Luciano Zoppo Ronzero, un nuovo volto a Donnas ma con radici storiche in “Piantagrossa”
Fotografie di Danila Atzeni

L’azienda vitivinicola Piantagrossa, con sede in centro a Donnas, è un piccolo caso enologico italiano che a mio avviso merita un approfondimento. Rappresenta per me un’ottima occasione per raccontare la storia di un lembo caratteristico, insolito e affascinante della Valle d’Aosta, regione spesso protagonista di racconti legati perlopiù alle maestose cime che la circondano: Monte Rosa, Monte Bianco, Cervino e Gran Paradiso, il sogno di ogni grande appassionato di montagna. Mi preme inoltre valorizzare l’impegno, il coraggio e la caparbietà del protagonista di questo racconto, Luciano Zoppo Ronzero, titolare di una tra le più giovani realtà vitivinicole valdostane.

Dopo un’esperienza lavorativa, molto importante, in una grande azienda estranea al mondo del vino, Luciano decide di voltare pagina, di seguire per una volta l’istinto e la sua vera passione, il mondo del vino. Più volte ho avuto l’occasione di ascoltare storie simili alla sua, in svariati contesti: cinema, musica, teatro, pittura, devo riconoscere che alcuni tra i più grandi capolavori in campo artistico, sono sempre stati realizzati grazie a un pizzico di follia e incoscienza, da tutti coloro che per una volta hanno deciso di seguire il proprio istinto, non sempre e solo la ragione, o “peggio”, la razionalità. Il vero talento, di chi per troppi anni ha dovuto reprimere la sua vera vocazione, a un certo punto nella vita viene fuori, straripa, come un fiume in piena, provocando un effetto straordinario sull’opera.
Mi hanno sempre affascinato le terre di confine, l’atmosfera è del tutto singolare, soprattutto quando si tratta di alcuni comuni italiani, il particolare sapore di alcune preparazioni gastronomiche, i volti delle persone, il fascino austero e antico di alcuni monumenti, i castelli, le piazze, i palazzi e infine il vino, vero testimone della civiltà dell’uomo, splendida metafora della vita e del tempo che l’attraversa.
Donnas è un piccolo paese della Bassa Valle d’Aosta situato a 300 metri sul livello del mare, siamo a confine con gli stupendi terrazzamenti di Carema e con quel piccolo angolo di Piemonte che non ha perso del tutto l’accento torinese. In realtà il primo borgo valdostano che si incontra è Pont-Saint-Martin, prende il nome dall’omonimo ponte romano che attraversa il torrente Lys. In epoca romana, da questo ponte poderoso alto 23 metri e lungo 31, passava la via della Gallie, un’importante strada romana consolare costruita per ordine di Augusto allo scopo di collegare la Pianura Padana alla Gallia, la stessa proseguiva lungo la famosa Via Francigena.

Superati alcuni tornanti, tra le pareti rocciose dello splendido territorio che sovrasta la provinciale che porta ad Aosta, si giunge a destinazione. Donnas, appare come un piccolo borgo incastonato tra rocce maestose e prorompenti, in cui la vite, allevata in terrazzamenti secolari trattenuti da muri alti anche 4 metri, crea delle sfumature incantevoli dove il tempo pare essersi fermato. I Romani lasciarono segni tangibili del loro passaggio un po’ in tutta la regione, numerose le testimonianze, con alcuni tra i resti più famosi proprio nel centro di Aosta, capoluogo valdostano. Nel X secolo a.C. passarono anche a Donnas e, muniti di scalpello e tanta volontà, scavarono nella roccia più di 200 metri di strada, oltre a un arco in pietra che serviva a far transitare numerosi carri che percorrevano la via delle Gallie. Donnas fu per molti secoli il centro nevralgico della Bassa Valle, sede di numerosi uffici pubblici, negozi, botteghe artigiane e ristoranti. Nel borgo, ricco di case gentilizie, si svolgevano notevoli scambi commerciali con le zone confinanti del Piemonte. Nonostante l’ambiente alpino, questo territorio gode tuttora di un clima piuttosto mite, adatto alla coltivazione di molte piante mediterranee tra cui l’ulivo; da segnalare una piccola produzione interessante d’olio d’oliva, oltre a limoni, mimose e persino palme, poteva mancare la vite? No di certo, è ampiamente dimostrato in numerosi reperti storici in diverse epoche, tra cui due importanti documenti che risalgono al XII secolo.
A Donnas è presente inoltre uno storico museo del vino che risale al 1877 e molti reperti, contenuti all’interno di questo tempio della viticultura valdostana, testimoniano che in epoca romana la coltivazione della vite fu molto importante per il commercio locale, garantiva fonte di reddito per diversi abitanti del comune e delle zone limitrofe.

