Nino Barraco: il fiero compito di dare dignità alla propria terra

È stato Giovanni Scarfone dell’azienda Bonavita a farmi conoscere Antonino Barraco, in occasione di Vino Vino Vino 2010, il 9 aprile a Cerea. Ne è nata subito una forte simpatia, Nino è persona semplice e diretta, si vede che ama i suoi vini e la sua terra, ma ama anche comunicare, trasmettere la passione che è l’elemento cardine del suo modo di vivere. Non a caso una sua frase di qualche tempo fa mette in luce la sua indole più vera: “Io questo mestiere non lo faccio per diventare ricco, ma per vivere felice”. E vi assicuro che dalla sua personalità emerge chiaramente questo approccio così libero, l’amore per la Sicilia, per la natura, è evidente che non può che dedicarsi all’agricoltura tenendo la chimica lontana, tranne nei casi, dolorosi, in cui può non avere alternative, facendo uso di rame e zolfo. La biodiversità è uno dei suoi pallini, piantare alberi in mezzo alla vigna, ricreare le condizioni ideali per un ecosistema che consenta di vivere in equilibrio uccelli, quadrupedi, insetti, piante e uomini. Un viticoltore moderno, che non si accontenta di fare tesoro delle esperienze dei suoi predecessori, ma ha in più la consapevolezza, la coscienza di un compito che va oltre i sistemi e metodi acquisiti, senza per questo rinunciarvi. Vale la pena citare una frase chiarificatrice del suo pensiero, estrapolata da un recente cortometraggio ideato da Mauro Mattei con la regia e montaggio di Cecilia Maggio per Intravino: “Il vino tradizionale s’è sempre fatto perché lo faceva tuo nonno in quel modo, e tu hai continuato a farlo. Il vino naturale va un po’ oltre, c’è una presa di coscienza, al produttore non basta più lavorare in maniera naturale, senza uso di chimica, ma deve ridurre anche le rese, deve creare la biodiversità nel vigneto, deve creare vita nel proprio territorio”.
Un compito, quindi, che va oltre l’obiettivo di fare vino, ma riguarda qualcosa di più profondo e complesso, che coinvolge l’intera sfera del vivere quotidiano, facendo scelte a volte difficili e radicali ma sempre con l’assoluta convinzione di perseguire una giusta causa, ben lontano da mode del momento o da opportunismi commerciali.
La zona di produzione è in Contrada Fontanelle, in prossimità della Strada veloce Trapani-Palermo, a pochi chilometri dal mare. Le uve sono quelle tipiche del territorio, catarratto, grillo e zibibbo per i bianchi e nero d’Avola e pignatello per i rossi. Con il tempo Nino ha fatto una selezione attenta delle zome migliori e dei vitigni più adatti rispetto al lavoro inziale del padre, avvenuto una ventina di anni prima. La tecnica di vinificazione è molto semplice, un torchio verticale tradizionale per la pigiatura, macerazione prefermentativa delle uve a temperatura controllata, fermentazione spontanea con lieviti indigeni, malolattica svolta anche per le uve bianche in modo da ridurre a zero l’uso di soflorosa, maturazione in vasche d’acciaio e affinamento in bottiglia. La solforosa viene utilizzata in quantitativi minimi a fine fermentazione malolattica per arrestare l’azione dei batteri e al momento dell’imbottigliamento in dosi nettamente inferiori a quanto previsto dal regolamento biologico. Non vengono effettuate né chiarifiche, né microfiltrazioni, né stabilizzazione tartarica.
