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Intervista a Walter Massa sul futuro dell’Oltrepò

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questa interessante intervista di Valerio Bergamini a Walter Massa.

Walter Massa

Tu sei un vignaiolo dei Colli Tortonesi, comprensorio vitivinicolo che assieme ai Colli Piacentini possiamo considerare cugino dell’Oltrepò Pavese perché sono territori che hanno radici culturali e territoriali comuni.
Con il Timorasso hai dato una scossa ad un territorio che adesso è in pieno fermento. Una crescita che è partita dal comparto vitivinicolo e ha coinvolto anche quello agroalimentare dando nuova vita a tutta una serie di tipicità locali come ad esempio il Montebore e il salame nobile del Giarolo. Quest’anno nove tuoi vini hanno conquistato l’eccellenza nei nove più prestigiosi premi del vino italiano come Slow food , L’Espresso, Gambero Rosso, Guida Veronelli ecc..
Insomma hai le carte in regola per giudicare un territorio  che riesce a produrre 8 eccellenze del Gambero Rosso ma che è ancora ingessato e stenta a decollare. Come vedi l’attuale momento dell’Oltrepo?
Penso che  stia vivendo un buon momento. Si sta  affrancando  un pool di produttori, per fortuna sempre più nutrito e al passo con i tempi, anche se il territorio è ancora troppo inframezzato e c’è una grossa fetta di produttori e addetti ai lavori  che fan solo “casino”.

È un termine un po’ pesante anche se abusato per questo territorio. Non potresti spiegarti meglio?
Va beh, usiamo caos: caos nei prezzi, caos nelle tipologie, caos nei formati, caos con i listini e relativi sconti, caos con le rivendicazioni, caos nei nomi e relativa comunicazione (bonarda o croatina). Si è letteralmente inventato per il riesling il rafforzativo renano, storpiando il nome al, secondo alcuni, più grande vitigno a bacca bianca del mondo. Non si è dialogato con la storia lasciando in mano al “vento” lo sfruttamento razionale di “Sangue di Giuda”, e di “Buttafuoco”. Si è intervenuti sulla toponomastica, ampliando la superfice della collina “Barbacarlo” di circa 1000 volte. Operazione fortunatamente fallita per l’onestà intellettuale, senso di giustizia, cocciutaggine ed amor proprio e per l’Oltrepò di un uomo, direi un vero uomo del vino, ancor meglio un “galantom”, Lino Maga.
Penso che solo analizzando queste quattro righe, più scrittori potrebbero fare molti libri, di legislazione, di comunicazione, di lessico, dei romanzi gialli, romanzi rosa  e sicuramente “grigi”.
Vedi, non ti sei accontentato della sintesi, e ti ho fatto un sermone.

E tu cosa proporresti  per superare queste “criticità”?
Da lustri ho capito che al consumatore di conoscere il vino poco gli importa, invece il suo ego non accetta di dimostrare la sua ignoranza su una materia vecchia di 4.000 anni, che appartiene al costume, al paesaggio, alla cultura, all’economia, al…vicino di casa, ecc. Quindi volendo essere pratici, bisogna trasmettere pochi concetti e semplici. Dici Chianti e tutti rispondono vino rosso, dici Gavi, Langhe, Valpolicella, Champagne, Castelli Romani, ecc. e tutti rispondono. Dici Oltrepò e l’immaginario lo lega indistintamente con la stessa forza a grandi vini rossi, a grandi spumanti, a spumanti da casinò, a damigiane, alla bonarda frizzante, alla croatina classica, a ottimi vini bianchi, ad un moscato che nulla ha da invidiare a quello d’Asti, magari pure a vini passiti. Dimenticavo, il Classese ed il Cruasé, che fine hanno fatto dopo la pubblicità su reti nazionali?
Capisci, in altri ambienti si chiama tuttologia, e qui, come la chiamiamo tuttoenologia? Con il tutto si fa poco, o meglio, si fa tanta fatica e si porta a casa poco.
Con onestà ritengo che il Tortonese l’abbia scampata bella, mica siamo più furbi o avveduti. Avendo per secoli prodotto quello che oggi si chiama “commodity”, non essendoci mai concentrati tranne poche realtà sull’imbottigliamento, ed avendo sempre avuto una grande attenzione per la viticoltura, la mia generazione ha trovato terreno e immaginario vergine e fertile per costruire un futuro radioso, magari ancora faticoso, a patto che non deragliamo. Il mondo è pieno di esempi da seguire e casi da evitare.

Insomma le idee sono ancora confuse. Secondo te da dove bisognerebbe partire?
Dalla  comunicazione. La comunicazione si fa con i nomi. I nomi debbono essere chiari, non debbono arrecare confusioni, devono essere incisivi, non devono dare omonimie, possibilmente corti e oggi di “parlata” internazionale.
Oltrepò è nome bellissimo, ha la forza per diventare cosi, perdendo una volta per tutte “pavese”. Esistendo l’Oltrepò Mantovano, lascerei loro l’incombenza del nome lungo e composto, il PAVESE deve tirare fuori le palle e diventare per tutto il mondo OLTREPÒ, d’altra parte 13.000 ettari conteranno pure qualche cosa nei palazzi della politica. E poi diciamola tutta, PAVESE evoca le risaie, non le colline, va beh che il riso nasce nell’acqua e muore nel vino…

