Sanlorenzo: là dove Montalcino vede il mare e intravede il futuro

Degli eccellenti Rosso e Brunello di Montalcino fatti a Sanlorenzo da Luciano Ciolfi hanno scritto un gran bene tutti gli enostrippati possibili e immaginabili per i quali nutro grande stima e rispetto, da Roberto Giuliani a Carlo Macchi, da Fernando Pardini a Luciano Pignataro, da Armando Castagno ad Andrea Gori e tanti altri in Italia e all’estero che non ne avete un’idea. Basta andare sui loro portali e sui loro blog e troverete note di degustazione più autorevoli e più complete delle mie.
Vi giuro che fanno venire l’acquolina, com’è successo infatti anche a me, che sono andato a cercare queste vigne benedette quest’inverno, quando a Montalcino si crea il vuoto nel turismo mordi e fuggi e i vignaioli hanno un po’ meno da fare e si può trovarli a bruciar legna nel camino di casa o in campo.
Il podere si trova a un’altitudine di 510 metri s.l.m. ed è fra i più alti della denominazione (GPS: Lat. 43.043582 N, Long. 11.457388 E), sulla provinciale 103 di Castiglion del Bosco, quella che non sarà mai asfaltata per il vincolo posto dal Parco della Val d’Orcia, oggi patrimonio dell’umanità. Bramante Ferretti ricevette in dono questo fondo conquistato a fatica dal nonno Renzo in occasione della notte in cui cadono le stelle e ognuna di esse rappresenta un desiderio da realizzare, perciò ha voluto chiamarlo Sanlorenzo. Bramante, figlio di Guido, cominciò a disboscare con le sue mani a sudore, sangue e fatica quella bella terra coperta da un bosco fitto di querce secolari, piantando all’inizio un oliveto (dall’altra parte della strada provinciale, sul versante nord che guarda la Cassia), un orticello sul piccolo greppo sotto il piazzale, un casale con la classica vigna per fare vino ad uso famigliare e i pascoli per allevare bovini da carne di razze pregiate sul versante sud, da cui si vede il mare. In quelle belle giornate con l’aria straordinariamente pulita dal vento di Tramontana si distingue l’isola d’Elba e, raramente, anche la Corsica, a circa 200 km da qui.
La terra lavorata e tramandata con amore è ciò che forma la concezione del mondo dei contadini e muove il gran lavoro di questi uomini che hanno sacro rispetto per la famiglia e per l’ambiente in cui vivono. Nei primi anni del secondo dopoguerra, Bramante la passò alla figlia Fiorella in occasione del matrimonio con Paolo, un altro grand’uomo che ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere e con cui scambiare poche, ma significative, parole che continuano a ronzarmi nella testa, mentre i suoi gatti gli si strusciavano intorno per guadagnarsi un po’ di crocchette e di bocconcini.
Anche Paolo ha sempre creduto in questo progetto e ci abita tutt’oggi con la moglie e uno dei figli. Non si scolleranno mai da qui, per quanto amano il bel sogno che hanno realizzato con tanta fatica. Il podere oggi comprende circa 60 ettari, ma dal 2001 non ci allevano più bovini. Mano a mano che il Dott. Bruno Ciatti e il sindaco di allora Ilio Raffaelli (che nel bosco è stato partigiano e carbonaio e ricorda sempre i 6 operai comunali saltati in aria su una mina tedesca al Nacciarello, un paio di km più in su, GPS: Lat. 43.0545243 N, Long. 11.4340825 E) convincevano i coltivatori diretti a farsi vignaioli e pionieri del Brunello di Montalcino, Bramante e il genero Paolo nel 1992, hanno piantato altre vigne, tutte strappate a lecci, cerri, roverelle, albatri, sambuchi e corbezzoli di questa macchia mediterranea folta e impenetrabile. Hanno venduto le uve ad Argiano fino al riconoscimento a DOCG e a DOC delle loro parcelle nel 1997. Il primo Brunello è stato imbottigliato in proprio nel 2003. Il figlio di Paolo e Fiorella, Luciano Ciolfi (classe 1972 come i 1.000 metri quadri sopravvissuti della prima vigna) rappresenta già la quinta generazione, in attesa che la piccola Giorgia cresca e ne diventi la sesta. Dopo un periodo di apprendistato presso Vasco Sassetti (il mio primo amore, vedi l’articolo precedente) ha preso in mano le redini del podere nel 1999.
