Pillole di Barbera (Meeting)
Premessa
C’è un’uva che ha nell’acidità uno dei suoi pilastri. Una caratteristica che in sé non fa scaturire automaticamente vini che siano campioni di beva e di longevità. Il Professor Vincenzo Gerbi, a questo proposito, durante la presentazione degli esperimenti condotti sulla potatura a cordone speronato sulla barbera presso l’Enoteca Regionale a Canelli, si è espresso chiaramente: “Certamente la barbera deve la sua struttura all’acidità più di altri. Ma si è fatto di questo aspetto un vanto ingiustificato”. L’uva in questione ha anche pochi tannini: un’impalcatura vitale per ogni vino rosso che voglia durare ed essere considerato “di razza”. La strada dell’affinamento in legno pare, quindi, giovargli. Sempre Gerbi: “Il colore della barbera per fissarsi nel tempo ha bisogno di una mano. Molti hanno usato per fare questo la barrique, ma in modo sbagliato. Però è vero che la barbera è un vitigno che più di altri ci guadagna dal legno. Questo non deve essere comunque interpretato come un mutamento della sua tipicità”.
Legno 1
Lo sport preferito praticato dalla quasi totalità dei presenti, giornalisti, blogger o buyer durante i quattro giorni dedicati agli assaggi alla cieca e non, è stato quello di andare alla ricerca del nemico numero uno da scovare e sbertucciare senza pietà: la barrique. Fino a qualche tempo fa eri un pazzo se osavi mettere in discussione il trio composto da legno nuovo, color pece e fruttone dolce e strabordante. Oggi, se non lo fai, non capisci nulla di vino. Riflettere, cercare di andare oltre il legno e vedere se l’architettura generale del vino abbia comunque un senso, una coerenza, sembra uno sforzo non più degno di attenzione.
Legno 2
Nizza Monferrato, martedì 9 marzo. Il pomeriggio è dedicato a un’interessante degustazione orizzontale alla cieca dell’annata 2006 di circa una trentina di campioni provenienti dall’areale più vocato per la barbera nell’astigiano. Nizza, per l’appunto. Dopo gli assaggi, il dibattito e le domande. Toni accesi, punte polemiche. Soprattutto i giornalisti esteri non hanno avuto remore nel prendere il microfono e affermare con forza, davanti ai produttori presenti in sala, che il sentore di legno percepito fino a quel momento era preponderante, eccessivo e svilente del varietale e del terroir. Qualcuno ha espressamente chiesto se non ci fosse un uso disinvolto di tannini in polvere aggiunti ad hoc, causando lo sdegno di un produttore locale che lo ha accusato di non capire nulla di vino.
Decidetevi
Nizza Monferrato, sempre martedì 9 marzo. Un giornalista americano ha voluto definitivamente sfatare l’assioma italiano circa i gusti degli abitanti a stelle e strisce: non è vero che amano solo e soltanto succhi di legno. C’è molta più gente che beve con intelligenza di quanto noi italiani possiamo immaginare: cercano il territorio di origine, la freschezza, nonché la vibrante piacevolezza di sapidità e mineralità. E soprattutto non hanno preconcetti, ma una mentalità aperta alle novità. In effetti, è più facile trovare un Verduno Pelaverga a New York che a Milano. Però è anche vero che New York non rappresenta un esempio omnicomprensivo dei consumi americani.
Firenze, mercoledì 17 febbraio, Chianti Classico Collection. Tavola rotonda. Tema: il mercato americano per il Chianti. Una scrittrice americana tratteggia i consumatori del suo paese come una massa di inebetiti dediti solo al consumo di polli fritti e coca-cola. Casale Monferrato, mercoledì 10 marzo. Tra i banchi di assaggio del pomeriggio, l’orecchio cade furtivamente verso due produttori locali che confabulano: “Dicono che sentono troppo legno, che ora i gusti non sono più così in America”. L’altro. “Sarà. Ma i critici anticipano sempre le probabili tendenze. Comunque io per ora continuo a vendere quello barricato tutto da quelle parti”.
