschi per un totale di 10,9 milioni di ettari. Il pericolo, oltre a quelli già riconosciuti ai fuochi incontrollati, è che anche da noi, data l’enorme superficie vitata e l’aumentare delle temperature medie, possa iniziare a verificarsi la contaminazione da fumo nelle uve e nei vini.

Grafico incendi

Per fortuna a oggi non si sono mai verificati casi del genere nel nostro Paese, ma è bene tener presente come il riscaldamento globale abbia già in passato causato problemi, soprattutto di tipo biologico, come l’introduzione e l’aumento di specie parassitarie tropicali, ma anche l’aumento dello stress idrico delle piante in determinate zone, pertanto sarebbe saggio buttare un occhio anche a questo fenomeno che sta preoccupando tanti vignaioli del Nuovo Mondo.

Francesco Dotti Giberti

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