LA DEGUSTAZIONE
Zibibbo 2007
Gradazione 14%
Quando ti accosti a un vino di Nino Barraco hai la netta sensazione di trovarti davanti a qualcosa di forte, percepisci la passione che l’ha generato, l’energia della terra da cui proviene, capisci che non puoi ragionare a compartimenti stagni, non si può applicare una regola acquisita o una metodologia scolastica, al contrario, se fosse possibile, bisognerebbe azzerare tutto, ripartire da zero. È un’esperienza fondamentale, ripulirsi di certi comportamenti piuttosto abituali e rassicuranti, di certe deduzioni quasi automatizzate, frutto di un approccio abitudinario, fatto di gesti e consuetudini ripetuti migliaia di volte. Prendiamo ad esempio questo Zibibbo 2007, dal colore dorato chiaro cristallino, è rilevante? Può servire forse a intuire un contatto con le bucce, ma questo non incide né sull’emozione né su corde particolari del nostro pensiero, anzi, potrebbe distoglierlo da ciò che di concreto il vino ha da dire, e da dare. Sappiamo che Nino lavora in vigna tenendo fuori della porta trattamenti chimici, questo è senz’altro un merito ma non basta a far capire cosa quel liquido ci riserva, solo a immaginare una maggiore naturalezza espressiva, alla quale però potremmo non essere abituati. È dolce l’impatto al naso, profuma di moscato, logico, ma solo di questo? No, c’è anche il sale, che ha un suo odore, c’è l’uva passa, ci sono le erbe mediterranee e i fiori che giocano a chi spinge di più, ginestra fra tutti, e c’è la zagara e il bergamotto, la scorza d’arancia candita e di limone. La bocca, invece, non è affatto dolce, semmai salata, salmastra, sono il frutto e i riverberi di miele a restituire l’illusione di dolcezza, di rotondità, di armonia, ma il finale ci ripropone con forza quel sale percepito al naso, come a gridare Sicilia! Terra circondata dal mare, luogo antico e viscerale, gioiello prezioso mai abbastanza amato e compreso. Il vino di Barraco ci ricorda tutto questo, sorso dopo sorso, e anche se solo per pochi minuti riesce a sottrarci dalle difficoltà, dalle preoccupazioni, dal disagio di un’epoca davvero difficile che si vorrebbe lasciarsi alle spalle, ci riappacifica col mondo, così, con la sua apparente semplicità.
Zibibbo 2006
Gradazione 15%
Faceva molto caldo nel 2006, le uve erano ricche di zuccheri, concentrate, l’acidità però ha retto perché le escursioni fra il giorno e la notte sono state buone, almeno questa è l’impressione che mi rimanda il vino. Perché l’equilibrio è meno netto, al naso le sensazioni sono più mature, la parte floreale è meno espressa, c’è minore ampiezza e profondità, l’alcol ha una potenza più decisa all’assaggio, restituisce calore ma non esagera, in realtà il vino parla solo una lingua leggermente diversa, senza per questo tradire la sua terra, il suo carattere. L’energia del sole e il sale sono sempre lì, è lo scatto in avanti che è leggermente più faticoso, ma la freschezza è comunque ben presente e quelle sensazioni iniziali apparentemente più pesanti tendono a scemare velocemente, lasciando fra le pareti della bocca una sensazione vitale, ricca, affatto stancante ma specchio fedele dell’annata. Con questo Zibibbo mi sembra di tornare indietro di 25 anni, il suo profumo, ma soprattutto il sapore intenso mi ricorda il vino del parroco di una chiesa di Trapani, non ricordo quale fosse, l’opportunità di assaggiarlo fu un puro caso, ma mi rimase fortemente impresso nella memoria. Il parroco si trattava bene…
Grillo 2007
Gradazione 15%
Una duna di sabbia, viti vecchie di trentanni, quasi a livello del mare, Trapani, il Marsala, le antiche tradizioni, il grillo, un simbolo, una passione, la voglia di riportarlo nel bicchiere cercando di lasciare che esprima tutto il suo carattere senza quasi intervenire, se non nell’attenzione meticolosa nel vigneto, nella scelta del breve momento in cui tutti gli elementi hanno raggiunto le condizioni giuste per la vendemmia, solitamente a fine agosto. Grappoli spargoli, acini in buona parte appassiti. Prima di pressare le uve con il torchio verticale manuale, un giorno e mezzo di macerazione a contatto con le bucce, poi fermentazione alcolica spontanea con i lieviti presenti sulle bucce, nessun controllo della temperatura, a fine fermentazione lattica una leggera aggiunta di solfiti per arrestare l’azione dei batteri. Niente legno, solo acciaio e alla fine imbottigliamento senza fare uso di chiarifiche, microfiltrazioni o stabilizzazione tartarica. Oro intenso, quasi antico, luminoso, naso che gioca sul filo dell’ossidazione, con note evidenti di cedro e albicocca canditi, mandorla amara, toni decisi di gesso e sale, sotto c’è l’uva e il suo aroma di appassimento, sensazioni di frutta esotica, si mescola l’ananas maturo al melone invernale, sembra quasi di percepire l’odore della sabbia riscaldata dal sole, della torba. Al palato ritorna il sale, deciso e avvolgente, il calore dell’alcol, indubbiamente non trascurabile ma straordinariamente logico, compagno obbligato di un’uva maturata al caldo sole isolano. Lunga persistenza dolce-salata, vengono in mente i bucatini con pinoli, uvetta e broccoli siciliani, la pasta con le sarde, il baccalà, la melanzana ripiena di pesce spada, la zuppa di scorfano.