Consapevolezza
La Barbera, come giustamente mi faceva notare un collega, nell’astigiano è il primo vino, nell’albese decisamente il secondo (o forse anche il terzo), nel Monferrato se la gioca con il grignolino. Non tutti l’amano e d’altronde quando si ha a disposizione il nebbiolo, può essere comprensibile. Dopo 4 giorni di assaggi di Barbera di queste tre zone, a mente fredda, ripercorrendo appunti e ricordi, l’idea è che in Langa ci sia una maggiore consapevolezza tecnica. Sicuramente anche del benedetto (o maledetto) uso del legno, anche di quello piccolo. Ma il punto non può essere sempre e soltanto il contenitore. Questione di terroir? Anche, ma non solo. Perché seppur differente, quest’ultimo non manca né dalle parti di Asti e Nizza, né tra i suoli più calcarei del Monferrato. L’acidità è una brutta bestia. Spesso o ne hai troppa, o troppo poca. La ricerca di un equilibrio tra la verticalità di un vino sferzante quanto a freschezza ed una complessità frutto di molti più fattori non è un compito agevole da raggiungere. Né, d’altronde, il mercato l’ha necessariamente richiesta sino ad ora.
Essere fuori moda
La Barbera è fuori moda, quanto meno in Italia. E non da qualche anno. E l’impressione è che lo sia ancora di più dopo i quasi 200 assaggi di Barbera Meeting, facendo finta che questo numero possa essere stato esaustivo per valutare tre denominazione enormi quanto a comuni coinvolti. Di vini cupi, contratti, diciamo pure legnosi, ce n’erano, in tutti e quattro i giorni. Vini noiosi a volte. Ci sono stati, d’altronde, e per fortuna, anche molti vini ragionevoli, alcuni realmente molto piacevoli. Un tempo, neanche troppo lontano, si cercavano vini da spalmare sul pane. Oggi pare che tutto sia cambiato. Presentarsi, quindi, con una Barbera color pece, vanigliata e di alcolicità importante sembra oramai out, vetusto e compassato. La Barbera è quindi sempre meno di moda. Da queste parti, in effetti, non sembrano aver capito, o, quanto meno, non in un numero significativamente importante come in altre zone d’Italia testate recentemente, che qualcosa è cambiato o sta cambiando, un po’ dappertutto. L’analisi dei motivi di questa sterzata potrebbe riempire intensi convegni e poderosi volumi di marketing. Quindi, soprassediamo bellamente.
Da un estremo all’altro
C’è un rischio però: di cadere nell’estremo opposto. Ho sentito colleghi chiedere, imbestialisti, come se fossero stati punti sul personale, come mai certe Barbere avessero 14 gradi alcolici E’ una domanda senza senso. O potrebbe averla se ci trovassimo di fronte a un produttore di Novello. Inutile dover sottolineare che l’alcol è una componente, fondamentale, ma non l’unica. Ci sono vini con 15 di alcol, ma con un equilibrio strepitoso, così come liquidi con 11 gradi, fastidiosamente pungenti al naso. Altri chiedevano: ma perché due anni di barrique? Altra domanda senza senso. Perché? Basta sentire i vini di Iuli, giovane produttore del Monferrato. Molte sue barbera facevano anche più di due anni di passaggio in legno piccolo e niente, nada, nessuna inutile tostatura al naso. Sicché? Come la mettiamo? La mettiamo che stiamo ancora parlando del contenitore e non del contenuto. Tanto noiose queste discussioni, quanto gli stessi vini devastati dal legno.
Barbera d’Asti
– 2008 DOCG
Semplici, senza punte strabilianti, ma quando interpretate con linearità, la piacevolezza non è mancata. Un esempio: La Solista di La Caudrina: intensa, dal frutto dolce con tocchi di erbe aromatiche. Polpa, sapidità e freschezza. Discreto, sia per freschezza che lunghezza, con un piacevole tocco floreale dolce la Barbera Al Caso della cantina Alice Bel Colle. Piccoli frutti rossi ed una finezza delicata a tratti nervosa in bocca per La Trincherina dei Fratelli Trinchero.
– 2007 DOC
Buone le prestazioni di entrambi i campioni presentati dalle Cantine Sant’Agata e dalla Tenuta Il Falchetto: per la prima sia l’Altea che il Cavalè, nonostante un’impostazione olfattiva dolce, a tratti anche sopra le righe, piace il centro bocca e un buon allungo nel finale. Per la seconda realtà, di Agliano Terme, sia con il Bricco Paradiso che con il Lurei, è il naso che gioca le sue carte migliori: maturità del frutto, un tocco di mineralità specie nel Lurei ed un quadro aromatico complessivo di piacevole definizione. Menzioni anche per il Bricco Crea di Tenuta la Tenaglia, Martinette di Alfonso Boeri e GB di La Ballerina.