In virtù delle tradizioni storiche legate alla viticultura e al conseguente sviluppo economico, un po’ in tutta la regione, fu istituita nel 1971 la prima Denominazione di Origine Controllata “Vallée d’Aoste” o “Valle d’Aosta”. Nello specifico, il disciplinare di produzione del vino “Vallée d’Aoste Donnas” o “Valle d’Aosta Donnas”, comprende i comuni di Bard, Donnas, Perloz e Pont Saint-Martin. Volendo specificare ulteriormente e prendendo come riferimento la Dora Baltea, alla sua destra orografica, il cono di deiezione del torrente Valbona nel comune di Donnas, alla sua sinistra orografica, il tratto a monte della strada statale n° 26, fino a un’altitudine di 700 m.s.l.m. La denominazione prevede l’impiego del vitigno nebbiolo, in zona chiamato picotendro o picoutener, minimo 85%; possono concorrere altre uve a bacca rossa idonee alla coltivazione nella regione autonoma Valle d’Aosta, presenti per un massimo del 15%. L’affinamento prevede l’obbligatorietà, a decorrere dal 1° dicembre dell’anno di vendemmia, di un periodo di 24 mesi, di cui almeno 10 in botti di legno per il Donnas, e 30 mesi, di cui almeno 12 in botti di legno, per il Donnas Supérieur.
Luciano Zoppo Ronzero ha avviato la sua azienda vitivinicola nel 2014, il nome Piantagrossa lo deve a una vera icona del comune di Donnas, diciamo pure una super star, uno stupendo ippocastano alto 25 metri, eletto monumento nazionale e di proprietà della famiglia, meta di studiosi ed esperti provenienti da tutt’Italia. Nel 2007 purtroppo l’albero si ammalò e fu sfrondato da 25 a 7 metri, in seguito fu tagliato definitivamente. Questo stupendo esemplare visse 396 anni e fu annoverato come l’ippocastano più vecchio d’Italia. La passione viscerale per la vigna ha spinto Luciano a continuare l’attività di famiglia, il suocero possedeva una cascina che pian piano divenne osteria, coltivava la vite e produceva vino per la mescita, facendo la gioia dei sui clienti affezionati: “Era una realtà consolidata a Donnas, erano anni in cui si beveva molto di più, oggi se va bene ordiniamo un calice di vino nei Wine bar, un tempo si ordinava il litro in caraffa. Andrea ti confesso che non ho mai visto mio nonno bere un goccio d’acqua e nonostante ciò ha vissuto a lungo e in buona salute.”
Stimo enormemente il coraggio e la passione di Luciano perché ha voluto intraprendere una strada tortuosa in un territorio non facile, non solo dal punto di vista geologico e in relazione al tipo di viticultura definita eroica, ma soprattutto in merito alla scelta di voler coltivare un vitigno particolare come il nebbiolo, in un lembo valdostano dov’è la Cooperativa ad aver scritto la storia di questo vino, nessun altro: “Andrea, so che sei stato a Carema, ammiro il fermento che si avverte negli ultimi anni da quelle parti, giovani che in parte ho conosciuto e che hanno voglia di uscire dagli schemi fissi dettati dalla cooperativa, intendiamoci le stimo parecchio queste realtà storiche, ma anch’io dopo i primi esperimenti fatti in tal senso e sfruttando lo loro collaborazione, ho sentito la necessità di voler raccontare ai consumatori il mio punto di vista sul vino prodotto da queste parti, un territorio, come ben sai, davvero unico e con enormi potenzialità. Il problema è che poche persone mi stanno venendo dietro, la media anagrafica a Donnas è molto alta, pochi conferitori hanno l’ambizione di intraprendere una strada come la mia, prediligono la collaborazione con la cooperativa per un guadagno più semplice e una vita più tranquilla, non posso dargli torto, ma in questo modo io faccio fatica a confrontarmi, soprattutto per migliorare sempre di più“.

