Emilio Bulfon: salvaguardare i vitigni simbolo di un territorio
Tutti gli angioletti sono seduti sulle loro nuvolette e stanno assistendo alla nuova puntata di PARADISE-MIKE, il gioco a quiz che l’eterno e indimenticabile Mike Bongiorno sta conducendo. Il super campione imbattuto da settimane è all’ultima domanda che lo confermerà numero uno dei giochi a premi. La tensione è palpabile, Mike apre la busta e legge: allora, per la bella cifra di 1 milione di buone azioni da distribuire, mi dica a che regione italiana appartengono le tipologie di vini Ucelut, Picolit Neri e Forgiarin? Il supercampione è in difficoltà, pur essendo stato un discreto degustatore, ha sempre puntato su tipologie internazionali, trascurando quelle tipicità autoctone che danno lustro alle varie regioni italiane, ma all’improvviso una visione lo illumina, si ricorda di quando giovane e ancora terreno è andato a trovare un amico friulano che gli ha fatto assaggiare un vino squisito dall’etichetta attraente ma dal nome poco noto.
Che Dio (fra l’altro presente alla trasmissione) me la mandi buona: la risposta è “Friuli Venezia Giulia” e non vorrei essere mandato in purgatorio e sbagliarmi se vi dico che sono i vini d’Emilio Bulfon. Apoteosi! ALLEGRIA urla Mike! Il campione gliel’ha fatta un’altra volta e avrà un altro milione di buone azioni da far piovere a bisognosi del piano di sotto.
Passando dai paesaggi celestiali a quelli terreni, giungiamo nell’area pedemontana in provincia di Pordenone nella località di Valeriano frazione di Pinzano al Tagliamento.
Ed è qui che vado a conoscere un grande personaggio della viticoltura friulana, che grazie al suo impegno e alla sua tenacia è riuscito a portare fino ai giorni nostri delle varietà autoctone friulane che altrimenti sarebbero diventate solo un triste ricordo.
Sto parlando d’Emilio Bulfon, che dopo l’acquisto dei primi terreni iniziò la sua attività aziendale, anche se da sempre è stato in prima linea nel settore vinicolo lavorando con varie aziende e ricoprendo anche ruoli di primo piano. Ma la sua missione più importante è nata dall’amore e dal fascino che da sempre ha ricevuto dagli antichi vitigni che fino a una trentina d’anni fa sembravano scomparsi. Mentre gli altri coltivatori erano dediti a colture più redditizie o a viti che potessero garantire rese maggiori, Emilio Bulfon ha lottato e vinto la sua battaglia individuando, selezionando e reimpiantando dei vitigni che oggi sono in grado di donarci squisiti vini che rappresentano in tutto e per tutto il territorio.
La strada non è sempre stata facile e in discesa. Il tentativo di recuperare il patrimonio ampelografico era per quegli anni un’opera alternativa e quasi rivoluzionaria, vista anche con ironia da qualcuno, in un territorio devastato dai conflitti mondiali, dalla fillossera e abbandonato dai contadini che di fronte alla miseria del lavoro nei campi preferivano emigrare alla ricerca di nuove fortune. Solo una grande passione e un grande impegno avrebbero permesso di raggiungere quegli obiettivi che oggi sono sotto gli occhi di tutti, una bella realtà aziendale che produce esclusivamente vitigni autoctoni d’indubbia qualità.
L’azienda Bulfon ha un carattere famigliare, dove le colonne portanti sono Emilio, la sua compagna di vita Noemi e il frutto del loro amore, i figli Lorenzo e Alberta. Sono loro che portano avanti le attività aziendali, supportati da manodopera stagionale nei periodi di vendemmia e potatura.
La filosofia aziendale porta ad avere una grande e costante cura in vigna, con basse rese per ettaro per ottenere una materia prima che in cantina deve essere solo seguita e cullata con amore, utilizzando botti non di primo passaggio per evitare di far prevalere i tannini e gli aromi del legno che andrebbero a coprire le tipicità sensoriali dei singoli vini.
Ultima ma non meno importante è la grande attenzione che è riservata all’accoglienza della clientela in cantina, dove le porte sono sempre aperte per tutti quelli che vogliono conoscere le particolari tipologie che sono prodotte, in modo da poter promuovere in modo efficace la conoscenza della storia dei vini e del territorio cui sono indissolubilmente legati.