All’inizio, come tutti i ragazzi, aveva qualche esitazione sulla strada da intraprendere, visto che le luci della ribalda si accendevano allora soltanto sui Brunello di Montalcino più carichi di legno e di colore, blasonati e dal marketing rivolto principalmente al mercato anglosassone di qua e di là dell’Atlantico. Una piccola azienda a conduzione famigliare che faceva il vino in modo genuino e semplice poteva restare schiacciata dai colossi impegnati a inseguire le mode e a foraggiare pennivendoli per garantirsi punteggi stratosferici e l’applauso della claque. È stata dura mantenere salde le proprie convinzioni di fare qualcosa di più naturale, di più al territorio, al clima e alla tradizione del vitigno unico, ma soprattutto è stata dura non cedere al canto di quelle sirene che introducevano vitigni estranei sottobanco al sangiovese tipico di Montalcino per stravolgerne il carattere e piegarlo al gusto dei buyers. Luciano ha sempre puntato sulla massima qualità possibile del sangiovese, le cui potenzialità perfino a Montalcino non si sono ancora espresse pienamente. Con l’aiuto dell’agronomo Massimo Achilli ha estirpato tutti i vitigni estranei, dal colorino a quelli a bacca bianca, ricostruendo a modo suo le vigne e piantandone di nuove nel 1999, 2000, 2002, 2006 e 2008.
Oggi sono in tutto 4,7 ettari suddivisi in 4 vigne con ceppi allevati a cordone speronato, perlopiù singolo, a una media di 3 speroni per pianta e densità che variano dalle 3.000 piante per ettaro delle più vecchie, fino alle 4.500 di quelle nuove. Con l’enologo Claudio Gori, lo stesso della cantina Vasco Sassetti, in pochi anni è riuscito a fare vini di grande carattere e di classe, di razza e a dargli una mano è arrivata da un anno anche la sorella Luciana che si occupa del confezionamento e della cantina in generale. Ho avuto modo di degustare le riserve 2004, 2006 e 2007 e posso affermare senza ombra di dubbio che se le altre sono ottime, la 2006 è un’autentica opera d’arte, un capolavoro, l’eccellenza di queste vigne che godono di una felice esposizione prolungata al sole e alle brezze del Tirreno su suoli tendenzialmente magri e aridi, composti principalmente di argille frammiste a sabbia e frammenti di galestro ricco di pietre. Per rinvigorirli in equilibrio con la natura, nel 2012 Luciano ha abbandonato la chimica di sintesi e si è dedicato alla conversione al biologico.
Il primo Brunello Bio sarà quello del 2015 che comparirà nel 2020, ma il campione che ho assaggiato dalla botte, e quindi ancora in itinere, però già mi sembra una vera svolta in freschezza. Forse è più affascinante del 2016, che sembra più fine, ma bisogna verificarne ancora l’evoluzione in rovere e per me è troppo presto. Tutte le sostanze nutrienti presenti nell’uva si trasmettono poi al vino da cui proviene. È vero che senza l’intervento dell’uomo i mosti diventerebbero aceto e non vino, ma questo prezioso nettare di Bacco è pur sempre frutto della terra da cui si è originato. Sano e buono il terreno, sano e buono il vino. Certo, ci sono anche altre componenti agronomiche ed enologiche autorizzate che possono essere impiegate in vigna e in cantina, ma è la terra che rappresenta il punto di partenza per un vino di qualità e, secondo la filosofia BIO, l’intervento umano deve soltanto preservare nel processo di vinificazione quanto più è possibile le caratteristiche e le qualità originarie delle uve.

Dosi minime di rame per prevenire la peronospora e di zolfo per prevenire l’oidio), diserbo delle erbe infestanti manuale e/o con decespugliatore, ma soprattutto bisogna ricostituire gli elementi che compongono i suoli e che vengono estratti dalla vegetazione tra i filari, con la concimazione naturale (a volte con letame stallatico oppure periodicamente con il sovescio). Il sovescio è un’antica e semplice tecnica che prevede la semina di erbe, tra cui il favino, che verranno poi tritate e interrate in superficie. Sulle viti si pratica la potatura verde selezionano i tralci e poi i grappoli, prima della vendemmia si tolgono anche le foglie intorno ai grappoli per soleggiarli e ventilarli, la raccolta e la selezione delle uve vengono effettuate a mano.