Leggendo le parole di Luciano, si avverte subito che l’umiltà e la voglia di far bene sono alla base della sua filosofia produttiva, detta così sembra una frase scontata, ma nel tempo ho capito che questa mentalità invece è merce sempre più rara tra i giovani viticultori, e non mi riferisco di certo solo all’età anagrafica, che talvolta potrebbe essere un deterrente.
Parlare del vino di queste parti e non citare la Caves Cooperatives De Donnas equivarrebbe a vantarsi di aver visitato tutta Roma senza aver visto il Colosseo. Nel 1971, dopo aver ottenuto la Denominazione di Origine Controllata al vino di Donnas, un gruppo di viticoltori locali costituì una cooperativa allo scopo di tutelare e garantire la qualità e l’identità del vino prodotto in queste storiche colline valdostane. L’azienda ha sede nella zona di origine del vino e costeggia la strada provinciale che conduce ad Aosta. La cantina ha una capacità di circa 1600 hl, è presente un’imponente fila di botti di rovere per una produzione annua media di 150.000 bottiglie. Alla cooperativa inoltre si riconosce l’insindacabile pregio di aver svolto per decenni un’attività di presidio fondamentale, senza la quale la DOC stessa sarebbe probabilmente scomparsa. L’impegno costante dei viticultori, molti dei quali non a tempo pieno e ad oggi di età media superiore ai 65-70 anni, è un patrimonio per l’intera viticultura italiana e per la salvaguardia delle sue antiche tradizioni. La cooperativa vanta 85 soci che supervisionano circa 25 ettari di vigneto, in media 1500 metri quadri ciascuno, con una resa per ettaro pari a 70 quintali. Da segnalare il rigido e costante controllo di questi numeri da parte degli organi competenti, per assicurare al consumatore una qualità costante e in linea con gli obbiettivi prefissati nel corso degli anni.

In parte simile alla zona del Canavese/Carema e alla maggior parte dei terreni vitivinicoli novaresi dell’Alto Piemonte, Ghemme in primis, il comprensorio di Donnas è composto in prevalenza da terreni morenici di origine fluvio-glaciale, ricchi di svariati elementi, la componente minerale è marcata e conferisce ai vini una spiccata sapidità. Il terreno di origine morenica è inoltre sabbioso e ricco di sostanza organica. La sabbia conferisce al vino finezza e profumo, mentre la sostanza organica garantisce un adeguato tasso di umidità nel terreno.
La spettacolarità dei vigneti è data da veri e propri terrazzamenti dove la vite viene allevata con il sistema della pergola, localmente chiamata pergola valdostana, pergola alta o “topia” la cui intelaiatura di travi è spesso sorretta dai caratteristici tutori in pietra tronco-conici, chiamati “pilun”. I colonnati in pietra, oltre a sostenere tutto il sistema di pergole, hanno un’importante funzione termoregolatrice: la pietra durante il giorno si scalda parecchio e questo calore lo rilascia anche nelle ore notturne riuscendo a mantenere un clima meno rigido tra i vari vigneti. Luciano racconta, inoltre, che il nome “pergola alta” è stato scelto perché i vignaioli la costruivano in base alla loro altezza, è per questo che camminando tra questi stupendi sentieri si notano squilibri tra le varie vigne, appaiono come sfumature, il tutto rende questo paesaggio ancor più affascinante. Questa irregolarità crea un rapporto natura-uomo davvero unico. In queste colline che ammiccano alla montagna, coltivare la vite è quanto di più faticoso e poetico un vignaiolo possa fare, percorrere a piedi i sentieri per perlustrare la zona mette a dura prova la resistenza fisica, è come fare trekking, ma per capire a fondo il sacrifico di Luciano e di tutti i vignaioli del territorio, in realtà dovrei immaginarmi con uno “zaino” di 30-50 kg. sulle spalle, intento a fare i trattamenti. Una poesia che costa sacrificio e sudore, ma la vite non si dimentica dello sforzo che il vignaiolo compie per allevarla, perché la stessa fatica la impiega per affondare le proprie radici nella roccia. Questo immane sforzo, e lo stress che ne deriva, le permette di estrarre solo il meglio dalla terra, tutto ciò si traduce in una sensazionale complessità che ritroveremo nel bicchiere, dunque è molto importante, qui ancor più di qualsiasi altra zona, che il vignaiolo si limiti a tradurre fedelmente ciò che il territorio vuole trasmettere, evitando inutili esercizi stilistici, tanto in vigna quanto in cantina.
Luciano questa filosofia la conosce bene, la sua è una viticultura dedita al minimo intervento in vigna, s’avvale dei principi della lotta integrata. I trattamenti fitosanitari sono effettuati secondo la legislazione europea del PMI (Pest Management Integrated), per il contenimento di alcuni insetti come le tignole, si utilizza con successo la lotta per confusione sessuale, nel massimo rispetto dell’ambiente. La sostanza organica è ottenuta dai vigneti stessi e dal conseguente sfalcio dell’erba che cresce sotto le pergole, la stessa viene lasciata al suolo come pacciamatura, protegge il terreno dal freddo invernale e dall’azione stressante dei raggi solari estivi. Grazie a questa sapiente gestione naturale del suolo non ha mai dovuto ricorrere all’uso di erbicidi o a pratiche d’irrigazione.