Anche il nuovo alloggio agrituristico, che si trova a poche centinaia di metri dall’azienda, è stato costruito per offrire l’opportunità ai clienti di conoscere il territorio ed apprezzarne le sue prelibatezze enogastronomiche. Un edificio curato ed accogliente, un’oasi di pace circondata da un vigneto e da un ampio giardino dove il turista può rilassarsi, degustare in tutta calma i vini in cantina e dedicarsi anche alla visita di località vicine, visto che si trova locato a metà strada tra la cittadina medievale di Spilimbergo, ricca di tesori d’arte e straordinari mosaici, e il centro collinare di San Daniele del Friuli, patria dell’omonimo prosciutto.
Ma quali sono quindi questi vini d’alta qualità che girano il mondo, sono commercializzati in Italia e all’estero e rappresentano una produzione di nicchia ricercata, in tempi di sempre più esasperata e generale omologazione dei prodotti enogastronomici?
Facciamo una premessa dovuta, una volta entrati in contatto con una bottiglia di Emilio Bulfon sarete sempre in grado di riconoscerla in maniera inequivocabile, non solo per le piacevoli sensazioni gustative che sarà capace di donarvi, ma anche per l’inconfondibile veste grafica dell’etichetta.
Un piccolo gioiello artistico, che agli inizi dell’attività Emilio realizzava a mano, un’etichetta che trae spunto da un particolare di un affresco medievale raffigurante l’Ultima Cena, dipinto nella trecentesca Chiesa di Santa Maria dei Battuti di Valeriano. Ogni bottiglia è riconoscibile per questo particolare artistico, secondo la tipologia di vino cambia solo la cromaticità dell’etichetta, ma resta sempre protagonista principale questo simbolo che permette ai vini Bulfon di essere subito individuati in Italia e all’estero.
La squadra dei vini prodotti comprende 10 splendidi esemplari con 7 varietà autoctone che rivestono il ruolo di protagoniste. Iniziamo con i vini bianchi dove il più rappresentativo è l’Ucelut, che appartiene alle cosiddette “uve uccelline”, ossia ai vitigni che fruttificavano ai bordi dei boschi e i cui acini erano appetibili per gli uccelli; un vino dolce, da meditazione o da dessert ma che eccelle anche sul foie gras e sui formaggi piccanti. Il Cividin è un vino delicato e profumato, già apprezzato nel’600 e ‘700 e proveniente dalle colline della zona di Cividale, ottimo con antipasti delicati, primi piatti non impegnativi, risotti ai frutti di mare. Ultima tipologia bianca, lo Sciaglin, nome che trae origine da “schiavolino”, vale a dire vino della Slavia, terra posta al limite delle Alpi Giulie, consigliato in abbinamento con antipasti a base di crostacei, con risotti alle erbe, vellutate d’asparagi, orzetto, frittate alle erbe. È proposto nelle versioni fermo e frizzante.
Passando ai vini rossi incontriamo per primo il Piculit Neri il cui nome significa “piccolino” in quanto con ogni probabilità trae il nome dalla forma minuta degli acini. Vino ottimo con carne robusta, selvaggina da piuma o da pelo, grigliate di carne mista, formaggi di pieno gusto.
Il Forgiarin prende il nome da Forgaria, paese del Friuli occidentale ed è ottimo con carni rosse non troppo elaborate; arrosti con salse bianche, pollame, mentre il Cjanorie deriva il suo nome da “cjane”, che in friulano significa “canna” ed è un vino poco tannico, piacevole, beverino che trova la sua migliore unione con paste al pomodoro, minestre d’orzo e fagioli, carni bianche, salumi, formaggi.
Ultimo arrivato in casa Bulfon, la Cordenossa, una varietà che si coltiva dal 2001 e che dà un rosso che si esalta con carni bianche e formaggi di media stagionatura. Per finire Emilio ha voluto cimentarsi anche con un blend, il Pecol Ros (Piculit-Neri, Cjanorie, Forgiarin e Refosco dal Peduncolo Rosso), e produce anche il Moscato Rosa, che nonostante sia un vitigno originario dell’Istria, diffusosi anche in Italia, in particolare in Alto Adige, è prodotto in questa zona del Friuli con risultati veramente interessanti.
Ci sarebbe da perdere delle ore a parlare di questi vini, conoscendoli ad uno ad uno, con le caratteristiche organolettiche, storia e sensazioni che riescono ad offrire. Io che ho avuto il piacere di degustarli, e ammetto che era la prima volta, posso solo dirvi che, oltre ad essere dei vini buoni che deliziano le papille gustative, sono in grado di trasmettere emozioni e sensazioni diverse da quelle che ho avuto modo di provare fino ad ora, rappresentano una diversità che unita al legame con il territorio permette di scappare dall’uniformità dei gusti internazionali, e lo fa in modo sublime, e sempre con un ottimo rapporto qualità/prezzo, cosa che di questi tempi non rappresenta sicuramente un fattore trascurabile.