Grillo 2006
Gradazione 14,5%
Torniamo al 2006, stranamente la gradazione alcolica, almeno quella dichiarata in etichetta, sembra inferiore al 2007, non so le ragioni poiché il vino non nasconde gli effetti di un’annata meno equilibrata, il naso rivela sempre le caratteristiche basilari del vitigno e del terreno, ma c’è minore dinamica, per certi aspetti l’ossidazione appare più evidente anche nei toni fruttati di arancia candita, si percepiscono le bucce macerate, l’uva passa, l’albicocca sciroppata, meno mandorla, meno gesso. L’assaggio ci riporta grassezza e calore, non senza la giusta vena acida, mi sembra comunque avere un maggiore equilibrio rispetto allo zibibbo della stessa annata, la sapidità è sempre ben presente e l’alcol non disturba affatto, se ha qualche limite è sempre nella complessità, nella capacità di espandersi, ma è comunque un bel bere, senza fatica alcuna.
Catarratto 2007
Gradazione 13%
Ce n’è tanto in Sicilia e ce n’è tanto nel trapanese, ma non sono molti quelli che ne hanno capito le potenzialità, che abbassano le rese e puntano ad estrarne al meglio le caratteristiche varietali. Nino Barraco ha invece la certezza che questa (parliamo ovviamente del catarratto lucido, non di quello comune) varietà è una delle più interessanti di tutta la Sicilia e merita particolare dedizione. L’annata 2007 ha avuto qualche problema con la peronospora, che ha imposto una accurata selezione, la raccolta è avvenuta fra la seconda e la terza settimana di settembre, dal vigneto Badessa, situato a un’altitudine di circa 120 metri s.l.m. con esposizione nord-sud. Macerazione di due giorni a contatto con le bucce a temperatura controllata di 20° C, mentre la fermentazione avviene come sempre spontaneamente con i lieviti indigeni e senza controllo di temperatura. Prima dell’imbottigliamento subisce una leggera filtratura con cartone da 10 micron, niente chiarifica e niente stabilizzazione tartarica. L’anidride solforosa totale all’atto dell’imbottigliamento non supera i 45 mg/l, ben al di sotto del disciplinare biologico. Il colore colpisce subito per la sua intensità, un oro antico molto affascinante, che lascia già presagire l’impronta ossidativa del vino, le note di frutta candita e matura si fondono a richiami floreali di ginestra, poi leggera noce moscata, ginseng, pesca e cedro, con sottofondo minerale, a tratti di idrocarburi e finale leggermente fumé. In bocca ha una spiccata sapidità, che marca inesorabilmente tutti i vini di Barraco, c’è un bel frutto grasso e rotondo, l’acidità è pienamente integrata nella polpa, che appare assai meno matura di quanto possa sembrare al naso, a vantaggio di una beva più armoniosa e suggestiva.