– 2006 DOC
Con Agostino Pavia e la sua Barbera La Marescialla ci spostiamo verso durezze in bocca ben definite, che donano slancio, cattiveria e serbevolezza. Naso preciso, balsamico e fruttato insieme. Sale, freschezza ed un naso finemente ben centrato di piccoli frutti rossi e spezie per Cascina Castlèt e il suo Litina.
Barbera d’Asti – Nizza Monferrato
Tra i 169 comuni che compongono la Barbera D’Asti, non pochi, l’eccellenza è considerata da sempre risiedere soprattutto in una zona più ristretta che ruota intorno a soli 18 comuni che possono riportare in etichetta la dicitura “Nizza”. Un disciplinare più ferreo, specie in termini di resa per ettaro ed un maggiore affinamento. Giuliano Noè, storico enologo della zona, ha aperto le degustazioni pomeridiane sottolineando come esistano 4 diverse ulteriori sottozone all’interno del Nizza, che si differenziano per la composizione dei terreni. Suoli Sabbiosi, poi sabbioso-marnosi, oppure mimoso-marnosi e infine sabbioso-arenacei. E i vini? Non sempre agevole scorgere terroir diversi, specie quando le scelte stilistiche hanno privilegiato estrazione, frutto e legno. La Brentura 2007 di Erede di Chiappone Armando mi è piaciuta per la sua capacità di unire note di legno, maturità del frutto e una lieve componente sassosa, con garbo e piacevolezza. Ottima la prova per la Barbera Casascarpa 2006 della Casa Vinicola Scarpa (Castel Boglione). Di bella stoffa la Barbera Sotto Le Muda 2007 di Avezza: con un tannino vigoroso e un’acidità ben presente.
Tra i campioni che hanno composto la degustazione orizzontale del 2006 del pomeriggio, discreta la prova di Bersano, convincente il Barcarato di Guasti Clemente, calibrato il frutto, una bella integrazione del legno e una bocca piena, graffiante e scattante. Meno integrato invece il legno nella Barbera le Nicchie di La Gironda, ma interessante lo slancio fresco e la tensione complessiva del vino. Carnoso il frutto con un tannino robusto e gran bella grana per La Court di Michele Chiarlo. Tannino un po’ contratto, ma gran bella aromaticità nel frutto, con un centro bocca convincente, per la Barbera La Crena di Vietti.
Barbera del Monferrato
Schietto, preciso, con un frutto di piacevole apertura, il Rubia 2008 di Bottazza. Ottimo il Baldea 2007 di Marco Canato: maturità del frutto, un tocco di agrume e una bocca sapida di piacevole lunghezza. Sempre su ottimi livelli anche Iuli: davvero interessante il gioco tra le volatili e il legno, sempre in equilibrio Un esempio ne è la Barbera La Barabba 2006: frutto di bella piacevolezza, beva e succosità. Bella la maturità del frutto e la beva del Bricco del Bosco della Casaccia 2008, anche se al momento il legno tende a marcare il bouquet. Tanto faticoso, al momento, il profilo olfattivo del Bricco Battista 2007 di Accornero, segnato decisamente dal legno, quanto di gran bella espressività, apertura aromatica e complessità il campione del 2006 testato in azienda, durante un’interessante verticale pomeridiana.
Barbera d’Alba
Grande equilibrio, espressività, un frutto dolce e una beva di grande slancio per il Bricco dei Merli 2007 di Elvio Cogno. Sapido, a tratti nervoso, con una piacevole definizione del frutto La Blu 2007 di Damilano. Ottima la piacevolezza del frutto della Barbera 2007 de La Bruciata di Oscar Bosio, nonché la carnosità del frutto maturo della Barbera Bertu 2007 di Angelo Negro. Profilo forse un po’ troppo sovraestratto per il Parduné 2006 di Enrico Serafino, ma piacevole la complessità olfattiva e una sapidità che ne rende di bello slancio la beva. Segnalo infine due campioni del 2008 di buona fattura: il Granera Alta di Cascina Chicco e il Campo del Gatto dell’azienda Costa di Bussia.
Alessandro Franceschini