I grappoli sono trasportati immediatamente alla vicina cantina e subito diraspati: gli acini vengono pigiati sofficemente e passano in vasche d’acciaio per la fermentazione e la macerazione che di solito hanno la durata di 3 o 4 settimane a temperature che variano dai 28 °C all’inizio fino ai 20 verso la fine. In questa fase si fanno periodicamente rimontaggi e délestage per estrarre meglio gli aromi fruttati e i tannini, completando la struttura del vino, che passa nelle vasche d’acciaio e nelle botti grandi per maturare e depositare le fecce nobili, dove rimane atto a diventare Brunello di Montalcino oppure Rosso di Montalcino, a seconda delle analisi e degli assaggi periodici. Così sono migliorati di anno in anno i vini Sanlorenzo, che mostrano anche negli assaggi diretti dalla botte le differenze fra le varie annate, come avviene ormai soltanto nei vini meno manipolati in cantina e più aderenti alla natura.
La vera sorpresa non mi è venuta dai Brunello delle varie annate, tra cui il 2012 portato da Luciano a cena con gli amici e bevuto davanti al grande camino della Taverna dei Barbi a Podernovi o il 2013 che ho acquistato con l’intento di mantenerlo in cantina per almeno 10 anni eppure non ho saputo resistere alla tentazione di berlo. So benissimo che sono tra i migliori in assoluto della denominazione, ma sono rimasto folgorato prima dal rosato e poi dal sangiovese in anfora.
Il Rosato IGT Toscana 2016 mi ha letteralmente scioccato. Sono pochi i rosati al mondo che ritengo i migliori in assoluto per i miei gusti personali: il cileno Rosé Valle de Rengo da cabernet sauvignon di Torreón de Paredes, l’uruguaiano Tannat Rosé “Saignée” di Bodegas Carrau, l’ungherese Szeretettel Egri Rosé di St. Andrea, Il Mimo di Antichi Vigneti di Cantalupo e ben pochi altri. Amo i rosati delicati, profumati di confetto da sposa e che rimangono deliziosi al palato nel finale, come questo che mi ha ammaliato, non aciduli né amarognoli. Oggi ne fanno solo 600 bottiglie, a una resa di soli 50 quintali d’uva per ettaro, ma spero che diventino presto 6.000 e poi chissà… del resto anche Alberto Arlunno a Ghemme ha dovuto far fronte a inattese, cospicue, ordinazioni di rosato. È sangiovese in purezza, il metodo di produzione è il salasso, il colore è luminosissimo, cristallino, il fruttato di ciliegia rossa si fonde benissimo con il floreale della rosa. In bocca è straordinariamente piacevole, ampio, ricco, un bouquet da sposa con i confetti di mandorla dolce, sempre fresco e delicato, un retrogusto che invoglia ai dolci cremosi e anche ai gelati di panna e amarena, con una freschezza eccellente. Come un cameo, o un gioiellino di corallo algherese di profondità. Un regalo di nozze per il matrimonio di una figlia.

Il Sangiovese IGT Toscana 2015 o come cavolo si chiamerà (non è ancora proprio del tutto deciso e forse finirà in magnum) era in maturazione nelle uniche due anfore aziendali di gres porcellanato Clayver da 250 litri l’una ed è nato da un lungo lavoro di ricerca e sperimentazione dei materiali e della ceramica iniziato con i kvevri tradizionali georgiani, le anfore adottate da Josko Gravner, gli eggs adottati dai giovani bulgari di Ross-idi. Queste sperimentate da Luciano Ciolfi sono delle bocce a forma sferica, comparse allo scopo di eliminare quegli angoli morti dei tini dove una parte dei mosti rimane intrappolata durante i movimenti innescati dalla fermentazione anche durante le follature. Un mosto che può fluire per intero intorno alle pareti curve della vasca, senza poter insinuarsi fra le fughe di contatto delle doghe né in quelle corone a spigolo vivo tra le estremità delle doghe e i due coperchi circolari delle botti, grazie ai moti convettivi naturali che vengono provocati dalla libera circolazione dell’anidride carbonica che agita tutte le sue fecce senza permettere alcun ristagno, è destinato a non essere manipolato per niente e a diventare certamente più uniforme, lasciando alla fine dei due anni di permanenza un deposito di fecce nobili di circa 5 litri per anfora.