Catarratto 2006
Gradazione 13%
Di tutti i vini bianchi che ho avuto il piacere di degustare (comprese anche alcune 2004 e 2005), questo è uno di quelli che mi ha colpito maggiormente per la particolarità dei suoi profumi. Il colore è quasi speculare al millesimo più giovane, forse appena un po’ meno concentrato ma è veramente un’inezia estetica. Quello che invece mi ha subito affascinato sono gli effluvi di erbe marine, la mineralità spiccata, la componente ossidativa sembra molto più marginale o forse meglio fusa nella trama espressiva, che gli dona toni di miele di agrumi, leggerissimo zenzero e ancora note gessose e quasi calcaree. In bocca ha una bella vivacità agrumata, non sembra un caldo 2006, ricco e sapido, persistente, ha una beva avvincente, sciolta, la materia è eccellente, un vero godimento per le papille. Non so se mi trovo davanti una bottiglia particolarmente fortunata, ma sembra un vino con ottime possibilità evolutive, molto lineare, fresco, pieno d’energia, davvero buono, sicuramente il più convincente tra i bianchi della stessa annata.
Catarratto 2004
Gradazione 11,25%
È la prima annata di casa Barraco, piena fase di sperimentazione e ricerca, in questo caso per la chiusura del vino è stato utilizzato un tappo sintetico, successivamente abbandonato a favore del sughero. L’evoluzione del vino, quindi, è probabilmente diversa da ciò che avrebbe potuto essere con quella microssigenazione fornita dal tappo classico. Interessante notare la gradazione alcolica dichiarata in etichetta, un valore che secondo le norme attuali non è possibile mettere, va necessariamente arrotondato al mezzo grado in più o in meno. E’ comunque decisamente bassa, tanto più se pensiamo che si tratta di un vino siciliano. Oggi molti ci metterebbero la firma per potere fare un buon vino a meno di 12 gradi, visto che il clima sempre più caldo sta spingendo un sempre maggiore numero di persone verso la richiesta di gradazioni meno spinte, tanto più nei vini bianchi. Il colore è un dorato intenso e cristallino, la traccia ossidativa è presente anche in questo caso, così come la percezione minerale, più penalizzato appare invece nel ventaglio dei profumi, che non sembrano riuscire a manifestarsi in modo distinto, preciso e soprattutto ampio. All’assaggio non manca l’acidità, si percepisce la nota agrumata e candita, la sapidità, mentre a centro bocca appare più magro, asciutto, essenziale. Però la materia è sempre ottima, la piacevolezza non manca e l’alcolicità contenuta lo rende particolarmente equilibrato e digeribile.
Pignatello 2007
Gradazione 13%
Nel mare infinito di vitigni che albergano in Italia, l’origine del pignatello, che non è altro che il perricone, rimane tuttora incerta. Quello che è però molto probabile, il sinonimo pignatello potrebbe derivare dalle terre rosse (pignatidare) con cui nel trapanese si usava produrre le pignatte, ovvero il pentolame di terracotta utilizzato in cucina. Questa varietà a bacca rossa è coltivata prevalentemente nella zona occidentale della Sicilia, in provincia di Trapani e in minor misura nelle province di Palermo, Agrigento e Messina. Nino Barraco produce questa versione in purezza, seguendo le stesse metodologie applicate a tutti i suoi vini, orientate a preservare ed esaltare le caratteristiche varietali, senza interventi di chiarifica o stabilizzazione, con fermentazioni spontanee tramite lieviti indigeni, niente uso del legno ma solo acciaio. Le uve sono state raccolte all’inizio della terza decade di settembre, come sempre a mano. Venerdì 9 aprile a Cerea, in occasione dell’evento Vino Vino Vino 2010, ho avuto modo di degustare anche l’annata 2008, ovviamente giovanissima ma molto utile per fare un confronto. Colpisce subito al naso per il bouquet piuttosto atipico per un vino rosso, spiccati profumi marini invadono subito i sensi, viene in mente il riccio di mare, l’alga, certe sensazioni che a volte si percepiscono sul bagnasciuga, ma poi non mancano i frutti rossi, fra mora di rovo e amarena, toni leggeri di cacao e china, sfumature di liquirizia ed erbe mediterranee. Al palato si annuncia con impeto, polpa succosa e slancio sapido avvolgono subito le pareti della bocca, una freschezza precisa e un tannino virile ma compiacente rendono la beva quasi entusiasmante, è un rimbalzare di piaceri fitti e continui, grazie anche ad una persistenza lunga e lineare, gustosa, stimolante. Inutile resistere all’impulso di ripetuti assaggi.