Ciò che mi ha colpito subito, una volta giunti in azienda a Donnas, è stato l’impatto visivo con il paesaggio vitivinicolo, ci troviamo a circa 400/500 metri s.l.m., la cantina è posizionata davanti a una vera e propria “muraglia” naturale di pergole, un ettaro di proprietà chiamato “runc”, in dialetto significa pietre, una splendida icona naturale che rappresenta l’azienda Piantagrossa. Nonostante i sentieri in salita, è stato molto semplice raggiungere i vigneti perché vicinissimi a dove Luciano ci ha accolto, inoltre, possiede un altro mezzo ettaro vitato all’inizio del paese al confine con Pont-Saint-Martin, più altri vigneti in affitto, il totale gestito dall’azienda è di quasi due ettari. Con enorme soddisfazione spiega che pian piano è riuscito a ricostituire la quantità di vigne gestite originariamente dal suocero ai tempi dell’osteria, alcune di queste piantate negli anni ’30. Le piante son di età media pari a 40-50 anni, ma ve ne sono anche di 100. Luciano, per sua fortuna, trovò terreno fertile, c’era già tutto, cantina e vigneti avviati, più o meno gli stessi ettari di oggi, ma ai tempi solo mezzo ettaro era di proprietà, tutto il resto in affitto. La perseveranza lo porta oggi ad avere quasi solo vigneti propri. Il primo anno acquistò un ettaro, il secondo tutto il resto della vigna che gestiva ai vicini. Di quel periodo ricorda con affetto episodi come quelli del caro Pinuccio, uno splendido ottantenne che da 65 anni segue con passione la sua vigna, 5000 metri quadri che percorre su e giù con un atomizzatore a spalla da 30 kg., incredibile la forza di volontà da queste parti.
Fatte 100 piante, tutti vitigni autoctoni, Luciano ne coltiva 92 a nebbiolo (clone di Donnas-Arnad), il resto è composto da neyret, vitigno tipico della Bassa Valle, vien de nus, tra i più coltivati a bacca rossa dell’intera regione e pochissima freisa blu. Infine qualche pianta di erbaluce, tutti vitigni tardivi che solitamente vendemmia nello stesso periodo.
Terminata la visita ai vigneti, ci mostra la sua cantina. Produce tre tipologie di vini, il primo si chiama Vallée d’Aoste DOC Nebbiolo “96 aesculus hippocastanum” in onore dello stupendo albero che un tempo incantava una volta giunti davanti all’azienda, un vino che rappresenta la maggior parte della produzione aziendale, dalle 6 alle 7 mila bottiglie a seconda dell’annata. Le uve utilizzate per questo vino sono in proporzioni pari a ciò che ho descritto sopra e provengono esclusivamente dal vigneto “runc”. La vinificazione è svolta in vasche d’acciaio dove, solo per questo vino, avviene una criomacerazione prefermentativa, una settimana al freddo per estrarre maggior acidità, freschezza e struttura. Utilizzo di lieviti selezionati durante la vera e propria fermentazione, che avviene a 28 °C, la macerazione sulle bucce è di 15-20 giorni, segue affinamento di 8 mesi sulle fecce fini, il vino viene messo in bottiglia ad agosto ed esce a dicembre, esattamente 14 mesi dopo la vendemmia.
La sala degustazione è molto accogliente e in pieno stile rurale, arricchita con elementi d’arredo curati e coerenti al contesto montano. Luciano consiglia di metterci comodi, perché dopo tanta teoria bisogna passare giustamente alla pratica.