Sì, ma non mi sembri il Walter “Don Chisciotte” dei Colli Tortonesi, l’uomo che quando crede in qualcosa combatte anche contro i mulini a vento. Tu hai fondato e traghettato la FIVI e i suoi 1200 vignaioli, di cui 25 dell’Oltrepò, nei palazzi della politica agricola a Roma e Bruxelles. Ti sei battuto affinché dalla prima edizione del mercato dei vini di Piacenza ci fossero almeno 500 cantine in degustazione in modo da essere il più importante evento del vino in Italia dopo il Vinitaly di Verona. In che cosa deve credere l’Oltrepò?
Bisogna fare un’azione di coraggio vera, magari non indolore ma di grande forza. Magari non sarà vincente, qualcuno mi caricherà di epiteti, ma si sa mai che con gli epiteti si esca dall’immobilismo con una parola vincente, si sa mai.
È inutile nasconderlo, da sempre l’Oltrepò guarda con rispetto ed invidia la Franciacorta. Ai colleghi coraggiosi e dotati di cuore propongo di valutare seriamente, e se ci credono, di applicare le scelte di comunicazione fatte pochi lustri orsono in Franciacorta, quando si decise di legare intimamente la parola bandiera del territorio ossia FRANCIACORTA a un solo prodotto e modificare il nome della Doc per i vini classici che allora si chiamava “Terre di Franciacorta Doc” in “Curtefranca Doc”.
Propongo di scindere i disciplinari dei vini classici e quelli degli spumanti  mantenendo OLTREPÒ Doc esclusivamente per una delle due tipologie, o vini classici o spumanti, ed inventare un nuovo nome per l’altra tipologia.

È una scelta forte! E tu “Oltrepò” a quale tipologia lo lasceresti?
Le scelte forti non sono sempre vincenti, ma le scelte vincenti con gaudio sono sempre forti. Sapete, fino al 1998 la mia azienda aveva tra gli altri 4 ettari dedicati al vitigno cortese, oggi non ho più una pianta di quell’uva. È stato un giochino complessivo di circa 200.000 euro, mai mia scelta fu così centrata. Riguardo le scelte, debbono farle le aziende del territorio  o agenzie specializzate.

Però un nome lo avrai in mente?
Conoscendo il territorio e un poco la storia, il primo che mi sovviene è APPENNINO PAVESE, anche se Pavese ricorda le risaie, ma fa gioco in quanto l’Appennino è lungo circa 1.000 miglia e quindi va connotato. Questo lo ritengo più centrato per gli spumanti che evocano uve prodotte in vigne coltivate a quote maggiori. Si potrebbe scimmiottare l’Alta Langa inventando ALTO OLTREPÒ, ma con gli scimmiottamenti non si va da nessuna parte, e poi ho appena detto che Oltrepò deve stare da una parte o dall’altra. Non disdegnerei “CLASTIDIUM” per tutto il territorio, nome di grande passato e di grande tributo ad una delle vostre tre capitali. Mentre il nome storico di Broni e Stradella a mio avviso non suonano per nulla bene.

Un’ultima domanda. Facciamo finta che domani sbarchi in Oltrepò e devi stampare le etichette per vini classici e spumanti, che direttive daresti ai grafici e ai tipografi?
Visto che stai farneticando, sto al gioco.
Terrei “OLTREPÒ Doc” per i vini classici fermi e potrei pensare di proporre la parola troncata “OLTRE Doc” per tutti gli spumanti. Continuando nell’analisi di ricerca e studio e comunicazione per gli spumanti non mi spiacerebbe rimettere in gioco “INOLTRE Doc”, parola anni fa registrata da un gruppo di produttori molto seri ed etici che avendo il loro territorio nel cuore e in testa, son certo lo metteranno a disposizione della collettività. Il messaggio comunicativo mi sembra possa stare in piedi: “le vigne d’OLTREPÒ producono grandi vini Doc”… INOLTRE produciamo grandi spumanti classici Doc. Rimarrebbe da parlare della comunicazione della Bonarda ma preferisco fermarmi lasciando il compito ai produttori, anche se penso che questo vino camminando un percorso dedicato, fuori dalle due DOC appena ridisegnate OLTREPÒ D.O.C. e INOLTRE D.O.C., arrecherebbe beneficio all’OLTREPÒ Doc grandi vini classici, e acquisirebbe autorevolezza avendo volumi, caratterizzazione, tipo di mercato e caratteristiche per diventare modello positivo e di orgoglio di vini fuori dai binari classici come sono l’Amarone, il Moscato, il Brachetto, le Vernacce di Sardegna, il Marsala ecc.; invece così rimane tra coloro che sono sospesi. Ricordiamoci che è meglio vincere lo scudetto nel campionato di pallanuoto che arrivare secondi in quello di calcio.

Valerio Bergamini

Valerio Bergamini

Nato il 22 febbraio 1952 a Pavia, dove risiede. Si è laureato nel 1984 in Filosofia presso l'Università Statale di Milano. Dal 1996 al 2014 è stato titolare della concessionaria Piaggio a Pavia. Ha svolto stage all'estero per la conoscenza diretta dei mercati nelle aree emergenti (Tunisia dal 1988 al 1995 e Uzbekistan nel 1995) e ha messo a disposizione la sua esperienza come consulente per un pool di concessionari moto. Parallelamente alla passione per le due ruote è cresciuta quella per la poesia dialettale, per la buona cucina e il buon vino. Ha vinto numerosi premi letterari e concorsi di poesia. Dopo aver conseguito il titolo di Wine master (1990), presso l'Istituto di Cultura del Vino di Milano, ha sempre più approfondito la sua conoscenza enologica seguendo i corsi e le degustazioni organizzate dall'AIS di Milano. È membro del direttivo dell'Associazione Enocuriosi di Pavia che conta più di 300 soci appassionati di vino. Ha al suo attivo numerosi racconti pubblicati in edizioni private. Nel 2013 ha pubblicato il libro Origine del desiderio (di cucinare), nel 2015 il libro "Lino Maga, anzi Maga Lino, il Signor Barbacarlo" e nel 2016 "7 Soste sulla strada della passione".

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