Nero d’Avola 2005
Gradazione 15%
Probabilmente qualcuno si domanderà perché, invece di parlare delle nuove annate dei vini rossi, preferisco raccontarvi di quelle che hanno passato qualche anno in bottiglia. La ragione è molto semplice, sebbene il Nero d’Avola, come tutti i vini di Barraco, non abbia fatto neanche un giorno di maturazione in legno, è un vero infanticidio aprire oggi un 2007, nonostante sia già ampiamente coinvolgente. Quello che posso dirvi è che a marzo, quando li ho degustati a Cerea, il 2008 appariva salmastro, terroso, con acidità e tannino che scalpitavano e chiedevano tempo per fondersi con la polpa, mentre il 2007 si offriva classico, segnato da frutti scuri, toni fumé e un maggiore equilibrio al gusto, ma comunque all’inizio del suo percorso espressivo. Con la 2005, invece, possiamo dire che si sta già delineando una trama di notevole complessità, presenta un colore rubino intenso con riflessi granati, accostato al naso afferma la sua natura selvatica nei toni decisi di macchia mediterranea e cuoio, che si fondono a prugna e amarena mature, liquirizia, leggera grafite, tabacco, terra umida. La bocca mostra una struttura importante e un tannino nervoso ma ben fatto, senza toni amari, una bella polpa fruttata perfettamente sostenuta da un’acidità vivace, una sapidità netta che fa da contraltare a sfumature di cacao. Niente legno eppure una bella profondità espressiva e un carattere dai tratti longevi e rassicuranti.
Nero d’Avola 2004
Gradazione 15%
Si va ancora più indietro con questo vino, a vagliare cosa è in grado di fare con la sola maturazione in acciaio e l’affinamento in bottiglia, sei anni cominciano ad avere un certo significato e possono dare già un’indicazione sulle sue potenzialità evolutive. Il colore è ancora fatto di alternanze di riflessi fra rubino e granato, c’è una buona penetrazione della luce pur nella compattezza della tinta. Il naso è subito piacevole e convincente, si apre bene e senza cenni ossidativi o quelle sensazioni di ridotto che a volte affiorano nei vini appena aperti che hanno sostato a lungo in bottiglia, questo a dimostrazione che una massima attenzione sulla qualità delle uve e un lavoro di cantina attento ma non invasivo garantisco risultati validissimi. Il manto odoroso si apre a fiori macerati, petali di rosa scura, magnolia, viola, si mescolano a prugna, mora di rovo, amarena, mandorla e amaretto, mirto, poi affiorano suggestive note terrose e minerali. Al palato c’è un bel frutto succoso, il tannino è ormai ben integrato e non “morde” come nelle più giovani annate, la freschezza è ancora ben presente e garantisce una materia fresca e piacevole, senza scivoli verso toni surmaturi, l’alcol è magnificamente celato, non te ne accorgi se non dopo ripetuti assaggi, il finale è lungo e balsamico, con il consueto rintocco sapido.
Milocca
(Vino da tavola rosso da uve stramature)
Gradazione 16+1,5%
vitigni: nero d’Avola 100%
Fare un nero d’Avola da uve appassite non è cosa all’ordine del giorno, cimentarsi con un vino del genere è impresa notevole e lodevole, soprattutto quando il risultato dimostra che ne valeva la pena. Trattandosi di un vino da tavola non può riportare in etichetta l’annata di produzione, che se non sbaglio dovrebbe essere la 2006. Ha un colore granato intenso e concentrato con ricordi rubini, un impatto olfattivo impetuoso, si sente a notevole distanza; milocca, ovvero ciliegia, è facile riconoscerla fra i profumi, ovviamente in confettura, liquore all’amarena, note di china, cacao, pepe, tabacco, erbe officinali, sfumature mentolate, mirto. In bocca si attende un’alcolicità debordante, invece la spinta acida e un perfetto equilibrio fra la massa fruttata e il tannino, sembrano nascondere in buona parte l’effetto calorico. Il residuo zuccherino è moderato e ben bilanciato dalla freschezza, le sensazioni aromatiche ritornano speculari e prolungate, non nascondendo una leggera sapidità di fondo che allontana totalmente qualsiasi stucchevolezza.
Roberto Giuliani