Insomma non mi resta che ringraziare Emilio Bulfon, sia per la cortese disponibilità ma soprattutto per avermi permesso, con la sua “grande missione” di tutela di questi vitigni autoctoni, di poter ancora degustare dei vini che altrimenti avrei potuto solo immaginarmi leggendo i libri che avrebbero onorato la memoria di qualcosa che non ci sarebbe stato più.
DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO
Vignaiolo per vocazione o da bambino avresti sognato di fare qualcos’altro?
Visto che i miei genitori lavoravano nel campo vitivinicolo, la mia strada ha seguito la loro e non posso dire che sia stata una scelta che mi è dispiaciuta visto le tante soddisfazioni che mi sono tolto. Da giovane mi facevo onore in varie discipline dell’atletica ma non poteva essere sicuramente quella la strada che mi avrebbe permesso di mantenermi, nonostante il grande amore che provavo per questo sport.
I dati sulla vendemmia appena conclusa parlano di un’annata molto buona sia in termini di quantità sia di qualità. Con questo punto di partenza invidiabile, c’è da stare allegri o aleggia un po’ d’ansia per quello che può essere l’andamento economico nel 2010 con i venti di crisi che soffiano ancora in tutto il mondo?
È indubbio che la crisi ci sia e le vendite in generale sono diminuite un po’ dappertutto. La nostra azienda offre prodotti particolari, diversi dagli altri e questo fortunatamente ci ha permesso fino ad ora di non subire minimamente cali di vendite. Clientela fedele e appassionata e produzione non elevata di circa 80 mila bottiglie, ci permettono di guardare al futuro in maniera serena senza troppe ansie.
Da dove è nato il desiderio di recuperare antichi vitigni che, fino ad una trentina d’anni fa’, sembravano scomparsi?
Diciamo che l’amore per la viticoltura era già grande, poi un po’ per curiosità e un po’ per tentare di ridare lustro a vitigni che potevano rappresentare il territorio con la loro tipicità, ho voluto mettere in campo tutte le mie energie e salvare dall’estinzione delle specie che per secoli hanno popolato le nostre colline e non meritavano certo la fine alla quale erano destinate.
Le colline spilimberghesi situate all’interno della zona Doc Grave, sono un territorio non fra i più facili da coltivare. È veramente tanto difficile fare dei prodotti di qualità in queste terre rispetto ad altre zone più vocate e meno impervie?
La coltivazione qui da noi non è semplicissima, c’è tanto bosco, ma le caratteristiche del territorio ci permettono comunque, se si lavora bene in vigna, di ottenere prodotti di elevata qualità.
Da dove è nata l’idea per la realizzazione tutta “autoctona” di un’etichettatura che traesse spunto da un particolare di un affresco medievale raffigurante l’Ultima Cena dipinto nella trecentesca Chiesa di Santa Maria dei Battuti di Valeriano?
Frequentando la Chiesa di Valeriano e attratto dall’affresco presente al suo interno, mi è nata l’idea di realizzare un’etichetta che rappresentasse un’opera presente nella nostra terra e al tempo stesso potesse colpire l’attenzione del cliente diventando un marchio esclusivo che identificasse in maniera inequivocabile la nostra azienda. Ecco perché tutte le bottiglie hanno la stessa etichetta e varia solo la loro cromaticità a seconda della tipologia. Anche le altre produzioni aziendali, la grappa e l’olio, usano la stessa etichettatura di presentazione. Insomma un unico marchio che possa rappresentare in tutto il mondo i prodotti di Emilio Bulfon, e modestamente la posso ritenere come una scelta che è risultata vincente.
L’Expo 2015 che si terrà a Milano avrà come tema alimentazione e sviluppo e ci sarà un padiglione dedicato ai vitigni autoctoni. Sei stato una specie di pioniere, una sorta di Cristoforo Colombo che ha riscoperto e salvaguardato un patrimonio regionale e al tempo stesso creato un terreno fertile per permettere ai giovani imprenditori vitivinicoli friulani di valorizzare l’enorme risorsa dei vitigni autoctoni che la nostra terra possiede. Oltre alla tua caparbietà, chi o cosa è stato determinate per aiutarti a raggiungere gli obbiettivi che ti eri prefisso?