Questo metodo rende i processi più lunghi, ma meno aggressivi, arricchendo di complessità i vini. In effetti il vino delle due anfore proviene dalla stessa vigna del vino BIO atto a divenire Brunello dell’annata 2015, che ho già definito come una svolta affascinante per averlo assaggiato dal rovere in cui giace, ma è decisamente migliore in tutti i sensi anche in confronto a tutti gli altri assaggi effettuati, con un sapore pieno, aromi freschissimi di uva e basta. È solo la seconda prova, ma anche se è ancora nell’ultima fase di assestamento, l’aroma di sangiovese non è solo fresco e fruttato, ma anche floreale, complesso, con un tannino sorprendentemente ben domato come una bella puledra della prateria da sellare con tranquillità per la propria figlia cavallerizza in erba.
Non me la sento di finire così, del resto, a parte questi due vini straordinariamente proiettati nel futuro e che mi hanno lasciato a bocca aperta per quanto già promettono adesso, Sanlorenzo è e rimane principalmente Brunello. Oserei dire che l’indubbio successo meritato fin qui da Luciano Ciolfi è appena l’inizio e chissà quali eccellenze dobbiamo aspettarci da Sanlorenzo che è già una delle migliori realtà vitivinicole di Montalcino, eppure di nuova generazione. Perciò consentitemi due note sul Brunello di Montalcino Bramante 2013. Il 2013 a Montalcino si è caratterizzato per temperature superiori alla media e scarse precipitazioni. È stata dunque un’annata vecchio stile, con il periodo vegetativo delle viti caratteristico di questo clima mediterraneo ben temperato, infatti la maturazione delle uve è avvenuta finalmente nei tempi della tradizione e la raccolta è stata posticipata rispetto alle precedenti ultime vendemmie, privilegiando così le tonalità di colore, i profumi, l’eleganza dei tannini e l’acidità totale tipica delle ottime annate nella storia di Montalcino. Anche se per altri territori di Montalcino non è stata un’annata facile, per queste vigne che si affacciano dall’altura del Nacciarello sull’Orcia sono state particolarmente benefiche le brezze umide che sono arrivate direttamente dal mar Tirreno e hanno moderato il clima, assicurando alle uve un equilibrio di componenti che è stato determinante per la qualità del vino. Si intuisce che questo 2013 di Sanlorenzo ha le carte in regola per un ottimo invecchiamento, mannaggia a me che l’ho stappato prima, ma tant’è… farà come quel Biondi Santi del 1964 che non mi esce mai dalla memoria.
Colore rubino profondo con riflessi granati. Aromi di ciliegie e amarene mature, sambuco nero e prugne che introducono toni di petali di rose rosse e note di timo, liquerizia e tabacco dolce. Mai ho trovato così azzeccata la parola bouquet per definire l’emergere degli aromi, perché in questo Brunello si fondono a meraviglia come raramente avviene. In bocca il vino è rotondo, si sente l’annata equilibrata, il tannino è setoso, senza sbavature, perfettamente integrato con un fruttato maturo e dolce, è un gran bel bere molto equilibrato e piacevole, pur con un nerbo di rara potenza, da pugno di ferro in guanto di velluto. Ha la freschezza e la vivacità di un vino schietto, succoso, dalla bevibilità notevole come l’armonia nella sua complessità che è eccezionalmente già raggiunta in un Brunello così giovane. Nel finale non manca la stoffa e la persistenza, con un non so che di rabarbaro e un ricordo lontano e leggero d’incenso. Bravo Luciano e grazie a Bramante che, compiuto il secolo di vita come gli augurava, se n’è andato lassù per il meritato riposo, ma lasciando il suo podere nelle mani migliori.
Mario Crosta
Sanlorenzo
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