Iniziamo proprio dal Vallée d’Aoste Nebbiolo “396 aesculus hippocastanum” 2016. 13,5 % vol., annata particolarmente regolare senza eccessi o episodi significativi da segnalare, dunque una buona annata. Considerando un ettaro di vigneto la resa è di 5000 kg. e il numero dei ceppi 3000-3500, acidità totale 6/6,50%. Un vino che già dal colore mostra grinta ed espressività, la tonalità rubino è vibrante e ammicca al granato, media trasparenza, si muove lentamente nel bicchiere delineando archetti fitti e regolari che mostrano un buon estratto. Il naso è fine, sentori di viola, frutti rossi tra cui lampone e ribes rosso, incessante la spezia dolce, tra cannella e pepe nero, che si amalgama alla perfezione ai richiami balsamici di mentolo che rinfrescano il bouquet, chiude una incessante nota minerale di pietra calda al sole e legna arsa. Il sorso è snello ma al contempo significativo in quanto a persistenza e sapidità, la freschezza data da un frutto croccante invoglia la beva, tannino percettibile, segnato da una trama che accompagnerebbe alla perfezione una fonduta valdostana con crostini di polenta croccante.

Il secondo vino degustato è il Vallée d’Aoste Nebbiolo “Dessus” 2016, 13,5 % vol., riporto la frase del sito dell’azienda perché mi è piaciuta molto: “Dessus (sopra) è un omaggio al grande lavoro del vigneron e alla fatica compiuta per raggiungere le pergole dei terrazzamenti più alti e ripidi.” Anche Luciano mi ha spiegato a lungo questo concetto, io stesso non avrei saputo sintetizzarlo in maniera più esaustiva perché solo percorrendo a piedi questi ripidi pendii si può capire il senso profondo di queste parole, l’impegno e l’ostinazione dei vignaioli è davvero incredibile. Il vino, questa volta 100% nebbiolo, ha le stesse rese per ettaro e la stessa acidità totale del precedente. L’affinamento è svolto inizialmente in acciaio, utilizzo di lieviti selezionati con fermentazione a 28 °C e macerazione per circa 35-40 giorni, il contenitore è diverso rispetto al vino precedente perché di forma tronco conica e di capacità pari a 30 quintali, questo per favorire il rapporto massa-cappello grazie anche alla steccatura, per una maggior estrazione soprattutto dell’uva nebbiolo e conseguente sviluppo di colore e profumi. Matura per 12 mesi in tonneaux di rovere francese da 500 litri, di media e leggera tostatura, affina 6 mesi in bottiglia. L’azienda produce circa 1500 esemplari. Il calice mostra una verve cromatica particolarmente luminosa, granato vivace con riflessi rubino, archetti fitti e regolari. Questa volta il naso è lento a concedersi, necessita di maggior ossigeno per rivelarsi. Un accenno floreale ricorda la rosa macerata, la violetta, il frutto opportunamente maturo sa di mirtillo, di mora, ancora una sensazione dolce di cannella e chiodo di garofano, incessante la trama minerale che spazia dalla grafite a note fumé. Un naso che evolve nel bicchiere anche a mezz’ora dalla mescita, senza mai perdere grazia ed eleganza. Il palato gode già di un buon equilibrio, la sensazione fruttata risulta coerente, lo si nota dalla freschezza in linea con una sapidità che impegna il palato, sorso lungo e ulteriormente stuzzicato da un tannino che ha grana fine e di ottima fattura. Lo accosterei alla squisita zuppa alla valdostana, una ricetta tradizionale preparata con verza, pane raffermo, brodo e abbondante Fontina DOP d’alpeggio.
Ma torniamo al piccolo caso enologico menzionato all’inizio del mio articolo, ebbene sì, dopo tanti e tanti anni esce sul mercato un nuovo Donnas DOC, il primo ad affiancarsi alla storica etichetta della Caves Cooperatives De Donnas. Da studioso del territorio e amante del nebbiolo in tutte le sue sfaccettature, non posso nascondere un certo trasporto nel descriverlo.