Sicuramente devo ringraziare la provincia di Pordenone, che tramite la figura di un mio grande amico Enrico Murador, ex direttore del settore agricolo della provincia di Pordenone ed ex Presidente della provincia, mi ha permesso di perseguire i miei obbiettivi. Ho ricevuto la medaglia d’oro in riconoscimento per il mio lavoro di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni e con il contributo del Comitato iniziative agricole della Fiera di Pordenone e dell’Istituto d’Enologia di Conegliano è stato pubblicato un libro di carattere storico e scientifico (Dalle colline spilimberghesi nuove viti e nuovi vini) dove per la prima volta sono state trascritte le schede ampelografiche dei vitigni. È stato un passo fondamentale per il mio lavoro che poi ho integrato continuando da solo gli studi e le ricerche.
Com’è il rapporto con chi beve i tuoi vini? Ti capita spesso di confrontarti? Conoscono le varietà autoctone che produci e soprattutto sono in grado di capirle ed apprezzarle?
Nella mia cantina viene gente da tutte le parti, da fuori regione e anche dall’estero e tutti sono spinti dalla curiosità di conoscere i miei particolari vini o per chi li conosce già, dal desiderio di toccare con mano la nostra realtà. Io amo molto incontrare di persona il cliente e rispondere a tutte le sue domande, anche perché credo molto nel “passaparola”, se uno si trova bene ed è soddisfatto del prodotto può diventare una sorta di “agente commerciale” e avvicinare ai miei prodotti altri potenziali clienti.
Ucelut, Piculit-Neri, Sciaglin, Forgiarin, Cividin, Cjanorie e Cordenossa, sicuramente sono amati tutti e sette come dei figli in maniera uguale, ma dobbiamo per forza premiarne tre con le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Quali sono i tre fortunati?
Difficile fare questo genere di classifiche visto che amo tutti i miei vini, ma se devo per forza fare una graduatoria di merito, allora bronzo allo Sciaglin, argento all’Ucelut e medaglia d’oro al Piculit Neri con il quale non si sbaglia mai.
Emilio, hai realizzato tutti i tuoi sogni o c’è ancora qualcosa che vorresti veder concretizzato in futuro?
Ho realizzato gran parte delle cose che mi ero prefissato nella vita, ma mi piacerebbe fare un fabbricato per appassire le uve, perché penso che si possono fare grandi vini con appassimenti parziali del 30% – 40%, il tutto a temperature e ventilazioni controllate che garantiscano una materia prima d’ottima qualità. Poi mi piacerebbe ampliare il punto vendita, anche se vista la produzione non elevata potrei anche accontentarmi di quello che già abbiamo, ma visto che nella vita bisogna sempre guardare avanti e cercare di migliorarsi sempre, mai dire mai.
Hai la possibilità di degustare i tuoi vini in quell’oasi di pace che è il nuovo e accogliente alloggio agrituristico che avete inaugurato da poco, e lo puoi fare con due personaggi famosi, uno maschile e uno femminile che apprezzi e vorresti conoscere. Con chi si brinda allora?
Pur non essendo un grande seguace della politica, apprezzo i ministri Tremonti e la Gelmini per il loro atteggiamento che vuole porre dei paletti fermi e decisi, proseguendo verso la direzione che ritengono giusta senza arrivare a troppi compromessi.
Allora Emilio, dimmi i tre vini che sicuramente non mancheranno a tavola per celebrare le nozze di tua nipote Adria (mia compagna di banco al corso per sommelier, nonché navigatrice impeccabile che con le sue precise coordinate stradali mi ha permesso di arrivare in cantina in orario e accolto con tutti gli onori di casa Bulfon), scegliendo fra un tuo vino, uno regionale e uno nazionale.
Beh per il matrimonio di Adria ci vuole il meglio, scelgo allora uno Schioppettino della Viarte, un’azienda che considero seria e che lavora molto bene. Poi un Barbaresco di Gaja, grande personaggio che ho avuto anche il piacere di ospitare nella mia cantina, e poi mettiamo il mio Ucelut per finire con la dolcezza che la mia nipotina merita.
A questo punto chi vi scrive vi deve lasciare, devo andare a fare acquisti, meglio che mi muova in anticipo nel caso mi arrivino le partecipazioni matrimoniali di Adria, per il vino non ci sono problemi perché ci pensa zio Emilio, io magari mi occupo del cibo per creare un matrimonio enogastronomico indimenticabile e ricco di emozioni. Naturalmente cari lettori di Lavinium, siete tutti invitati.
Stefano Cergolj