Il Vallée d’Aoste DOC Donnas “Georgos – γεωργός” 2015, prima annata prodotta dall’azienda Piantagrossa. 13,5% vol. deve il suo particolare nome al termine greco che identifica il lavoratore della terra, colui che più di chiunque altro soffre e gioisce con il proprio impegno, si emoziona quando ne coglie i frutti, ma si addolora quando la natura decide di seguire il proprio corso, vanificando per intero il sacrificio e lo sforzo impiegati durante l’anno. Fortunatamente non è il caso dell’annata 2015, regolare e abbondante sotto ogni punto di vista, temperature idonee durante le fasi del ciclo vegetativo e alte durante la vendemmia, uva sana e abbondante, insomma una di quelle annate che permette ai vignaioli di tirare un sospiro di sollievo. Il vino, sotto ogni punto di vista, ha le stesse caratteristiche del precedente, l’unica differenza rientrando nella DOC Donnas è data dall’affinamento di 24 mesi. Luciano ha deciso, inoltre, di farlo affinare in una botte Stockinger di rovere austriaco di lieve tostatura, fatta su misura e di capienza pari a 600 litri, da cui ricava circa 750 bottiglie. La scelta del contenitore è dettata anche da ragioni di tipo pratico considerando la grandezza della sua cantina e della porta da cui ai tempi doveva passare. Ma parliamo di questo nuovo gioiellino della Bassa Valle d’Aosta. Il vino si presenta color granato intenso, ricco di bagliori rubino che lo rendono ancor più vivace e luminoso. Mostra da subito un estratto notevole, roteandolo disegna archetti fitti e regolari. Avvicinandolo al naso, ciò che colpisce maggiormente è l’estrema precisione dei sentori, l’alternarsi in maniera quasi ritmica è stimolante per la mente del degustatore. L’eleganza derivata dai frutti rossi e dalla violetta si alterna a sentori più intensi di liquirizia, eucalipto e mentolo, una nota minerale di grafite mista a un centrifugato di pietre, chiude su stimolanti percezioni che ricordano il finocchietto selvatico e il pepe nero. Da segnalare l’ottima progressione olfattiva a diversi minuti dalla mescita, un vino che a contatto con l’ossigeno evolve in maniera esemplare. Il sorso è legato all’annata in maniera significativa, si avverte una sensazione di pienezza del frutto, rotondità ravvivata da vibrante freschezza e da un tannino percettibile e ben coeso. Lunga scia sapida a chiudere un vino che a tavola ben si accosterebbe alla classica carbonade alla valdostana, arricchita in cottura con funghi porcini.

Oltre a ringraziare Luciano per l’ospitalità e la cortesia, auguro a tutti coloro che collaborano con l’azienda vitivinicola Piantagrossa un futuro radioso, la passione e l’impegno che stanno impiegando in un luogo così particolare è davvero lodevole, un atto dovuto nei confronti di un territorio che non deve scomparire. Spero nel breve termine che giovani viticultori seguano queste orme, e tra 5-10 anni perché no, magari a un tavolo, ci riuniremo tutti assieme per una degustazione comparativa di dieci nuove realtà di Donnas DOC. Per quanto mi riguarda, nella storia del vino italiano, il vero concetto di territorio l’hanno portato avanti sempre e solo i vignaioli e le persone che credono in loro.
Andrea Li Calzi

